domenica 17 settembre 2017

Brothers di Yu Hua

Appartiene a quel genere di libri che fanno male. Specie se si ha una particolare  sensibilità per la voce narrante dei bambini quando raccontano, come Brothers, i grandi orrori della storia; oppure  anche   quando parlano delle ordinarie crudeltà che si consumano in famiglia. Toccano qualcosa dentro e straziano. In qualche caso, in questo caso, scatta anche  la rabbia.
Due ragazzini svegli, simpaticissimi  e pieni di vita in un piccolo paese della sconfinata campagna cinese alle prese con la tragedia della Rivoluzione Culturale. Una ondata di violenza paragonabile a quella prodotta dai grandi totalitarismi europei (a cui d’altronde quello cinese è assolutamente assimilabile). Milioni di morti, violenze inaudite, distruzione irreparabile di un patrimonio culturale di libri, monumenti, conoscenze. La storia, questa storia,  entra nella loro casa e loro nella vita e gliele devastano.

Yu Hua descrive tutto con un vocabolario essenziale, come può essere quello di un bambino. E con una leggerezza e una immediatezza di percezioni che emozionano. Ne vien fuori  una potenza tale  da costringere in certe pagine a  fermare la lettura per smaltire l’angoscia. Si lotta con le lacrime.
Comincia come un libro divertente (le prime pagine sono bellissime) e riesce a conservare  quel registro di comica leggerezza sullo sfondo anche degli snodi  più terribili della storia che racconta. La morte e il funerale  del padre sono indimenticabili. Come d’altronde il racconto dei giorni che seguono l’uscita dall’ospedale della madre.
E’ proprio l’assenza di eco, di effetti voluti che le rendono emozionalmente così forti e devastanti. 

Qualcuno ha parlato, per stile e tono narrativo de La vita è bella. Ma lì era un adulto che traduceva e rendeva divertente e tollerabile in un linguaggio-bambino l’orrore di un campo di concentramento, restituendone il senso.  A me è venuto piuttosto da pensare a “Essere senza destino” di Imre Kertesz dove è un bambino appunto che guarda e racconta l’orrore della Storia con l’attaccamento indifeso alla vita e lo spirito intasato del dico come modo di vivere la realtà che hanno i bambini. 


E veniamo alla rabbia. C’è stato nella nostra parte del mondo, chi ha subito la fascinazione folle per la Rivoluzione Culturale:  i libretti rossi, lacinaèvicina, il comunismo in versione maoista (come non ci bastasse già l’ingombro di quello sovietico). E chi è vissuto nelle scuole  e nelle università degli anni ‘70 non se li dimentica. La loro arroganza, la cecità dell’ignoranza con cui rivendicavano da lontano una folle appartenenza. Fosse un reato lo chiamerei millantato discredito; uno dei tanti casi in cui tanta parte della sinistra italiana ha tentato di darsi una identità finendo per chiudersi in una gabbia (dove ancora se ne trovano i poveri resti, peraltro). Ecco è a loro che consiglio la lettura di questo romanzo. Mi sembra un ottimo modo per fare un doloroso esame di coscienza e per espiare almeno con qualche lacrima una colpa rimossa o dimenticata con troppa leggerezza. 

venerdì 1 settembre 2017

Diario notturmo di Ennio Flaiano





Ogni tanto rileggere Flaiano in modo sistematico (la paginetta qua e là torna spesso) fa bene. A metter la voglia allo scarabookkiante stavolta è stato Sorrentino in "Tony Pagoda e i suoi amici".
Parlando di/con Maurizio Costanzo, ad un certo punto tira fuori un aforisma di Flaiano e poi lo commenta:

La domenica, per strada, a volte, si vedono anche i mariti” scriveva Flaiano.
Una citazione, in questo contesto, senza nessuna pertinenza. Ma ogni volta che ripenso a Flaiano, tra tutte le cose meravigliose che ha scritto, chissà perché, mi ricordo sempre questa. Perché è una frase che contiene un che di lampante e di sibillino nel medesimo tempo. Perché forse rimanda a un’Italia scomparsa o che, invece, forse, è sempre esistita e sempre continuerà a resistere. E poi è una frase che, a pensar male e in malafede, evoca con eleganza anfratti di amabili sconcezze, di tresche, di piccolezze da provincia, ma anche di solitudini colmate da presenze assenti.
Trovo sempre sconvolgente come una frase del genere, dall’apparenza neutra, sobria, breve, in realtà sia un contenitore di svariate suggestioni, emozioni, riflessioni, probabilmente sbagliate e irrilevanti. Ma è la somma delle irrilevanze che, da qualche parte, tende a comporre un senso alle cose. Un destino.”

Anche noi abbiamo sempre sempre trovato gli aforismi di questo tipo tra i migliori di Flaiano. Di che tipo? Quelli in cui ci si ritrovano tre ingredienti:  il primo è appunto una apparente banalità; il secondo è una colorazione dell’ironia che vira sul malinconico; e poi c'è la doppia o tripla chiave di interpretazione per cui si possono leggere attribuendogli sensi diversi o anche opposti. Per tentare di essere più chiari ecco un esempio, tratto proprio da “Diario notturno” (dal collegamento ci è venuta la voglia della rilettura integrale): "C'è un sacco di gente che vive e lavora a Macerata. (L'essenza di Cechov)". Sembra una stupidaggine, è velato di tristezza, vale un trattato di critica letteraria su Cechov. Lo puoi interpretare come la segnalazione di un privilegio o di una condanna. E in tutti e due i casi la letteratura è vista come un modo per non lasciare solo nessuno e non sentirsi soli, per rompere il muro di solitudine che perimetra la nostra individualità confinata nel piccolo qui e ora dove viviamo, nella Macerata che ci è toccata in sorte..

Ce ne sono altri a chiave multipla di lettura. Tra questi c’è l’aforisma che io in assoluto amo di più. Dice: "Coraggio, il meglio è passato". È bellissimo anche per quel moto di inquietudine (praticamente una finta da dribbling calcistico) che si  prova di primo acchito, a sentirlo. I disattenti, quelli che scivolano sopra le cose, ci restano male; perché erano pronti a farsi una sana risata e invece sembra ci sia  poco da ridere. E in effetti può essere letta in questa chiave (banale) di triste rassegnazione. Poi scopri che Flaiano la intendeva invece  nel senso opposto, di un incoraggiamento. Una cosa del tipo “non state lì a faticare e sbattervi, godetevi quello che avete perché ambire al meglio ormai non è più tempo. Per fortuna. Del meglio possiamo fregarcene perché è passato. e da noi non se l'aspetta più nessuno”.   Un ironico, gentile, compassionevole, empatico e salutare invito ad assopire gli entusiasmi, rivolto in particolare a tutti quelli che si rovinano la vita con  le ambizioni di perfezione e le ansie da prestazione.


Una cosa, questa visione pacificata (che riuscì a praticare con molta fatica e molti rovelli interiori), che sta al centro del mondo di Flaiano . Ed è profondamente pescarese. Non a caso la frase, più famosa, tratta dal Diario degli errori, che a Pescara hanno messo  sotto al busto di Flaiano all'imbocco di Corso Manthonè dice: 
"La felicità consiste nel non desiderare che ciò che si possiede."

venerdì 25 agosto 2017

I fratelli Tanner di Robert Walser



Si dice a volte che si fa fatica a leggere un romanzo. Stavolta è andata in un’altra maniera: è il romanzo che ha fatto fatica con lo scarabookkiante. A convincerlo. E una sacca di resistenza è rimasta lì, relegata in un angolo della testa; sconfitta, inerte, ma è rimasta fino a metà libro. A tratti affiorava l’incredulità, la noia, la stupida domanda che ci si fa davanti ai matti e al candore disarmato: “ma ci fa o ci è per davvero?”. E Walser è veramente al confine tra le due cose.

Il fatto è che lo scarabookkiante crede negli ingredienti di cui è fatto Simon Tanner e di cui era fatto Robert Walser. Crede nella bontà indifesa che sembra sciocca, nella generosità, nella fiducia nelle cose e negli altri, in una versione adulta, cioè consapevole e disincantata, del candore. Crede nel potere salutare della capacità ingenua di stupirsi di tutto e prima di tutto della fortuna miracolosa di essere, di esserci e di essere circondati dal mondo così com’è con le sue bellezze e le sue brutture. La parola che forse ricorre di più in questo romanzo è “meraviglioso”. “Mi meraviglio di tutto”, potrebbe essere una buona epigrafe.

Ma chi crede in queste cose deve stare sempre all'erta. Perchè in giro è più facile incontrare, anziché la bontà, l’ideologia propagandistica della bontà ed il buonismo da make-up. Pochi i buoni e tanti i militanti dei buoni sentimenti pelosi (a cui resta sempre attaccato qualcosa) e di quelli da esibizionismo televisivo. Tanti i professionisti delle buone maniere, della gentilezza  usata come packaging per incartare cattivi sentimenti e ambizioni nascoste. Strumenti per avere e per farsi rispecchiare negli occhi degli altri una immagine perfetta di se; mentre di se e in se si pensa il peggio. Da qui l' iniziale diffidenza, l’incredulità, a tratti la noia. Poi, è venuto da pensare che siamo abituati forse troppo alla letteratura che racconta della gente che soffre (senza e soprattutto con l’apostrofo), del Male, dell’inquietudine, della manipolazione, dell’insano narcisismo con al centro il moloch della Morte. Qui tutto questo non c’è e la cosa  disorienta.

