Chi frequenta un mondo di grandi lettori, come quello di Anobii (www.Anobii.com) ne incontra, di lettori-rana.
Sono quelli che, mentalmente vestiti a festa (perchè leggono come andassero ad una festa, aspettando con ansia sincera il momento di sprofondarci dentro), si buttano nei libri come in un salotto affollato: per stordirsi, per lasciarsi ipnotizzare dal rumore delle parole e da quel che evocano, per "incontrare gente", per riconoscersi belli e bravi, per non pensare.
Sono quelli che, mentalmente vestiti a festa (perchè leggono come andassero ad una festa, aspettando con ansia sincera il momento di sprofondarci dentro), si buttano nei libri come in un salotto affollato: per stordirsi, per lasciarsi ipnotizzare dal rumore delle parole e da quel che evocano, per "incontrare gente", per riconoscersi belli e bravi, per non pensare.
Li usano come una specie di anestetico. Non per invocare un sonno bello di sogni, ma per dimenticare di essere vivi anche quando sono svegli. E per non vedere l'infinita infelicità che si portano dentro e che seminano con inconsapevole crudeltà al loro passaggio. Non vogliono ricordare quel che sono e quel che hanno fatto della loro vita e tentar di cambiarla. Vogliono solo dimenticare di essere quel che dentro non accettano di essere (e magari non sanno di essere a volte persino belli, il che aumenta la tristezza della cosa). Anche così, in fondo, la lettura ha una sua funzione benefica.
Se ti capita di incontrarli davvero, però, ti accorgi che dopo ogni libro, come dopo ogni incontro della loro vita reale, si lasciano dietro un filo nero e gelatinoso di parole e di sofferenza; un filo addobbato magari di spiritosaggini o di frasi sperluccicanti, come perle fasulle. Un filo nero e gelatinoso esattamente come quello che le rane emettono nella stagione dell'amore: ma, dal quel filo, non nasce niente.
Ecco cosa ne scrive la Nothomb:
