mercoledì 18 luglio 2018

SCARAPERLE - 8 - I due incipit più belli

Capitolo I. Dal quale, eccezionalmente, non si ricava nulla
Sull'Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913.
Robert Musil - L'uomo senza qualità

Dalla parte di Swann - Parte prima - Combray
Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevan gli occhi così subito che neppure potevo dire a me stesso: "M'addormento". E, una mezz'ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi averlo ancora fra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevan preso una forma un po' speciale; mi sembrava d'essere io stesso l'argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco primo e Carlo quinto.
Marcel Proust - Alla ricerca del tempo perduto (traduzione Natalia Ginzburg)

venerdì 13 luglio 2018

La ballata del caffè triste di Carson McCullers



Aveva letto lo skarabookkiante e gliel'avevano detto che la McCullers, una delle grandi scrittrici del sud degli Stati Uniti nella prima metà del secolo scorso, era brava (“fragile e delicata, incostante, nella vita come nella scrittura, ma bravissima” mi raccontava un amico), ma non immaginava lo fosse così tanto. “La ballata del caffè triste”, racconto lungo o romanzo breve che si voglia chiamare, è veramente il gioiello che dicono. Anche negli altri racconti compresi nella raccolta si vede la qualità, ma lì ha trovate veramente geniali.

Intanto, l’uso di un ritmo sincopato della narrazione tra accelerazioni e pause colorate e dolcissime; poi la tecnica dell’anticipazione, usata con grande senso della misura e del tempo, il dialogo diretto col lettore e il filo ben teso del collegamento tra i fatti che racconta e la riflessione che ne trae o che vuole stimolare. Il tutto è funzionale a rendere il miraggio dell’utopia e dell’amore (l'amore è un miraggio che appare e scompare anche negli altri racconti) che si forma, si colora e poi ingrigisce, si sgonfia e si secca, lasciando solo polvere. Altra cosa di pregio assoluto di questo racconto è la caratterizzazione forte dei tre personaggi principali. Hanno tutti a loro modo qualcosa di misterioso, per qualche aspetto inesplorabile del loro carattere e della loro storia: la donna alta, strabica e muscolosa, piena di volontà e di forza che si fa incomprensibilmente irretire ed annientare; il gobbo piangente e infido, inquietante nella sua inspiegata capacità di sedurre e tradire; il bambino terrorizzato che diventa il cattivo innamorato in cui l’amore vira in rancore e in lucido disegno di vendetta.
Carson McCullers

L’atmosfera mutevole, sincopata appunto, del racconto nasconde in realtà una tonalità omogenea di fondo, nascosta, di malinconia e di sconfitta ineluttabile che incombe. E' una grande cantrice della sconfitta e degli sconfitti la McCullers. Lo dice benisssimo Harold Bloom:
“Tutti i personaggi di Carson McCullers sono accomunati da una medesima ossessione: la loro esistenza, fino all’ultimo istante, consiste nell’innamorarsi di una speranza, destinata a svanire.“

lunedì 25 giugno 2018

Berta Isla di Javier Marias



Se Marias piace, forse questo è uno dei suoi migliori. Se lo si considera invece verboso, noioso, banale, neppure questo (che forse lo è meno di tutti) piacerà. Appartenendo alla prima categoria, per lo scarabookkiante è romanzo di pregio.

Volendo alzarsi al disopra dei partiti, va detto che Marias lo vediamo come una sorta di ragioniere. La sua frase con la situazione o con il personaggio che descrive  deve “tornare”. Nel senso contabile del termine. Deve pareggiare al centesimo. E pareggiare significa che deve corrispondere con precisione al senso.
Ma non è solo questo. Nella contabilità ogni fatto che si registra porta delle conseguenze su più versanti. Per esempio un acquisto è una uscita di cassa, ma è anche un costo, che fa cambiare il bilancio, poco o tanto. E da parte di chi vende, la stessa cosa: è maggiore liquidità, ma anche un ricavo e anche maggiori tasse e così via. Il metodo, applicato al romanzo, dà esiti che possono  essere scambiati per verbosità, per banalizzazione, ma non lo sono affatto. Pochi che non siano ragionieri immaginano che strumento sofisticato e complesso di rappresentazione della realtà sia quello costruito sulla tecnica della partita doppia. Marias è un romanziere importante, che applica la partita doppia anche alle storie più complicate, fino ai limiti del surreale (anche se non è questo il caso).