Simon Tanner da un certo punto in poi però ti convince. Non c’è trucco in Walser. 
Robert Walser
Te ne accorgi perchè leggerlo trasmette un che di pacificante, una specie di  gioia sottile. Quando ti arrendi all'idea che lui è proprio così comincia persino a essere divertente. Perchè il suo candore è anche ironia, impertinenza. Mi ha fatto pensare ad un francescanesimo laico e disincantato, senza il Cristianesimo e senza un Dio che, lo dice, per lui è superfluo: gli basta la bellezza dell’umano e dell’Essere, per amare la vita. Ha una componente ribelle, il piacere di stare fuori dal coro e dagli schemi pagando quel che c’è da pagare.  Ha volontà solida, carattere vero. Non  usa invece  l’altro piatto della bilancia con cui i buonisti pesano le cose, le persone  e le scelte della vita e cioè il successo, il prestigio, la sicurezza o anche solo la remunerazione di rispecchiarsi nell’ammirazione degli altri. Ha il dono di portare felicità (mentre gli altri li riconosci perché hanno l’infelicità quotidiana addosso, contagiosa e immedicabile). In  lui non c’è la codardia che fa fingere di andar d’accordo con tutti: è capace di accettare il conflitto a viso aperto. E questo fa si che non nutre segrete rabbie destinate a manifestarsi all’occorrenza  attraverso silenziosi e feroci tradimenti. Tanner è capace quando occorre di dire quello che pensa, girare i tacchi e andarsene via, portandosi i suoi errori sulle spalle come il più prezioso dei bagagli.
Non un poveraccio, insomma, ma un buono vero, di carattere, vertical, come dicono gli spagnoli, con una sua visione forte del mondo.


Poi c’è la leggerezza delle parole, dello stile con Walser racconta Tanner e lo fa parlare. E’ uno stile che sembra un cuscinetto d’aria su cui il lettore naviga sul libro come su un aliscafo. La lettura scorre comoda, leggera e veloce. Bisogna rinforzare l’attrito dell’attenzione e fermarsi per riflettere e afferrare. Altrimenti sfuggono dettagli e sollecitazioni e sembra tutto banale, scontato, mentre non lo è per niente. Forse questa è l’unica trappola vera nascosta in questo libro, che poi è una candida assenza di trucchi, appunto.

mercoledì 23 agosto 2017

Compulsion di Meyer Levin



Gran bella  ricostruzione, rigorosa e  romanzesca insieme, di un clamoroso fatto di cronaca, nella Chicago degli anni ’20. Prototipo del romanzo-verità e del realismo americano. Racconto di impostazione giornalistica, ma solo nella confezione, nella veste stilistica. Per il resto lo scavo dei fatti e dei tipi umani è da letteratura vera e di quella buona.

Per collocare contesto e sostanza qui basti qualche coordinata temporale: siamo a pochi decenni dopo Nietzsche, negli anni della nascita della psicanalisi e della prima irruzione dei periti psichiatrici sulle scene processuali, qualche decennio prima di  "A sangue freddo" di Capote, parecchi decenni prima dell'assassinio di Marta Russo, tanto per richiamare anche un fatto dei nostri anni a cui viene da pensare.


Garantita la piacevolezza della lettura; una bella tensione narrativa e una gran ricchezza di spunti di riflessione.  Forse le pagine processuali dominate da quelli che allora chiamavano “alienisti” danno qualche pesantezza se non si è interessati al linguaggio e ai temi  della psicanalisi, ma interessanti lo sono di sicuro. E l’arringa dell’avvocato difensore, rimasta celebre e incentrata sul tema della pena di morte, della colpa e dell’espiazione, da sola vale  il prezzo del libro.

lunedì 21 agosto 2017

Nella perfida terra di Dio di Omar di Monopoli



Per giudicare con onestà  questo romanzo bisogna liberarsi  delle aspettative esagerate di cui l’autore è e si è circondato. Gli echi sudisti faulkneriani (evidenti), quelli western alla McCarthy e anche quelli pulp sono echi appunto;  che risuonano nello stile e soprattutto nell’ambientazione (colore, polvere, incendi, sangue e altro ancora). Sono usati bene e con un buon effetto, ma echi sono e non altro. Spessore e visione di personaggi e fatti niente hanno a che vedere. Mille miglia lontani siamo.

Anche sullo stile, oltre gli echi non andrei. Lo scarabookkiante ha pensato più al  barocco leccese e  della Magna Grecia che alle radici bibliche e allo sperimentalismo dei giganti della letteratura sudista americana. Più Lagioia che americani insomma. Ed è roba buona anche quella: se la letteratura di genere italiana crescesse tutta fino a questi livelli di coraggiosa ambizione e anche di resa sarebbe un’ottima cosa.

