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domenica 1 gennaio 2017

La vita: facciamo prima una prova generale o la rigiriamo?

Chiacchierando nel bel mezzo delle feste di fine anno con un'amica si finì col parlare, tu pensa un po', di Dio  e niente di meno che della presunzione cattolica della Perfezione del Creato.

Naturalmente, trattandosi di amicali pettegolezzi se ne parlò dicendo tutto il male possibile dell'Uno e, al pari,  dell'Altra. Essere perfettissimo un corno! e perfetto manco per niente, secondo noi, come lavoro, il Creato.

Lo scarabookkiante guardando in particolare a quel che più direttamente ci riguarda, alla nostra vita di umani cioè, ricordò quel che una volta disse Vittorio Gassman.
Un uomo che a lungo si è torturato, cadendo in feroce depressione, pensando all'idea di dover morire. 
Di sicuro  molto malvolentieri l'ha abbandonata lui, la vita.
Un giorno in un'intervista  disse che per ogni commedia ben allestita, prima della rappresentazione vera, definitiva, almeno una prova generale bisogna farla. 
Anche per la vita, Diobbono, avrebbe dovuto prevederla! Aver pensato di far svolgere tutto in un'unica rappresentazione improvvisata, così, davanti a tutti, è stato un errore imperdonabile; di sicuro, una scelta poco professionale, da parte di chi ha messo su lo spettacolo. 
Farebbe bene a ripensarci.


giovedì 6 febbraio 2014

La Mala Educazione

La Mala Educazione è un argomento di moda. Negli ultimi tempi nella vita pubblica imperversano le  cattive maniere.  A rimorchio e di conseguenza imperversano i Censori. Dalle domande indiscrete agli spintoni alle irruzioni ai blocchi selvaggi di strade e piazze, per non parlare della diffusione endemica dell’insulto, sessista e non, le buone forme di civile convivenza sono in ritirata. E i predicatori col Galateo in mano avanzano, sempre più indignati. 
D’altronde, il fenomeno c’è anche nella vita privata, in quella di tutti i giorni, per le strade, dentro gli uffici. Sono in tanti ad essere più disperati, più cattivi e quindi meno gentili. 

Le basi per fare dei gran pistolotti ci sono tutte, dunque. Però a noi, che alla buona educazione teniamo, i pistolotti ci fanno venire sempre il sospetto che nascondano qualche cosa di inconfessabile. La retorica perbenista e il politically correct  sono gli abiti preferiti dagli ipocriti. Tutta questa attenzione per la forma anche stavolta vuol solo nascondere una sostanza insostenibile.

D'altronde é un vecchio gioco di relazione quello per cui chi ti imbroglia,  ti offende, ti sottrae, ti ferisce,  una volta fatto, quando ha quel che voleva e deve difendere il suo privilegio, alza le mani, ti sorride e ti augura ogni bene; magari per paura o per senso di colpa.  Così si sente autorizzato, nel nome della Buona Educazione, a chiederti sua volta il rispetto dei rituali delle buone maniere, come se niente fosse accaduto; a chiederti empatia, persino. E reclama e si indigna se invece opponi anche solo un dignitoso silenzio. Figuriamoci se adotti modi bruschi, ostilità, animosità. Alla fine del giochino, è intimamente soddisfatto se tu scivoli  dalla parte del torto, sulla buccia di banana  di una parolaccia, di una volgarità o di uno spintone. E’ un vecchio balletto, quasi un rituale. Che puó finire bene solo se alla correttezza delle forme viene fatta corrispondere una correttezza di sostanza.

I richiami ai galatei, compresi quelli di genere e istituzionali, anche stavolta nascondono una sostanza che é indigeribile. É per quella, prima che delle forme,  che ci dovrebbe scandalizzare. E indignarsi.  Una sostanza che é sui giornali, é nei numeri, nei fatti, evidente a tutti. La sostanza che i privilegi di certe caste, certi ceti e certe corporazioni continuano ad essere alimentati con cialtrona e barocca eleganza (la casta dei politici non è né la sola, né la più costosa, né la peggiore);  che pochi ricchi (il10% della popolazione) diventano sempre piú ricchi (hanno già il 50% della ricchezza) e tutti gli altri sempre più poveri; che  dentro le case cresce la rabbia e si spengono la speranza e la fiducia nel futuro. La sostanza è  anche che nelle piazze e anche dentro i Palazzi c’è chi quella rabbia ha interesse a  condividerla ed  a rappresentarla, per consonanza o per convenienza poco importa, per farne cosa e come non si sa.  E le parolacce, gli spintoni, le irruzioni e le volgarità, servono a farsi riconoscere, a dare voce ad un malessere collettivo, che tutto è meno che immotivato.