Javier Marias
La storia del matrimonio tra Berta Isla e Tomas Nevinson e il mondo dello spionaggio che sta sullo sfondo viene resa con questo tipo di strumentazione. D'altronde non c’è niente di più gustoso per un ragioniere veramente bravo che sfidare la realtà, prendendo la più complicata operazione finanziaria o commerciale o di riorganizzazione aziendale e rappresentarla contabilmente con tutta la precisione del metodo che conosce alla perfezione.

Per parlare di contenuti, è  un romanzo sull’attesa e sul segreto: sull’arte difficile di gestire l’assenza delle persone che si amano e delle notizie di quella persona.  E poi sul coraggio che ci vuole a coltivare e onorare il segreto che tutti, senza eccezioni, ci portiamo dentro; il proprio e quello altrui. Che è poi la chiave vera di tutte le grandi storie d'amore. Anzi, più in generale, quelle sono le qualità che contribuiscono a fare lo scheletro di tutte le personalità solide, degli uomini e delle donne con un carattere. Chi non sa coltivare e rispettare il mondo segreto proprio e altrui vive e fa vivere male. Volendo scendere ancor più in profondo, è una storia sulla irrilevanza dei destini individuali e sulla loro precarietà e intercambiabilità. Sotto tutti questi punti di vista, di contenuto intendo, tra  i romanzi di Marias di sicuro è tra i più stimolanti.

Il tutto è reso con un tono narrativo  da candore neutro, da fedeltà mite ai fatti, spostando i cambi di visuale da un protagonista all'altra. La storia è raccontata dai due personaggi principali con due angolazioni completamente diverse, incastrate in modo che rende molto bene anche come ritmo narrativo. E il cambio dalla prima alla terza persona funziona senza attriti e stonature.

Ulteriore merito è quello di raccontare quella che è nonostante tutto una bellissima  storia d'amore, senza mai scivolare nel sentimentalismo (una cosa che non appartiene ai ragionieri). E infine riesce a tenersi lontano da un finale consolatorio; lo lavora invece, il finale dico, in modo elegante  con la tecnica della dissolvenza. Scelta saggia,  perché la soluzione lascia tutto lo spazio che serve  per accompagnare per mano Berta e Tomás nell'immaginazione del lettore ben oltre la parola fine.

martedì 12 giugno 2018

Warlock di Oakley Hall


Come “Lonesome Dove”, un bel romanzo sulla Nuova Frontiera, sul West insomma e quindi sulle fondamenta degli Stati Uniti. Un libro del ’58, che è, anche questo, già  revisionista. Perché guarda al fenomeno storico per quello che fu e non si allinea alla mitizzazione cinematografica con i suoi manicheismi. Gli ingredienti (il pistolero, il duello, il cow boy, il saloon, la prostituta, il whisky, lo sceriffo e via dicendo)  ci sono tutti, ma riportati ai loro chiaroscuri autentici e soprattutto alla loro realtà storica. Sottoscrivo in grassetto e sottolineato quando l’autore dice che “il compito della letteratura romanzesca è la ricerca della verità, non dei fatti”. Ed alla verità di quella storia questo romanzo dà un contributo importante.

