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venerdì 13 gennaio 2017

Nascita di un Mostro (o del vero Dio)

La notizia è di questi giorni. Licenziano i consulenti finanziari. La nuova frontiera del lavoro nel mondo dei soldi, bancario e non, diventa un miraggio. Un software li sostituirà. Per giovani disperati, bancari in cerca di ricollocazione, esperti rampanti e piccoli promotori di provincia sta per arrivare la fine.  Ma non è il lamento per l’ennesima professione cancellata dalla rivoluzione informatica a far sobbalzare lo scarabookkiante. C’è qualcosa di molto più inquietante nascosto in questa notizia: è l’annunzio della nascita di un nuovo Dio o per chi a Dio non crede, di un Mostro. Vero. Immenso. Potentissimo, completamente fuori controllo. E non è fantascienza.




Parliamo di un programma informatico, ma in effetti è un gigantesco robot che della forma umana non sa che farsene, ma che è in grado di apprendere e di auto-evolversi. Un programma dentro il quale si inseriscono i dati del capitale che si vuol investire e   le preferenze di chi lo possiede. È in grado di analizzare le informazioni che raccoglie in rete, istante per istante, sul mercato finanziario globale. Non ne ignora e non ne dimentica nessuna: andamenti di borsa a livello planetario, quotazioni dei titoli obbligazionari e azionari, dei fondi, dei derivati, situazioni contabili, prospettive e rumors su tutte le società e le istituzioni, i dati-paese e quant'altro possa incidere sulla capacità di moltiplicarsi dei soldi. Elabora i dati e li mette in relazione tra loro. Quindi, sforna la migliore soluzione di collocamento possibile del capitale, con la logica del massimo rendimento sulla base  delle preferenze che gli sono sta date (livello di rischio, tempo di investimento, eccetera). Non può sbagliare. Sono algoritmi. Pura matematica applicata.  Il tutto ovviamente, in una manciata di secondi. Banche e società finanziarie lo stanno acquistando e stanno smantellando le reti di consulenza. Quel che resterà saranno mere reti di vendita e assistenza. Commessi travestiti da manager.

La finanza è già da un decennio un mondo a sé, un pianeta autonomo. Rispetto al pianeta dell’economia reale, che è il pianeta dove vivono gli uomini e in cui si producono merci e servizi, è un’altra cosa, separata e distante, per tanti aspetti concorrente. Una volta, investire il  capitale per produrre “cose” era il modo principale, anzi, in fondo, l’unico, per consentire al denaro di riprodursi, al capitale di far profitto Non è più così. Ora il suo frutto, il capitale se lo produce soprattutto da solo, semplicemente muovendosi in quel pianeta tutto suo.


In teoria, chi ha la responsabilità di gestire soldi, per esempio quelli di una banca, può ancora scegliere se usarli nell'economia cosiddetta reale, sulla terra, per finanziare la produzione di  qualcosa; oppure  spostarli lì.  In pratica, ormai la valutazione di rischi e rendimenti che, a torto o a ragione, questi uomini ogni mattina fa, sta funzionando a pieno regime come una specie di cappa aspirante. La maggior massa di  denaro da anni ormai preferisce lasciar perdere le fabbriche, le società di   servizio, i cantieri e lasciarsi risucchiare verso quell'altrove. Per una logica talmente evidente, ineccepita e universalmente accettata, da sembrare scontata: quella del massimo profitto. 

I soldi scelgono quasi per inerzia, quasi da soli, di essere lasciati liberi, piuttosto che servire per pagare macchine e lavoro umano. Liberi di muoversi da una azione ad un’obbligazione, da un derivato ad un fondo comune di investimento, da una moneta all'altra. Senza vincoli geografici, perché il capitale ha smantellato tutti i confini di stato. Senza vincoli temporali, visto che tutto è connesso e tutto funziona in tempo reale. Senza il vincolo della materia, perché sono ormai entità astratte, virtuali, incommensurabili. Nessuno sa più quanta massa monetaria c'è in circolazione. E' quasi un puro spirito. Intanto, dove vivono gli uomini manca il lavoro, mancano i soldi per i servizi pubblici, si allarga la macchia della povertà.

