Avevamo letto qualche tempo fa un articolo col titolo ‘L’isola più lontana’ (Internazionale n. 912, 26 agosto/settembre 2011) in cui Jonathan Franzen raccontava di essere andato su un'isola deserta (forse proprio quella di Crusoe) a vedere uccelli. E di aver sparso su quella roccia sul mare una parte delle ceneri di David Foster Wallace, morto suicida qualche mese prima. Le uniche pagine interessanti di quell'articolo riguardavano la sua teoria sulle modalità e sul senso di quel suicidio. Tesi opinabile, ma interessante, appunto.Infastidiva il tono edulcoratamente e dolorosamente rabbioso con cui sembrava voler fare di quel senso e di quelle ragioni una specie di atto d'accusa: DFW sentendosi indegno di amore e non credendo all'amore dei suoi cari avrebbe punito chi lo amava, allestendo a casa e nella manierà più crudele la sua ultima, terribile scenografia.
Il sospetto che viene ogni volta che Franzen parla di DFW è che il velo dell'amicizia non è abbastanza pudico da coprire una qualche forma di astio o di invidia post-mortem. Legittima quanto inguaribile, d'altronde, purtroppo per lui. Tracce di tutto ciò si trovano anche nell'intervista che segue.