Il West fu anche quello di una umanità che smetteva di cavalcare e tentava di strutturarsi; che a un certo punto passava dalla predazione all’allevamento, all’agricoltura o come in questo caso allo sfruttamento delle miniere. E quindi dal nomadismo alla stanzialità, dalla vita nelle praterie alla città. Se Lonesome Dove raccontava di un piccolo gruppo di uomini e donne in movimento dal Texas al Montana, qui si racconta di un paese (Warlock appunto) che tenta di organizzarsi in comunità. Al centro c’è il grande tema americano (e non solo ovviamente) del confine mobile e guerreggiato tra libertà individuale e convivenza sociale. Perché non appena gli uomini si fermano più o meno stabilmente dentro a quattro mura che si affacciano su una strada si pone il problema delle regole: di chi le stabilisce e di chi ne garantisce il rispetto. In poche letture si vede così bene la fatica e la sofferenza che costa tentare di garantire sicurezza, pace sociale, giustizia ad un costo tollerabile e accettato di limitazione della libertà individuale. E quanto resistente sia la mente degli uomini  e delle donne  a faticare per riportare sotto un qualche controllo il calderone che gli ribolle dentro. C’è sempre qualcuno a cui sembra che farlo ribollire liberamente sia l’unico modo per affermare di esistere, per rivendicare la propria identità, il proprio orgoglio, la propria libertà di individui. Gli esiti possono essere imprevedibili. Come a Warlock.

Dunque, non certamente un romanzo solo di genere. Anche per qualità di scrittura (i dialoghi in particolare sono praticamente perfetti), scavo psicologico dei protagonisti, capacità di rendere un mondo, con tutte le sue colorazioni ambientali e sociali. Due difettucci marginali a volerli trovare ci sono. Il primo è il numero eccessivo di personaggi che restano solo abbozzati. Molti sembrano figure di cartone messe lì a riempire la scena. Il secondo è un qualche calo della tensione narrativa qui e là. Si riprende subito però e sono difetti che si possono anche accettare,  perché la storia è bella, con sfumature di senso e alternative aperte di interpretazione che catturano. In ogni caso il risultato finale è più che buono.

lunedì 28 maggio 2018

Lamento di Portnoy di Philip Roth



Non c’è modo migliore di lenire il dolore per  la morte di uno scrittore sentito come amico, profondamente amico, che rileggere il libro col quale l’amicizia è nata. Non è necessario che sia il suo libro migliore (nel caso di Roth resta Il teatro Sabbath). Quel che importa veramente è provare a ritrovare nei meandri della memoria le emozioni che ci sono venute dal primo sguardo sul suo mondo. Se non altro, è una cosa che serve  a capire com’è che poi abbiamo dovuto leggere praticamente tutto quello che ha scritto; com’è che nei successivi decenni, almeno una volta l’anno abbiamo sentito  il bisogno di ritrovarlo. E siamo sicuri che adesso che lui non c’è più, questo bisogno lo sentiremo ancor più forte.
Philip Roth