Per questo, quelli trasvestiti da Anime Belle, che si scandalizzano, che reclamano il diritto alla Buona Educazione, per continuare a nascondere ed eludere la Sostanza, con i loro Pistolotti non caveranno un ragno dal buco. Anzi, non faranno che aumentare l’irritazione e la Mala Educazione.

martedì 4 febbraio 2014

Le Regole e la Questione Morale

I discorsi sulle regole nella gestione della cosa pubblica e non solo,  in Italia sono così infestati dai luoghi comuni da rendere ormai chiaro che è così per malafede. Per svuotarli di senso, i discorsi. E per continuare a eluderle, le regole.

La tecnica principe e il principe dei luoghi comuni in materia è legare con vincolo indissolubile le regole all’etica.  
E la formula di rito è più o meno quella per cui “per far in modo che si rispettino le regole bisogna far crescere l’etica pubblica e privata”. Qualcuno aggiunge: “si dovrebbe cominciare dalla scuola”. Il rispetto delle regole diventa così una questione di “sani princìpi”, di formazione, di buona educazione. Diventa una questione morale. Anzi, La Questione Morale. 

Una formula apparentemente ineccepibile e piena  di buone intenzioni, che nella realtà assume il ruolo del palo in una banda di rapinatori. Segnale del male in atto e non sua terapia. Sembra un gioco delle parti. O una divisione dei compiti: c’è chi ruba e c’è chi predica e comizia di etica. Il resto che c’è da fare lo fanno i giudici. La doppia matrice culturale della prassi è palese. Il comune vizio di ipocrisia, altrettanto.

Nel resto del mondo il rispetto delle regole è affidato ad un sistema fatto di tre semplici cose: formulazione chiara, controlli efficaci, deterrenti convincenti. E soprattutto dietro c’è l’idea che l’etica individuale, di norma, consegue e non precede l’adozione di regole socialmente condivise e protette da adeguati meccanismi di applicazione. L’etica individuale si forma cioè adottando un sistema che con la prassi e la dissuasione rende più facile e più conveniente rispettare le regole che violarle.

Dunque anche il terreno principe del malcostume in Italia,  l’anomalia della corruzione pubblica italiana (un problema da 60 miliardi di euro/anno, come documenta il rapporto UE di ieri)  deriva dalla mancanza di un sistema istituzionale e amministrativo adeguatamente protetto.
Un problema di organizzazione. Non un problema morale. 

Lí sta anzi il trucco: collegare all'incontrario il rispetto delle regole del "buon governo" all’adozione individuale prima e collettiva poi di un’etica, dall’aver capovolto i termini di consequenzialità. Serve solo a coprire il fatto che le regole amministrative sono complicate e non funzionano. Che i controlli non ci sono o non sono efficaci, per cui  i rischi per chi viola sono legati solo all'azione esterna, parziale e spesso strabica della Magistratura. Ci si lava nobilmente la bocca e forse la coscienza e ci si garantisce che tutto resti com'é.

Di certo, col problema, non c'entra nulla quella sequenza micidiale di luoghi comuni a cui si ricorre di solito:  il carattere degli Italiani, la natura degli Italiani, la  storia del Nostro Paese.  La verità è che quando le norme sono chiare e ben presidiate funzionano in Italia come e forse più che altrove. Chi avrebbe mai scommesso sull’efficacia della normativa antifumo? O dell’adozione del casco e delle cinture di sicurezza? Tanto per stare ad esempi banali. E non è certo un caso che altri esempi di buone regole ben applicate siano difficili da incontrare nel campo dell’ amministrazione della cosa pubblica.

Che è proprio il campo in cui non a caso è nata e si è gonfiata la retorica insopportabile della Questione Morale.

martedì 21 gennaio 2014

Pulizie all'alba

“......in quella sospensione del tempo, al risveglio, quando è impossibile la coordinazione, quando ogni frammento di realtà s'intromette arbitrariamente tra i propri termini, separatamente, rumorosamente, e il cervello cerca di afferrarli uno per uno mentre passano, sentendo che queste cose potrebbero essere comprese una per una e indipendentemente l'una dall'altra, se fosse possibile arrestarne il flusso prima che si trasformi in un torrente, e la mente s'inabissi nella totalità della coscienza.”
William  Gaddis,“Le perizie.”


