Questo romanzo è un tacchino alla canzanese. Ottimo piatto della cucina teramana.
Si cuoce il tacchino dopo averlo disossato; poi si mette tutto in frigo in modo da far solidificare il brodo e far formare la gelatina. Qui c’è tutto quel che bisogna sapere
E’ buonissimo (anche per chi il tacchino non fa impazzire per niente, fatto così può acquistare un senso). E anche il romanzo è buono. Il segreto, ovviamente, in tutti e due i casi sta nel brodo. Lì sì vede la mano del cuoco. E Veronesi è bravo. Cucina anche lui una materia prima che non a tutti piace (la saga famigliare), però la prosa è ottima, la struttura originale complicata al punto giusto (il racconto va rimontato dal lettore come un mobile dell’ikea), i personaggi sono disegnati benissimo. La voce narrante di Veronesi ha sempre un timbro narrativo di qualità e in questo libro è a uno dei suoi massimi.
Poi la sua faccia di scrittore ha i suoi connotati, che possono piacere o anche no. Qui a me per esempio risulta particolarmente fastidioso il vizietto di fare lezioncine morali che lo accomuna a tutti gli intellettuali di sinistra da salotto romano. E anche quello di fare il pavone con le cose che ha letto, che sa, che ama (i ringraziamenti mettono i brividi: come abbracciare una scatola di polistirolo). Ma questo nell’economia complessiva del libro alla fine è marginale.