Amicizia a parte, rileggendo Il lamento di Portnoy di sicuro capisci perché in così tanti abbiamo voluto bene a Roth e perché in così tanti lo hanno detestato.  Anzi, forse dei suoi libri questo è quello che meglio funziona come crinale, linea di demarcazione dei due campi. E tale è stato, fin dall’inizio. Alexander Portnoy si abbandona ad una  confessione troppo aperta, troppo spudoratamente esibita e compiaciuta e troppo oscenamente sincera, per non fare questo effetto. E l’ha scritto nel ’69, quando pubblicare una cosa del genere richiedeva un coraggio difficile da capire oggi.  Qualcuno dei detrattori disse che cercava (e ottenne) il successo con lo scandalo. Può darsi. Ma questo è solo un pezzo di una ragione più grande: Roth viveva per scrivere. E per  essere scrittore fino in fondo (successo compreso) doveva permettersi di raccontare senza ipocrisie e senza nascondere niente, fino al fondo della sincerità, il modo in cui vedeva il mondo che gli stava attorno. Lo ha fatto senza aspettarsi di buono altro che il piacere di esprimersi ed essere letto. Di essere detestato a lui ha sempre importato poco. Perché non c’è mai in lui nessuna vocazione didattica o filosofica,  nessuna missione etica o politica o di qualsiasi altro tipo, nessuna velleità di consolazione o di immortalità. Scrittore e basta,  per il piacere di scrivere e condividere. E proprio per questo obbligato solo alla sincerità. Roth è ritenuto comunemente osceno e invece forse è lo scrittore intellettualmente più puro e pulito del nostro tempo.
Ha scritto libri quasi tutti per niente cupi. In cui, anzi, si ride spesso e di gusto. L’ironia e ancor più l’auto-sarcasmo più spietato è importante in Roth. Si ride tanto leggendo Portnoy, ma la cosa che più fa ridere è provare a pensare mentre si legge (come disse una volta che faceva lui mentre scriveva) a tutte le integraliste femministe, ai bigotti di ogni fede, ai benpensanti di tutte le collocazioni (secondo me, i cosiddetti progressisti persino più  dei conservatori) che hanno identificato l'autore col personaggio e  si sono incazzati con tutti e due. Effetto, questo della identificazione di Roth con i suoi personaggi, per nulla casuale e del tutto voluto. Se Roth ha inventato una quantità di finti alter ego, come Portnoy e Zuckermann, lo ha fatto solo per far pensare i detrattori di volersi nascondere e per alimentare la caccia a stanarlo e rinfocolare equivoci e disprezzo. Tanto quanto in questo modo si teneva legati  i lettori amici. La cosa deve averlo molto divertito perché lo ha fatto tutta la vita, in modo scoperto, beffardo, insolente. 
Portnoy  è veramente, per chi lo detesta, il Roth "imperdonabile". Ed è quello con cui si diventa di più e per sempre suo amico.  Perché, se il Sabbath che verrà avrà la morte davanti e per questo potrai se non perdonarlo, almeno usargli comprensione, Portnoy, senza un attimo di esitazione, a norma di tutti i regolamenti e codici "lo condannerai a cinquemila anni più le spese”. Non ci sono e non ci saranno mai nei suoi libri che verranno percorsi di elevazione, finali edificanti, ritratti elegiaci. Non c'è perdono e non c'è consolazione. Solo umanissima condivisione. Per questo, con Roth la tematica della colpa, centrale nella letteratura di matrice ebraica, si eleva a categoria universale, fino a toccarci tutti. Qui, nel suo primo romanzo importante. tutto questo c’è già, in forma nuda e compiuta.
Ci   trovi i tormenti dell'infanzia e dell’adolescenza, raccontati con una  sfrontatezza senza pietà, soprattutto verso di sé. Ci trovi miscelati in pari misura il bisogno ed il rifiuto di appartenenza: alla famiglia, all’America, alla religione e al ricordo degli avi, ad una donna. Ci trovi nella stessa schizofrenica misura la negazione rabbiosa e l’adesione accorata e nostalgica alle sue  identità: ebreo, progressista, americano, maschio, amante, figlio. Ci trovi  in contemporanea il bisogno (per spirito razionale e ingiunzioni genitoriali) ed il rifiuto (per velleità di profanazione e liberazione, per illusione di onnipotenza  e poi di immortalità) di controllare le pulsioni sessuali. Ci trovi l’ansia di autonomia e di solitudine e il desiderio di comunione e tenerezza. Ci trovi, prima e alla base di tutto,  l’esigenza di fare i conti con un certo tipo di rapporto con la madre, che in questo libro è una figura letteraria monumentale. Molti hanno parlato per quasi tutti i personaggi di Roth di eterno adolescente (cominciò Natalia Ginzburg, che pure ne aveva percepito subito la grandezza), ma il personaggio di Roth è spesso fissato ad un’età molto, molto più remota; addirittura quella che precede nel bambino la fase edipica. E gli straordinari accomodamenti che tenta per sopravvivere sono insieme comici e commoventi.
Poi, tutti dicono che dovevano dargli il Nobel e che a lui è dispiaciuto molto che gliel’abbiano negato, ma se leggi questo libro pensi che abbiano fatto bene a non darglielo. Il vero premio è non averglielo dato.

venerdì 18 maggio 2018

Lincoln nel Bardo di George Saunders



In quanto a originalità e stravaganza in effetti scherza per niente qui Saunders. Già solo tecnicamente, come costruzione narrativa, è roba audace assai.  Incastro di pezzi di testimonianze vere e di fantasia (con tanto di estremi delle citazioni, autentiche e inventate) attorno al decesso del figlio bambino  di Lincoln e di quel che ne seguì, nella realtà e nell’immaginazione. Da questo punto di vista un’opera di bravura. Soprattutto perché incredibilmente si fa leggere; anche  con piacere. Il ritmo paradossalmente guadagna da questa struttura modello Lego. Gli incastri sono veramente perfetti, i personaggi si fanno riconoscere subito (prima di leggere in calce di chi si tratta), i cambi di scenario sono agili, i tempi di respiro della lettura sono ben cadenzati. Insomma, un romanzo scritto seduto sul filo dell’acrobata, ma bene.