Detto questo, è una bella storia, raccontata in modo intelligentemente movimentato, con una buona  geometria della trama e dell’architettura del racconto.  E con il merito di descrivere un pezzo di malavita organizzata italiana, quella pugliese appunto, che viene a torto sottovalutata e trascurata, salvo poi ritrovarsi il Far West sul Gargano, come in questi giorni. Ecco, per capire con la pancia oltre che con la testa quella roba lì, questo romanzo è un’ottima lettura.
Per apprezzarlo bisogna entrare in sintonia con  la vena immaginifica, sfrenata e spericolata nella produzione di metafore e nell’aggettivazione. A chi non piace potrebbe mettere il nervoso, ma può anche risultare stimolante. A tratti porta ad esiti di pregio vero.

Quel che è sicuro è che non ci si annoia e ci si diverte anche. Con quel che mette in vetrina quest’anno nei vari premi estivi la letteratura italiana, mi pare già abbastanza.

sabato 12 agosto 2017

Vacanze di Natale di William Somerset Maugham




Il figlio alle soglie del primo lavoro di una buona e colta e ricca famiglia inglese va a Parigi negli anni ‘30 a passare il Natale. Cerca avventure e incontra il Male; in due forme diverse, che forse è sorprendente trovare in Maugham.

Come qualità non si segnala come il suo miglior romanzo. Un po' scialbo e scontato (almeno per il gusto dello scarabookkiante), con poco colore e poco sapore. Sempre con piacere si legge però, per via dello stile, sempre pulito, efficace, elegante. Manca un po’ il ritmo e la acida e perfida ironia che ci si aspetta, ecco. Però c’è quell’elemento sorprendente che è di grande stimolo.

Qui Maugham, dal suo consueto terreno di indagine delle relazioni uomo-donna da cui pur sempre parte e che sempre al centro mette, si avventura a sondare due grandi temi del novecento. Quello del superuomo e quello del potere deviante he sulla mente dell’uomo hanno avuto le correnti culturali dominanti nella prima metà del secolo scorso.

Tre uomini esemplari di tre tendenze diverse. Uno, della tranquilla accettazione di una tradizione borghese. Il secondo, della spinta a piegare la realtà ad un progetto (in questo caso di trasformazione rivoluzionaria disumana). E l'altro della pura affermazione del proprio io, del proprio potere-diritto di agire secondo la propria forza e il proprio incontrollato libero arbitrio di super-uomo contro ogni regola. Al centro, a catalizzare e subire reazioni, una poveretta, chiamata a esemplificare un’altra figura che nel novecento è stata suo malgrado al centro della scena: quella della vittima.

L’esaltazione del Male e insieme la sua banalizzazione che hanno dominato un’epoca vengono fuori molto bene dal gioco che si svolge in questo triangolo. Pensavo che c’è una differenza che salta fuori benissimo qui con la letteratura dell’Ottocento. Per esempio, col Dostojevski di Delitto e castigo, dove pure il tema del Male che verrà viene profeticamente evocato. Lì tutto si svolge sulle tonalità della tragedia e Raskòl'nikov un grande personaggio tragico è; qui tutto assume un aspetto da ballo in maschera o da cabaret brechtiano. E a pensarci, lo stesso Hitler o ancor più Mussolini, ma anche Stalin a rivederle oggi in effetti orrende maschere sono.

Per tornare alla sostanza del tema, potremmo ricondurre il tutto alla vecchia dicotomia tra l’accettazione della normalità (e quindi anche delle tinte grigie della noia, dell’abitudine, della dritta strada tracciata) e la tentazione dell’estremo (e quindi della febbre adrenalica dell’azione, di una qualche nuova avventura).


William Somerset Maugham
Ultima annotazione di lettura. Maugham si conferma un autore che sta sulla soglia temporale in cui si affaccia il narciso novecentesco nelle sue diverse versioni. Qui in quelle della prima metà del secolo, quelle vocate al Male, appunto. La seconda metà del secolo ci porterà la versione del narciso nella civiltà dell’immagine e del consumismo identitario. E chissà il cinismo disincantato e l’umorismo perfido di Maugham di cui ho sentito la mancanza cosa ne avrebbe tirato fuori.

lunedì 7 agosto 2017

Eros e Priapo di Carlo Emilio Gadda



Gadda maturò l'idea di questo libro sotto la spinta della paura e della rabbia. Aveva dato credito a Mussolini inizialmente. Per via dello "spirito di Caporetto", che la terribile esperienza della guerra raccontata nel bellissimo Giornale di guerra e di prigionia gli aveva insufflato. E anche per un innato bisogno di rassicurazione e di protezione. Poi si era allontanato. Però, alla vigilia della liberazione, lui che viveva di paure, che aveva l'ossessione della minaccia, temeva, se non l'epurazione, di essere additato. E insieme bolliva di rabbia per esserci cascato. Ed era incazzato perché sentiva di aver paura. E poi lo era ancor di più per esserlo con uno come Mussolini (segue la più fantasiosa sfilza di epiteti che si possano appioppare).