I Capitali sono lassù. E puntano al loro sogno antico di moltiplicarsi all'infinito, liberamente, con la certezza o l’illusione di ridurre al minimo i rischi e con la certezza comunque di non doversi perdere in intraprese fatte di mura, braccia, oggetti, attriti fisici e sociali, vincoli politici, mattane degli elettorati democratici. E’ questa evoluzione il motivo principale di quel che chiamiamo crisi, ma che crisi non è. Perché non ha nulla di transitorio e nulla di patologico. E’ semplicemente il nuovo capitalismo finanziario. Ed è anche la vera causa di quel che chiamiamo diseguaglianza: diminuiscono i soldi in mano dei tanti che sul pianeta della finanza   hanno poco o nulla, i poveri;  e invece aumenta la ricchezza dei pochi che hanno trasferito nel vero Nuovo Mondo la gran parte del loro patrimonio. Funziona così e basta, già da tempo; e nessuno sembra poterci far niente.

Solo che fino ad  oggi, chi non aveva  accesso diretto su quel pianeta, aveva bisogno, per far entrare i propri risparmi nel ciclo finanziario, di un consulente; di qualcuno cioè che gli   consentisse di decidere cosa e quando e quanto comprare e cosa quando e quanto vendere. Volendo guardare la cosa dalla parte del Capitale, supponendolo dotato di intelligenza e volontà propria (perché così è, a pensarci bene, se ci si pone con la visuale della cultura dominante), possiamo dire che prima non poteva muoversi senza una decisione umana, senza un cervello informato e ben funzionante che gli dicesse dove andare e cosa fare. Adesso invece può. Sembra un dettaglio, ma non lo è.

Il Capitale diventa  un Mostro dotato di autonomia completa, come un essere biologico. Basta farlo nascere: basta inserire la sua cifra in una macchina, collegata in rete con tutte le altre macchine informatiche. Quando questi software saranno raggiungibili dalle nostre app di home-bank, chiunque di noi sarà potenzialmente in grado di farlo. Potrà non solo  spedir soldi sul Pianeta Finanza (cosa già possibile), ma avere anche certezza che quelli sapranno da soli, grazie al nuovo software, qual è la cosa migliore da fare, una volta arrivati. Il Capitale grazie all'intelligenza artificiale e alla rete informatica si autogestirà, si governerà  da solo, per automatismi dettati dal Principio della Creazione del Valore. Una enorme fetta delle risorse che fanno la ricchezza o la povertà del genere umano in questo modo sarà fuori dal controllo degli uomini. E' un salto di qualità immenso.

Ma non nasce al niente. Sarà solo l'ultimo diaframma che salta; è l’ultima, per ora, evoluzione di un lungo processo di liberazione da tutti i vincoli, come s'è già detto.
Il salto finale di qualità che lo rende completamente autonomo. Diventerà un'entità virtuale che domina  un gigantesco videogame planetario. I suoi contatti con il nostro pianeta si limiteranno, in basso, alle dita di chi inserisce i dati: noi stessi, appunto, oppure operatori di livello basso, mal remunerati, che nulla sanno di quel che davvero accade dietro lo schermo. D'altronde, in larga parte è già così. I promotori, gli impiegati di banca, i gestori dei patrimoni finanziari non sanno esattamente cosa vendono; spesso ignorano o hanno solo il vago sospetto, che si tratti di immondizia, a volte tossica. Sanno quel che tutti possiamo leggere sulle schede-prodotto e, al limite, sui prospetti informativi. Poi c’è il segmento alto, ristrettissimo di chi per grandezza di patrimonio o competenza tecnica sarà in grado di dialogare davvero con “il sistema”. Si illudono di gestire, ma non è vero. E comunque anche i loro spazi sono destinati a restringersi sempre di più. Alle élite resteranno i privilegi; non  il potere. Non tutto almeno. Non possono mettere in discussione il Principio, che è ormai una sorta di legge di natura. D'altronde, la logica del Mostro, i suoi algoritmi sono “scientifici”, impersonali, inumani. Si sono affrancati dagli uomini che li alimentano e degli umani ammetteranno sempre meno intuizioni, preferenze, convenienze, idiosincrasie, imperfezioni, devianze, ingerenze, eccezioni.

Il che non significa che il Mostro non abbia una sua etica. Al contrario, ha dentro e alle sue radici una vera religione, l'unica vera fede dominante sul nostro pianeta. Ed è la fede nel potere salvifico della libera circolazione dei capitali, del libero mercato: il Liberismo. 
E dunque, se ha vinto l’idea che il Capitale sceglie sempre, in condizioni perfette, di mercato perfettamente trasparente, la sua migliore allocazione, quella in grado di dargli il miglior rendimento, allora, se sa da solo cosa fare di se, è giusto che sia totalmente libero di autodeterminarsi. Non c’è alcun bisogno e non è neppure giusto, nella sua logica mistica, che gli uomini ci mettano le mani.