Poi, è audace anche nella scelta del soggetto: la storia si incardina nel piccolo spazio che da sempre si fantastica ci sia subito dopo la morte, in quello che viene chiamato appunto Bardo, passaggio tra  la vita e un Aldilà a scelta.
Ne viene fuori qualcosa che inevitabilmente rimanda alla letteratura sul tema: dal Libro tibetano dei morti alla Divina Commedia, all’Antologia di Spoon River. Alcune pagine, soprattutto sul tema della perdita, sono da incorniciare; altre trasmettono una tristezza crepuscolare, struggente. In particolare quelle sul passato perduto,  che non si è vissuto e mai si potrà vivere. Allo scarabookkiante  sono piaciute molto. Poi ci sono immagini potenti. Per esempio lo è quella del Lincoln straziato che nerovestito  e segaligno cavalca di notte su un piccolo cavallo lasciando il figlio alla sua prima notte nella tomba. E lo è, potente, quel che va pensando (in quelle pagine sta l’essenza del libro).
I difetti.  Esagera forse col numero dei personaggi (una folla sterminata),  con le trovate da film dell’orrore sugli zombie che adesso imperversano (sarebbe interessante capire bene il perché di questa moda), esagera con certi effetti speciali da cartone animato. 

Però è proprio tutta questa animazione a rendere il romanzo scorrevole e gradevole. Contribuisce, come le caratteristiche tecniche di cui s’è detto, a fare quella che secondo me è la migliore qualità del libro: veicolare in forma cinematografica e favolistica, con una infantile per quanto dolorante leggerezza, il tema orribile per antonomasia.  Riesce così a  ottenere quello che vuole e cioè tirare fuori un senso positivo dalla presa di coscienza e dall’accettazione dell’ineluttabile e della perdita, che è il vero filo rosso della storia. Un senso che va  in una direzione giudicabile come si vuole, ma di sicuro è una visione che con i suoi echi orientali ha una sua saggia nobiltà e una sua meditata compiutezza. Anche per questo è un romanzo convincente, che commuove e diverte.

martedì 15 maggio 2018

Le venti giornate di Torino di Giorgio De Maria




Ogni tanto capita di incappare in libri veramente strani. Magari per il contenuto o anche per la storia editoriale. A volte sono romanzi magnifici (come Il Segreto, di Anonimo triestino, per esempio). In altri casi, come in questo, sono libri inquietanti, misteriosamente profetici e con un’atmosfera dentro da “libro maledetto”. L’autore è un intellettuale torinese con una vita (e anche una psiche) parecchio complicata e finita parecchio male. A suo modo, lui stesso “un maledetto”.

Giorgio De Maria
E’ uno di quei libri che seguono percorsi carsici: appaiono in circostanze strane, spariscono e poi ogni tanto ricompaiono. Ignorato per anni in Italia, adesso è stato ristampato e persino tradotto e pubblicato negli USA con recensioni autorevolissime ed entusiastiche. Di recente è riapparso durante un dibattito del Salone del libro di Torino. 

Un centinaio di paginette (molto ben) scritte nella seconda metà degli anni settanta per raccontare fatti immaginati risalenti a dieci anni prima. 
Una Torino spettrale e misteriosissima (ma anche “slabbrata e segretamente febbricitante magica e satanica”), dove si sente costantemente (chissapperchè) puzza di aceto; un’epidemia di insonnia, morti surrealmente violente per mano di ignoti assassini che usano corpi umani come clave (come a dire: vite usate per distruggere vite); e poi, immondizia che si alza in cumuli nella tromba delle scale e, in un’ala del Cottolengo, statue che forse si cambiano posto nelle piazze e al centro la “Biblioteca”. Una percezione costante di un  Male oscuro, impossibile da decifrare, che però entra dappertutto. La conclusione è kafkiana, ma insieme con Torino è la “Biblioteca” la cosa più importante. Di sicuro la più sorprendente (specie per gli americani). Ha che fare poco con l’idea che la parola suscita. Ha molto a che fare invece  con i moderni social network, con facebook. Che descrive profeticamente in natura ed effetti quindici anni prima che di internet si cominciasse solo a parlare.


La “Biblioteca” viene istituita da ragazzoni sanicci, ben vestiti e ben tosati, vagamente fascistoidi, che sembrano Zuckemberg (incredibile) in contrapposizione con la lettura, con la narrativa, con i libri. Ecco cosa dice uno di loro:
“A noi non interessano la carta stampata, i libri, c’è troppa finzione nella letteratura, anche in quella cosiddetta spontanea... noi siamo alla ricerca di documenti veri, autentici, che rispecchino l’animo reale della gente, che possano, insomma, considerarsi per davvero dei soggetti popolari... possibile che tu non abbia mai scritto un diario, un’autobiografia, una confessione di qualche problema che ti turba?» «Sì, qualcosa avrei scritto, adesso che ci penso.» «Ebbene, perché non ce lo porti? Troverai certo qualcuno che ti leggerà e che si interesserà ai tuoi problemi... noi faremo in modo di metterlo in comunione con te e diverrete amici, vi sentirete più liberi. È una cosa importante quella che facciamo, visto che oggi è diventato così difficile comunicare……La prospettiva d’«esser letti» fluttuava lontana, come un fascinoso miraggio. Miraggio «reale» tuttavia, come «reali» erano le cose che venivan scritte. Io darò me stesso a te, tu darai te stesso a me: su questa umanissima base sarebbe avvenuto il futuro scambio”.

L'edizione americana
E così si comincia a raccogliere tutto quello che viene scritto in privato per essere condiviso e scambiato pubblicamente: un pensiero, una paginetta, un opuscolo, un diario. La gente si mette in fila o va in giro a depositare e raccattare notizie e pensieri; i propri e quelli altrui. Si passa il tempo (non potendo dormire) succhiando di nascosto la vita e i pensieri degli altri. L’immagine di un lago che si prosciuga si affaccia negli incubi che ricorrono in tutto il libro. Nel fondo del lago prosciugato si vedono solo bassorilievi. Anche qui, una sorta di virtualizzazione ante-litteram delle persone (oggi li chiamiamo “profili” e tutti veniamo profilati).
Inopinatamente, al là delle intenzioni dei promotori, questo meccanismo fa venir fuori e moltiplica tutte le malvagità, tutti i demoni; esibisce e mette in circolo tutte le povertà umane; stimola e amplifica con l’esibizionismo tutte le rabbie, le disperazioni, i bisogni di riconoscimento. Le solitudini, anziché lenirle le accentua, le esaspera, le fa esplodere in un rancore esplicitato.
Non è un caso se la violenza che si scatena nelle strade e tra i monumenti di Torino e che dura venti giorni, si accompagni con la Biblioteca e finisca con lei. Poi tutto viene rimosso e dimenticato. Finché qualcuno non comincia ad indagare. Dieci anni dopo.

Sarà che il libro in effetti rende benissimo il clima cupo, da “passioni tristi” (anche quello attualissimo). Sarà che ad inquietare non è solo l’intuizione, ma (ancor più) l’analisi di genesi ed effetti del fenomeno “social” senza ancora immaginare la scoperta della dimensione virtuale, senza il web. Fatto sta che a leggere questo romanzo davvero si prova una forma di paura, a tratti raggelante, come potrebbe accadere davanti all’apparire di un fantasma mostruoso, di qualcosa di inspiegabile, di un miracolo satanico.

lunedì 7 maggio 2018

Tutto quello che è un uomo di David Szalay





Un gran bel libro. Originale soprattutto, per senso e struttura, anche se la cosa migliore è la scrittura. Senza quella, senza quella qualità non avrebbe retto. Un falso minimalismo. Sembra vetro ed è cristallo. Sfaccettature di senso, limpidezza di descrizione, capacità di cogliere e scomporre nel dettaglio la luce delle cose e del modo in cui vendono viste e vissute. Ma anche fragilità. Un meccanismo delicato, in cui il lettore deve entrare e non distrarsi, prestare attenzione ai dettagli. I paesaggi, su e giù per l’Europa, sono importanti e sono resi con grande nitidezza. Fanno pensare all’America di Hopper. Frasi spesso brevi. Aggettivazione precisa. È semplice come stile, ma devi essere molto bravo per essere così semplice. Altro ingrediente importante: la punteggiatura. Non è solo tecnicamente corretta, ma viene usata benissimo per sincopare il ritmo di lettura. 
La trama scansa tutte le possibili evoluzioni ad effetto, i colpi di scena. Quando c’è qualcosa che potrebbe somigliargli (un fatto importante, una decisione-chiave) lo si lascia scivolare senza nessuna impennata del ritmo, nessun alzo di tono nella scelta delle parole. Ed è una scelta funzionale al senso complessivo del libro: della normalità drammatica con cui le vite scivolano barcamenandosi nella corrente delle cose, per quanto turbolenta possa farsi.

David Szalay
Sono racconti, come fotogrammi di vite, ma messi insieme secondo me fanno un romanzo. E il filo che li lega non è solo lo scorrere delle stagioni della vita, dall’adolescenza alla vecchiaia. Se Szalay avesse lasciato che in ciascun racconto il personaggio fosse lo stesso fotografato in un momento diverso ne sarebbe venuto fuori un tipo umano con una sua connotazione abbastanza coerente. Limitato e ristretto nella sua individualità, però. Sarebbero saltate le possibili varianti, le differenze, che uomini diversi portano con sè (status, cultura, aspetto fisico ecc). E sarebbe saltato il concetto che al di là di queste differenze, al di là delle nostre individualità, c’è per tutti qualcosa, un modo di farsi sentire della vita che li/ci accomuna davanti al corso delle cose. In questo, lo scrive, ad un certo punto, “Pensiamo di essere speciali, e invece siamo tutti uguali”. Probabilmente lì sta una delle cellule germinali del libro e anche la sua genialità. 
Letteratura maschile, senza dubbio, per angolo visuale e sensibilità. Di una tristezza cruda, asciutta. Sono storie di uomini, d’altronde, raccontati nella loro solitudine interiore. Hanno sempre davanti un futuro avvolto nella nebbia e da un certo punto in poi la consapevolezza nuda della fine. Intanto, qualcosa sta per accadere; forse qualcosa o qualcuno sta per dar loro un'opportunità o per far loro del male. Oppure è una turbolenza che chissà dove porta. Sono uomini insomma davanti ad un passaggio stretto, un bivio, un momento in cui forse qualcosa che vale la pena di fotografare si sta determinando. Forse. E questa tensione sottile, questa incertezza corre lungo tutte le pagine. Come una corrente a bassa intensità.
Personaggi che tentano come noi tentiamo, chi più chi meno, di fare le scelte, le possibili correzioni di rotta, le virate di volontà; ma con la forza della corrente delle cose comunque bisogna fare i conti. Si può aver ragione a volte, ma alla fine del gioco è quella che vince. Il senso o, meglio, il dubbio di una incapacità, di non essere all’altezza, permea ogni pagina. A volte c’è il sapore di una sconfitta; che viene per lo più accettata come inevitabile. Fosse anche solo dell’unica sconfitta che a tutti tocca, quella finale, senza rivincita. Poi, occasioni mancate e, magari indossando un sorriso, il triste ripiego dell’accontentarsi: di un’altra donna, di un compromesso, di una nuova città, di un lavoro diverso, di una direzione del destino che non è quella che avevi immaginato e provato a imprimere o che per un attimo pensi di aver intravisto. Della percezione infine che forse una speranza, in qualcosa di misteriosamente nascosto nel tempo infinito che ci precede e ci seguirà si può immaginare di riporla.
Una conclusione delle storie (sono nove) non c’è mai. Le storie, d’altronde (tutte, anche la nostra), scorrono e continuano a scorrere anche dopo che sono finite, in qualche modo: nell’immaginazione, nella memoria che lasciamo, nel tempo dell’universo, appunto. Anche quando abbiamo finito di leggerle e anche quando non ci siamo più. Magari questo, forse, contiene il germe di quella speranza estrema, avvolta nella nebbia. Chissà.
Se fosse una canzone sarebbe questa.
https://www.youtube.com/watch?v=mnYwK...