Ne venne fuori uno sfogo, un'invettiva di una violenza furibonda, disperata. Gliela bocciarono per troppa volgarità. Poi lui passò ad avere un'altra paura, quella di aver esagerato. E si mise a tagliare, limare, smussare. La nuova edizione di Adelphi ce la restituisce nella sua integrità.L'esplosione linguistica con cui è scritta è da sciarada stromboliana di notte. Spettacolare ed esilarante. Intanto, inventa, deforma, ripesca, adatta, mette in cortocircuito pezzi di vocabolari e se ne fabbrica un altro, con le sue regole, una sua precisione, una sua rigorosa esattezza di significati. Questo c'è in tutto quello che ha scritto Gadda, persino nell'ordine di servizio che scrisse per i radiocronisti quando lavorava in Rai (bellissimo), ma qui è tutto caldissimo, tutto allo stato lavico. Aspro, tecnicamente difficile da avvicinare, ai limiti del respingente; ma, ad avvicinarsi, con lentezza e cautela, per non perdere le sfumature (lì sta il piacere estremo), di una potenza abbagliante.

Occhio però a non farsi bruciare il senso.

Gadda era un trasfiguratore, un fingitore. Nascondeva, come pochissimi hanno saputo fare, se stesso e le cose che scrivendo scopriva di se, di noi e del mondo. Osservava con un occhio millimetrico per allenamento professionale, spietato per patologica sensibilità, assistito da una cultura filosofica e psicologica insospettabile in un ingegnere e anche in un letterato. Il suo vocabolario soprattutto a questo serviva. Non era bello e basta. Rispondeva con efficacia tecnica, ingegneresca, oltre che ad una esigenza di sostanza e di precisione anche ad un bisogno di nascondersi. Obbediva al "lasciatemi in ombra" che era il suo Primo Comandamento.

Dentro al pamphlet politico colto e in lingua ha messo un trattato sul narcisismo, il male del secolo, di cui anche lui era afflitto. Nei suoi appunti preparatori, nelle bozze, nella versione originale esce fuori ancor di più. Parla di sé e parla di noi. Parla di erotismo e di psicologia applicata alle folle e alle donne (le marieluise), al potere politico e al militarismo, al carrierismo, alle piccinerie che fanno piccola la borghesia italiana (quasi tutta). Parla di un pezzo fondamentale e peculiare della personalità, del modo di funzionare delle menti dominante nel suo e nel nostro tempo (sono impressionanti per acume un pezzo sui giornali e uno che sembra cucito sulla psicologia sociale dei moderni social). E parla sotto la mascheratura del pamphlet politico delle sue pulsioni più profonde; che aveva imparato in parte a sublimare, controllare, canalizzare e mettere a frutto. E soprattutto, appunto, a nascondere. In questa riedizione si può trovare ampliato e commentato tutto questo, in tutta la sua meticolosa articolazione, sotto lo strato di fuoco vivo fatto di sboccataggini colte, di insulti poetici, di misoginia sensuale, di crudeltà pedagogica, di misantropia empatica.
Carlo Emilio Gadda
Gadda era un buono e come tutti i veri buoni, alla bisogna, cattivissimo, feroce, intollerante. Per rendere l'idea (e perché troppo è piaciuto allo scarabookkiante) copio la mezza paginetta in cui parla della esibizione "narcissica" del lutto. Argomento difficile, delicato. Lui guarda una vedova di guerra nerovestita, con persino la collana di perle nera, seduta al ristorante tra tre militari, presumibilmente commilitoni del marito morto in guerra. La scena la definisce "autoesibizione scardinata dal climaterio, oltreché dalla perdita del su' mastio". E così la descrive:

"L'idea di portare al collo i testicoli affumicati del marito, ammetto anche la sia una idea logica, nell'ethos di una tribù nana dell'alta valle del Bomocandi, o dell'impluvio del lago Alberto: ma per una femina di queste nostre qua d'un quintale, conglobate e impolpettate nella «civiltà millenaria» e «nella storia augusta di Roma», date retta l'è una idea bertolaccia. Pranzando un giorno sul terrazzo della casina Valadier un certo pranzo unto con certi messeri micamal tosti di fuorivia, ch'io non ne azzeccavo una sillaba, c'era a un tavolino da presso, con tre ufficiali tra di marina e di Genova, una vedova di quelle proprio da 381: enorme: nera come una locomotiva: però con du' occhi strofinati rossi, velata e pallata di nero. Una scrofona di litantrace con que' bargigli neri del dindo defunerato appesi a i'collo, ma ritinti prima nel lustro nero delle scarpe: che la trombettava giù certe sparate di naso tra e' due marinai e 'l cavallerizzo sopra una catinella di spaghetti all'amatriciana, in sul fortore afro e in sul pizzicore de i' pecorino, mamma mia: ch'era credibilmente quello e non altro a farle tanto brodare la vedovanza.

Che il naso, beninteso, Io sparava solo a quando a quando: sicché nelle more di quelle fomidabbili ttrombazzate le sopravvanzava in aggetto dalla cascata dei veli neri, tutto lucido e rubizzo come una cornioIa: a non dir meglio. E lei frattanto dietro al grascio della cotenna, ch'erano un dito mignolo grosse, ci buttava giù certe pazze sorsate, con certe schioccate, poi, di lingua, di un certo Frascati frascatano da far pisciare l'anima a Semiramide. Questo è molte volte, il lutto. Il morto giace e la viva si dà pace. E trinca."

Un adulterio di Edoardo Albinati



Non è il senso della colpa. Non è l'angoscia da catastrofe famigliare incombente. Non è il timore della valanga della precarietà che minaccia di radere al suolo una vita di supposte certezze. Non è l'incapacità di gestire la trasgressione, di sentirsi fuori da un ordine, da un patto, da una regola.

È che questi due, con i loro nomi ridicoli (la stigmatizzazione dell'uso dei diminutivi e la consumazione dei nomi sono una fissa di Albinati. In effetti li mettono persino nei manifesti funebri ormai, con un effetto ridicolo agghiacciante), sono incapaci di reggere il presente di felicità che gli viene perimetrato attorno con perfida e patinata banalità.

Non appena l'avvertono, la beatitudine, sprofondano nell'angoscia, nella tristezza, nella pena. Vengono persino avvertiti: "siete toccati dalla Grazia. Dovete stare in guardia. Prima di tutto da voi stessi". Niente. Preferiscono la serena riconquista di una irrimediabile solitudine, l'unico misero riscatto a cui approdano davvero, alla fine. La scelgono. La vogliono. Come una liberazione. Adesso, alla fine, sono autorizzati a sentirsi e ad essere veramente soli. Lei, soprattutto. Lui la subisce con passiva accettazione (e forse, tristemente, meglio di così non poteva andargli).

Un raccontino di poche pretese, ma che che ha a che fare con qualcosa di importante. Ha a che fare con la vocazione e la rassicurante abitudine ad avvelenarsi e ad avvelenare la vita di infelicità (una cosa che muove da una logica del tipo: “oddio, sono felice; che disgrazia mi capiterà adesso per scontarla?”). Con l'impossibilità ed il rifiuto di viverla senza esibirla, senza poterla raccontare, la felicità, di farne uno spot, un motto, un titolo, un argomento di conversazione. Lo strapotere dell’immagine che uccide la virtù salutare del segreto. 
Sembra interessi solo se la puoi far rispecchiare negli occhi di un pubblico, la tua felicità, magari suscitando invidia. Meglio se può essere anche un modo per procurare dolore, per offendere, per prendersi una rivalsa. Altrimenti a cosa serve? In fondo è una storia che ha a che fare con la mancanza di attenzione verso se stessi e verso l'altro, del prendersi reciprocamente cura, nel segreto, di una intimità vera. Che resta preclusa: per paura, per diffidenza, più banalmente, per mancanza di tempo e di spazio mentale.


Allo scarabookkiante sembrano incredibili questi due personaggi. Disturbano. Non convincono. Mettono il nervoso. Eppure, proprio per questo, forse  Albinati, perfidamente ha fatto ancora centro. Purtroppo.

Nemici, una storia d'amore di Isaac B. Singer




La trama è un groviglio di tre mogli che si stringe attorno al collo di un unico marito indeciso a tutto. Potrebbe essere una commedia degli equivoci alla Feydeau, se non fosse che il deus ex machina è un diavolo perverso e crudele. Poi, il parlare di amore e matrimonio nel mondo dell’ebraismo mittle-europeo, seppur trapiantato in America, specie subito dopo i campi di concentramento, è sempre un parlar d’altro in realtà. Come nel Vogel di Vita coniugale, è il dramma secolare dell'ebreo errante il vero tema.

Questo è il romanzo dell’amore ai tempi della post-shoah. Il suo interesse maggiore sta proprio nell’entrar dentro al mondo degli ebrei fuggiti in America durante e dopo l’età dei totalitarismi. È il romanzo dei sopravvissuti che hanno il campo di concentramento, i nazisti, il Male trapiantati nel cervello sotto forma di una ossessione inguaribile, un corpo estraneo inasportabile. E il corpo estraneo inibisce la possibilità di credere in qualsiasi cosa, di coltivare una speranza. Per compenso, davanti a lampi di felicità produce presentimenti di catastrofi e di fronte a lontani pericoli, paure paralizzanti; impone l’atteggiamento di all’erta e affina la propensione a scovare tecniche per difendersi, proteggersi, programmare vie di fuga, sopravvivere in qualche modo, quando i nazisti torneranno, come di sicuro accadrà. Embrioni di forme cicatriziali insomma da immediato post-trauma per lesioni che non smetteranno mai in qualche modo di suppurare. Sono nella fase in cui non essere morti come i padri, le mogli, i figli, i fratelli, gli amici è vissuta come una colpa e insieme come un’occasione mancata. “Eravamo usciti dalla Geenna, ma la Geenna ci ha seguiti fino in America. Hitler ci è corso dietro.”

Gente che, trauma compreso e trauma a parte, per non morire ha compiuto un triplo salto mortale carpiato di civiltà, cultura, lingua, abitudini, paesaggi urbani e sociali. E’ un’America nemica anche nel clima, nelle strade, nella facce. Un mondo in cui domina la fretta. Devono adattarsi e col il carico che si portano dentro, faticano, sbandano, soffrono (le pagine dei viaggi in metropolitana sono dei cammei neri).
Mentre tutto per loro è diventato indifferente. “Quale differenza poteva fare per me chi avrei sposato? Dopo tutto quello che avevo passato, quale importanza poteva avere?”
E sono ebrei, non scordiamolo. Hanno nella testa il dio vivente più invasivo, misterioso e impietoso di tutte le religioni inventate dagli uomini per rovinarsi la vita in cambio della promessa (destinata quella sì a restare eterna) di salvarli dalla morte. Un cambio iniquo per tutti; per loro il più penalizzante che ci sia sul mercato dell'aldilà. Un dio che li ha abbandonati in mano ai nazisti e che quindi potrebbe tornare ad abbandonarli in ogni istante che verrà. Se la loro mente vede una ragione in questo, la trova nella indegnità del sopravvissuto: “le era stato consentito di sopravvivere soltanto a causa dei suoi peccati. Le anime benedette, gli ebrei pii, Dio li aveva presi con sé.” E così il sopravvissuto per espiare continua a seguire i rituali imposti dalla religione senza più crederci; a invocare il suo Dio sapendo che tra il Dio che sta invocando e quello che ha permesso la Shoah c’è una differenza, uno scarto incolmabile, lo stesso che in ogni grande amore separa la realtà dal sogno: “Il vero Dio ci odia, ma noi abbiamo sognato un idolo che ci ama e ha fatto di noi il Suo popolo eletto”. Quello, continuano a pregare.

E qui arriviamo al tema dell’amore. Forse è paradossale, ma in questa devastazione l’unica energia che sopravvive e mantiene la capacità di produrre flussi di vitalità è la lussuria, la libidine dei corpi, il desiderio fisico, il bisogno di calore e accoglienza. Una forza che li fa sentire vivi e li trascina in relazioni complicate e immaginazioni perverse, che moltiplicano il desiderio. Lo scarabookkiante ha pensato anche a Roth che ha indagato così bene questa illusione di salvezza nella ubriacatura dei sensi. Di quella cosa lì si tratta. E come in Roth l’amore, l’innestarsi dei sentimenti su questa energia vitale, puramente libidica ha un effetto spiazzante prima e devastante poi. Il desiderio è una pulsione animale. Si può non controllarla, ma si capisce cos’è, da dove nasce. L’amore è una cosa misteriosa, che sfugge al controllo: “nessuno ne aveva scoperto il vero significato”. Quel che sanno è che l’amore ad un certo punto fa girare il motore del desiderio all’incontrario, verso il territorio del dolore, della gelosia, del possesso irraggiungibile. E accentua il senso di colpa per essere sopravvissuti, per continuare a provare sentimenti dopo lo sterminio, dopo un'offesa così intollerabile.

La conclusione del romanzo è l’avvitamento del groviglio in un vortice.
La scrittura è di quella dei Grandi Maestri. Una di quelle letture che si vorrebbe non finisse mai.


Vita coniugale di David Vogel



Romanzo importante, di una tristezza contagiosa. Importante per la ricchezza di temi e la qualità della prosa. Tristissimo per l’atmosfera, la vicenda e lo sfondo in cui si svolge. Soprattutto per via del narratore-protagonista: un uomo debole, oppresso da una donna orribile e brutale, che gioca a mortificarlo e umiliarlo fino all’estremo.

Vogel ha un modo di raccontare sommesso, semplice, ma la sua prosa ha una forza di suggestione, che allo scarabookkiante è rimasta in parte abbastanza misteriosa. Ci si è chiesto più volte, mentre per pagine intere non succede altro che lo scorrere di una deprimente quotidianità, “ma perché non annoia questo libro?”. Si fluttua tra i pensieri ondeggianti di quest’uomo, si leggono dialoghi (molto ben scritti) spesso di una straniata ordinarietà, ci si incammina lentamente e per scosse in una vicenda umana sconcertante che ha un epilogo annunciato, ma comunque terribile, soprattutto per come matura (il finale è da girone infernale). Ogni tanto ti fa alzare gli occhi e ti descrive (con una sapienza espressiva benissimo dissimulata dietro la sobrietà, ma non per questo meno grande) una finestra di fronte, un pezzo di cielo, una strada, un paio di scarpe, un bar o un parco, la pioggia, la neve, un volto.

Il tutto in una Vienna spettralmente affascinante, che sembra racchiudere ed esprimere il mondo ostile visto dall’ebreo errante, dall'uomo cioè destinato nei secoli a vagabondare senza una sua vera patria, cacciato dalla propria casa e senza mai essere definitivamente accettato in casa altrui. Un uomo preda della prevaricazione e della violenza e nel contempo della propria paura. Il senso profondo di questo romanzo e della "vita coniugale" probabilmente sta tutto in questo sentimento di un popolo condannato dalla sua storia a convivere con chi era troppo più forte di lui. Da una parte c'è il bisogno di affermare la propria identità e dignità e dall’altra il disperato bisogno di integrazione, calore, accettazione. La sottomissione di Gordweil alla moglie "sadica" è da questo squilibro di forze e da questo retroterra culturale e psicologico che viene; ed è a quello che rimanda. Il sadismo sessuale c’entra poco e l’erotismo anche meno (il risvolto di Adelphi e completamente fuorviante).

Il romanzo è scritto non solo con grande pulizia di stile, ma anche con un'aria, un tono che sta a metà strada tra la poesia e la disperazione. E questo gli dà la sua malinconica bellezza e che ha tenuto lontana la noia (almeno la mia). Ci è venuto di pensare in certe pagine alle poesie di Gozzano; dentro la soffusa quotidiana malinconia-nostalgia delle piccole cose, però, il mondo di Vogel porta in profondo il segno della disperazione, della mortificazione, della catastrofe incombente.E c'è anche il vuoto di senso della vita, la percezione della arbitrarietà di tutto, a partire dalle pulsioni umane; che in questo romanzo sfuggono ad ogni possibilità di gestione razionale e consapevole.
Forse ha più ragione in fatto di assonanze il suo traduttore quando scrive in un bellissimo articolo critico, che Vogel è un autore dal pessimismo leopardiano. Anzi, non mi fermerei solo a questo. Gli impulsi e i guai che ne derivano al protagonista (a partire dal suo matrimonio) nascono da un tedio che è anch'esso leopardiano; e dal presupposto della vacuità e della vanità di tutto (per cui poca importa alla fine quel che succede e cosa si decide di fare).

Più volte Lotte, l’amica innamorata di lui che cerca di salvarlo pensa: “Ma è davvero così stupido, quel Gordweil, o finge soltanto di esserlo?”. Che è poi quello che ci chiediamo ancora oggi davanti alle file ordinate di deportati avviati in totale passività alle camere a gas pochi anni dopo. Anche i biografi di Vogel si sono posti su di lui esattamente la stessa domanda di Lotte. Il sospetto è che alla base delle sue scelte di vita apparentemente inspiegabili ci sia da una parte la percezione atavica di una debolezza e dall'altra la profonda, disperata percezione della mancanza di importanza e sostanza di ogni cosa e di ogni scelta. Fino appunto a far pensare qualcuno che Vogel non sia morto in un campo di concentramento, ma si sia in forma indiretta suicidato prima di arrivarci.
Di certo, in Gordweil, fino all’epilogo finale, c’é una resa totale, che lui stesso può accettare solo tentando di nascondersela dietro una maschera di illusioni, piccole compensazioni, false giustificazioni e grossolane finzioni. È inerme, come lo sarà il suo autore, insieme con tutto il suo popolo, davanti alla Storia.


A rendere ancor più grande e più triste questo romanzo è la sua stessa storia editoriale: fu trovato sepolto nel giardino di Vogel e pubblicato quarant'anni dopo la sua morte, senza che lui della sua grandezza abbia mai avuto coscienza.