Appena alzato, nella grande cucina di una casa invasa dal caos di un dopo festa, mentre il sole sbuca sulla vetrata e sembra che per lo sforzo stia gocciolando sangue nel mare,  ti possono venir in mente strane associazioni di idee.
Si accendono e spariscono come lampi dopo il primo sorso di caffè, mentre cominci a toccare,  in punta di dita, così, solo per riprendere con/tatto col mondo, gli oggetti dispersi qui e là. Un modo per  tentare di ricostruire la tua coscienza del mondo, di ritrovare un ordine nel disordine del reale. 

venerdì 13 aprile 2012

Sorella Televisione

Ogni tanto si sente qualcuno che, alzando le sopracciglia, scuotendo la testa, smorfiando con la bocca, dice sdegnosamente:  
"la tivvùu? ma io non la guardo maiii!!". 

In certi ambienti specialmente. Quello dei grandi lettori, per esempio. Quelli intellettual chic. Quelli "di un certo livello".

Dopo magari si apre il dibattito, magari solo mentale (perché ci vergogna, spesso, ad andare a scoprire il bluff), sul "sarà vero-non sarà vero". Perché poi si scopre che del mondo della televisione tutti sappiamo tutto e i numeri dell'audience sono quelli che sono. Ma lasciamo stare questo, adesso.

Neppure ci interessa approfondire la precisazione: "c'è televisione e televisione". Chi non ha potuto vedere "Uomini di Dio" al cinema e lo vede, come può fare in questi giorni, in tv, guarda la televisione e vede un gran bel film. 
C'è chi negli anni '60 guardando la televisione ha imparato a leggere. 
C'è chi  con la tv ha imparato a parlar italiano o ha (ri)scoperto "I promessi sposi" o "I fratelli Karamazov" o Camilleri o la grande musica. 
C'è chi grazie alla tv ha assistito a spettacoli, sportivi ad esempio, che mai avrebbe potuto comprarsi dal vivo.
Ma lasciamo stare anche questo.

Parliamo invece di tutta la televisione o della televisione in generale, se volete. 

mercoledì 2 novembre 2011

«........strano pregiudizio
che valorizza ciecamente la profondità
a scapito della superficie,
pretendendo che superficiale,
significhi non già di vaste dimensioni,
bensì di poca profondità,
mentre profondo significa di grande profondità
e non di superficie ristretta»
(Gilles Deleuze che cita Michel Tournier)

venerdì 23 settembre 2011

Vogliamo pensare?

Sono slogans del '68.
Li abbiamo riletti su un libricino crudelmente pubblicato di recente.

E leggendoli,
così,
senza pensarci....





La Cina è vicina.

La fantasia al potere.

Siate realisti, chiedete l'impossibile.

In Italia come in Cina, gli studenti in officina.

Ce ne freghiamo delle frontiere.

Non fidatevi di nessuno più di 30 anni.


"Uomo represso, masturbati nel cesso"

“Essere studenti è facile; restarlo? E' lo sciopero”

"Mettete i soldi dove sono i nostri cervelli"

“La lotta è l’unica democrazia degli sfruttati”

“Vietato vietare”



 ..........ce n'è venuto in mente uno nuovo di zecca:

I sogni della nostra gioventù sono diventati gli incubi della nostra vecchiaia.
(no, no: meglio non pensarci)

domenica 26 dicembre 2010

Bugiardi o Reticenti?

Franca Valeri
Franca Valeri ha scritto una autobiografia. Non l'ho ancora letta, ma, in tanti dicono, è da leggere. Già il titolo è di quelli che da soli fanno metter lì a pensare.
Era la madre che le diceva così, da ragazzina:
"La Franca non è bugiarda, è reticente". 
In buona misura, si sbagliava, evidentemente. Franca Valeri ha poi scelto la finzione elevata ad arte, quella pubblica e palese del teatro e della scrittura per smentirla. Come tutti gli artisti della parola, ha scelto la realtà inventata per illuminare quella vera. E c'è riuscita in modo straordinario. 
Il mondo dell'arte d'altronde è pieno di grandi bugiardi.


giovedì 28 ottobre 2010

La gentilezza dei gentili

In Spagna i ristoratori sono molto gentili.
Tapas spagnole
Quando si entra in un ristorante, specie in Andalusia, di solito, appena ci si siede, usano portarti qualche ciotola di assaggini di cose sfiziose.
E' storia famosa. Le chiamano tapas.
Sono degli antipastini caldi o freddi: carne di maiale, polpettine oppure acciughe marinate o seppie fritte o baccalà o anche quadratini di frittata; può essere di tutto insomma e di solito si tratta di cose molto gustose. E' un atto di buona accoglienza che serve a spezzare la fame ed a dissolvere la neonatale,  insopprimibile e dolorosa incertezza sul fatto che qualcuno si stia preoccupando di nutrirci, che sempre accompagna ed amplifica la fame. Nel turista italiano, suscita il giusto entusiasmo, abituato com'è ad accoglienze di solito meno generose o, se va bene, più formali.
Eppure l'origine dell'usanza è sorprendentemente antica e feroce.

giovedì 16 settembre 2010

DELITTI ESEMPLARI


Il libretto di Max Aub "Delitti esemplari", in una sessantina di pagine, "contempla" circa novanta delitti. Storie vere, dice. Scherzetti, in realtà. Ma inquietanti.
Non ci si aspetti di trovare exempla sui modi di ammazzare.
Basta una pietra, una spinta. Sono i moventi, che fanno "exempla".
E, in questi delitti esemplari, il movente è spesso banalissimo. Insofferenza verso il prossimo, stizza, goccia che fa traboccare il vaso (o la boccettina ).
Assassinio come atto liberatorio e catartico.
Il senso di "vicinanza" che si prova verso l'assassino, piuttosto che verso la vittima, allontana il lettore dal discrimine bene/male, da ogni senso di "moralità".
Siamo tutti potenziali omicidi.
Si preferiscano i surrogati. Maleparole e malipensieri.
O immaginazioni, come queste.

sabato 4 settembre 2010

I lettori-rana di Amelie Nothomb

Chi frequenta un mondo di grandi lettori, come quello di Anobii (www.Anobii.com) ne incontra, di lettori-rana. 
Sono quelli che, mentalmente vestiti a festa (perchè leggono come andassero ad una festa, aspettando con ansia sincera il momento di sprofondarci dentro), si buttano nei libri come in un salotto affollato: per stordirsi, per lasciarsi ipnotizzare dal rumore delle parole e da quel che evocano, per "incontrare gente", per riconoscersi belli e bravi, per non pensare. 
Li usano come una specie di anestetico. Non per invocare un sonno bello di sogni, ma per dimenticare di essere vivi anche quando sono svegli. E per non vedere l'infinita infelicità che si portano dentro e che seminano con inconsapevole crudeltà al loro passaggio. Non vogliono ricordare quel che sono e quel che hanno fatto della loro vita e tentar di cambiarla. Vogliono solo dimenticare di essere quel che dentro non accettano di essere (e magari non sanno di essere a volte persino belli, il che aumenta la tristezza della cosa). Anche così, in fondo, la lettura ha una sua funzione benefica.
Se ti capita di incontrarli davvero, però, ti accorgi che dopo ogni libro, come dopo ogni incontro della loro vita reale,  si lasciano dietro un filo nero e gelatinoso di parole e di sofferenza; un filo addobbato magari di spiritosaggini o di frasi sperluccicanti, come perle fasulle. Un filo nero  e gelatinoso esattamente come quello che le rane emettono nella stagione dell'amore:  ma, dal quel filo, non nasce niente. 
Ecco cosa ne scrive la Nothomb: 

venerdì 30 luglio 2010

Er Mutanda e.....

Se si vuole stare nel Villaggio globale, interconnesso e  bearsi di contatti multipli e sincroni, in rete,  si impone l'uso di tecnologie e di supporti vari e avanzati.
Messenger, ad esempio.
Programmino per chattare, semplicissimo da usare. Praticamente come l‘ abbecedario, per branchi di fauna ancora appollaiata sui banchi elementari. Comunque, l'ideale anche per chi, anta e passa, voglia sperimentare la chattata ad interlocutori multipli.
Una necessità, praticamente, dettata da sopraggiunte, impellenti, irrinuciabili esigenze di comunicazioni, che adesso vogliamo triadiche, trasnazionali, colte e anche di natura ludico-emozionale.
Su feisbuc pare che non si possa (o si può?) E allora andiamo allo scaricaggio del programma.

lunedì 26 luglio 2010

Always alive

Capita, a volte, di svegliarsi al mattino con una musichetta che ronza nella testa, che si è infilata chissà come e chissà quando e chissà perchè durante la notte.

E non abbandona, persiste, persiste.

Capita a volte, che la musichetta, ormai assolutamente aliena, risalga dai meandri della memoria a lungo termine.
Una così, ad esempio


 
ma a me neanche piaceva! Come è possibile che sia entrata negli interstizi del mio sonno?

Magari, per scrollarsela di dosso, si agisce in modo omeopatico, si smanetta al pc, all'alba, per ritrovare il principio attivo da inocularsi nel tentativo di contrastarne l'effetto trapanante.
E ci si imbatte nella new version dei Dead or Alive.
 
Capita, a volte, di vedersi molto alive, nello specchio, al mattino.

E di trovare belle le rughe e la pancetta, e i canuti e cresciuti pensieri.


sabato 24 luglio 2010

24 luglio 2010

 一个月后的游戏     e     einen Monat nach dem Spiel     e    ένα μήνα μετά το παιχνίδι    e   

через месяц после игры    e     試合が終わった後月     e      kuukauden kuluttua peli    e

en månad efter matchen.

Un punto.