venerdì 27 aprile 2018

Nascita di un ponte e Riparare i viventi di Maylis de Kerangal
















Letti di seguito i due libri della De Kerangal (che splendido nome questa donna: Maylis Suzanne Jacqueline Le Gal de Kerangal. Non è bellissimo?), invertendo l’ordine con cui li ha scritti forse si apprezzano meglio.
Sono due romanzi molto diversi per soggetto, ma  molto simili per struttura e stile. Uniti da un comun denominatore che sembra essere anche la cifra letteraria dell’autrice. Una cosa che fa pensare ad un vecchio saggio di Fredric Jameson sul post-modernismo in cui diceva che tutta la corrente culturale che domina il nostro tempo, il post-modernismo appunto, è nata e si è sviluppata a partire dall’architettura e dal rapporto con gli spazi. Da lì ha poi inglobato e prodotto correnti che si sono manifestate in letteratura, cinema, musica, fotografia e quant’altro. Ecco, collocazione letteraria a parte,  al centro delle storie e della prosa di questa francese c’è esattamente questo: la percezione e la descrizione dello spazio. C’é il modo in cui il territorio è influenzato dalla presenza e dall’azione dell’uomo. E in c’è il modo in cui lo spazio, gli ambienti riflettono e insieme condizionano i sentimenti degli uomini.
Per capirci meglio, la delusione di una donna innamorata diventa una cosa così: 
“la disillusione le devasta i territori e il retroterra, oscura i volti, vizia i gesti, confonde le intenzioni, si gonfia, prolifera, inquina i fiumi e le foreste, contamina i deserti, infetta le falde freatiche, stacca i petali dei fiori e infanga la pelliccia degli animali, chiazza la banchisa oltre il circolo polare e insudicia l’alba greca, imbratta le poesie più belle di una triste iattura, distrugge il pianeta e tutto quel che lo popola dal Big Bang fino ai razzi del futuro, e rimescola il mondo intero, quel mondo che suona vuoto: quel mondo disincantato.”
Maylis De Kerangal
Ed è molto brava la De Kerangal  non solo a descriverli gli spazi e gli ambienti, ma anche a trasferire nelle  parole la suggestione che veicolano, il senso esistenziale che assumono nella storia che sta raccontando. Anzi, nelle storie. Perché in tutti e due i libri si tratta di più storie intrecciate attorno ad un evento catalizzatore: la costruzione del ponte da una parte e il trapianto degli organi di un ragazzo morto in un incidente (roba emotivamente incandescente, avverto). Sono storie che hanno un taglio preciso, che sanno dove vogliono andare a parare. E siccome sono dominate dagli spazi e dalle architetture non a caso lei parla di traiettorie. Sono traiettorie di esistenza che hanno un punto di origine nel passato, si avvicinano, si incrociano, poi si allontanano lasciando una scia nel futuro e nella nostra immaginazione.
La cosa migliore dei due libri è la qualità della scrittura, con un periodare variato su registri diversi, con un gran senso del ritmo e della tensione narrativa. A volte periodi lunghissimi e tumultuosi che hanno però una loro controllata scorrevolezza, una loro armonia. A volte frasi secche, quasi apodittiche. E infine la lingua e in modo assolutamente speciale l’aggettivazione: audace, originale, che non rinuncia mai a suggerire suggestioni, ma sempre precisa, mai arbitraria. Si, decisamente due ottime letture.

domenica 22 aprile 2018