Visualizzazione post con etichetta Szalay. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Szalay. Mostra tutti i post

lunedì 23 settembre 2019

Turbolenza di David Szalay


Dodici racconti in dodici tappe. Un giro del mondo che parte da Londra, passa per Dakar, San Paolo, Seattle, Hong Kong, Saigon, Delhi, Kochi, Doha, Budapest, per tornare a Londra. Come lo splendido “Tutto quello che è un uomo”, una brevissima narrazione ad incastri. Come un Lego, come in una staffetta di personaggi e storie che si si incontrano e si incatenano lungo un filo comune. Un romanzo-mosaico. Al pari dell’altro, bello e originale anche questo.

La cosa narrativamente migliore, all’inizio di ogni racconto, è la sensazione di  spaesamento. Chi parla adesso? In quale parte del mondo siamo? E, solo dopo,  le domanda di ogni lettura: che succede e che significa?
Poi affiorano i collegamenti, si illumina  il filo rosso che lega i racconti. Szalay ha una grande misura narrativa, una grande abilità affabulatoria.

lunedì 7 maggio 2018

Tutto quello che è un uomo di David Szalay





Un gran bel libro. Originale soprattutto, per senso e struttura, anche se la cosa migliore è la scrittura. Senza quella, senza quella qualità non avrebbe retto. Un falso minimalismo. Sembra vetro ed è cristallo. Sfaccettature di senso, limpidezza di descrizione, capacità di cogliere e scomporre nel dettaglio la luce delle cose e del modo in cui vendono viste e vissute. Ma anche fragilità. Un meccanismo delicato, in cui il lettore deve entrare e non distrarsi, prestare attenzione ai dettagli. I paesaggi, su e giù per l’Europa, sono importanti e sono resi con grande nitidezza. Fanno pensare all’America di Hopper. Frasi spesso brevi. Aggettivazione precisa. È semplice come stile, ma devi essere molto bravo per essere così semplice. Altro ingrediente importante: la punteggiatura. Non è solo tecnicamente corretta, ma viene usata benissimo per sincopare il ritmo di lettura. 
La trama scansa tutte le possibili evoluzioni ad effetto, i colpi di scena. Quando c’è qualcosa che potrebbe somigliargli (un fatto importante, una decisione-chiave) lo si lascia scivolare senza nessuna impennata del ritmo, nessun alzo di tono nella scelta delle parole. Ed è una scelta funzionale al senso complessivo del libro: della normalità drammatica con cui le vite scivolano barcamenandosi nella corrente delle cose, per quanto turbolenta possa farsi.