Se credi nella sua religione, nel Liberismo, il Capitale Finanziario puoi anche vederlo come God, come Dio e il suo pianeta come il suo eterno, infinito, mistico Paradiso. E’ lui che ha ed avrà sempre più in mano le nostre risorse, i mezzi della sussistenza del genere umano, il nostro destino. 
Per lo scarabookkiante, questo, adesso che se ne vedono bene le sembianze, semplicemente è il Mostro. E anche il motto iscritto da più di due secoli su ogni dollaro assume da oggi un altro significato: più esatto, quasi letterale. Mostruoso, appunto.

domenica 1 gennaio 2017

La vita: facciamo prima una prova generale o la rigiriamo?

Chiacchierando con un'amica del più e del meno si finì col parlare di Dio  e della presunta Perfezione del Creato.

Naturalmente, trattandosi di amicali pettegolezzi se n'è parlò male (d'altronde, degli assenti sempre male si parla): dell'Uno e, al pari,  dell'Altra. Perfetto per niente, insomma, secondo noi, come lavoro, il Creato.

Lo scarabookkiante guardando in particolare a quel che più direttamente ci riguarda, alla nostra vita di umani, ricordò quel che una volta disse Vittorio Gassman.
Un uomo che a lungo si è torturato, cadendo in feroce depressione, pensando all'idea di dover morire. Di sicuro  molto malvolentieri l'ha abbandonata lui, la vita. Un giorno in un'intervista  disse che per ogni commedia ben allestita, prima della rappresentazione vera, definitiva, almeno una prova generale bisogna farla. Anche per la vita, Diobbono, avrebbe dovuto prevederla! Aver pensato di far svolgere tutto in un'unica rappresentazione improvvisata, così, davanti a tutti, è stato un errore imperdonabile; di sicuro, una scelta poco professionale, da parte di chi ha messo su lo spettacolo. Farebbe bene a ripensarci.


Un altro attore aveva una teoria diversa; non meno ragionevole e non meno originale. Non sappiamo delle due qual è quella che più ci piace. L'una o l'altra, sarebbe comunque meglio di com'è adesso. Altro che perfezione del Creato! Woody Allen pensava che  il lavoro del Creatore sulla vita umana piuttosto che male fosse venuto in verità capovolto.
Per farcela godere fino in fondo (si fa per dire) gli basterebbe solo rigirarla all'incontrario.  Tutto sommato, anche con poca fatica.


Si cercava qualcosa di bello da augurarci per il nuovo anno e ci siamo lasciati nell'indecisione. Ognuno scelga la soluzione che preferisce e auguri di Buon Anno Nuovo a tutti.

mercoledì 21 dicembre 2016

Il Bomba e La meglio gioventù

Siccome agli Scarabookkianti gli sconfitti son sempre piaciuti, non possiamo venir meno al dovere di rendere onore a quello che resterà a lungo lo sconfitto più solo della nostra storia recente: Il Bomba.
Dobbiamo confessare che molto abbiamo riluttato. 

Il personaggio, per tanti altri aspetti lo sentiamo tanto, ma proprio tanto lontano. 
Non ci piace per nascita e formazione politica: gioventù cattolica (quella dei boy scout, che per noi, con tutta la simpatia, restano" bambini vestiti da cretini guidati da un cretino vestito da bambino"); post-democristano; ulivista; arrivato tra noi solo grazie alla ridicola rincorsa durata quasi un secolo, dei comunisti italiani verso i diccì peggiori (quelli "di sinistra", da Moro in giù). Il fatto che ci abbiano alla fine sbattuto il muso contro (gli ex comunisti dico, da D'Alema in giù), fino a farsi cacciare da casa loro e distruggere la sinistra italiana, è solo la vendetta comica e sacrosanta che la Storia ognuno tanto si prende verso gli stupidi incorreggibili. Non ci piace soprattutto per le politiche economiche, che sono state liberiste nella ispirazione e nella sostanza; le ha solo condite con la vecchia salsa delle elemosine e della beneficenza che ha imparato a cucinare  nelle mense della Charitas (hottantaeuro e altri bonus similari). Non ci piace perché da lui non è venuta né mai verrà nemmeno un accenno, un tentativo di quella politica di redistribuzione della ricchezza e di riduzione delle diseguaglianze di cui avremmo bisogno. E senza la quale non c'è sinistra e non c'è salvezza per noi e per quel sistema democratico che ancora ci consente di scarabookkiare. Non ci piace che non abbia smontato neppure un pezzetto delle spese clientelari e delle grandi rendite di Stato (a partire per esempio dalle provvidenze alla editoria, di cui campano i giornali, soprattutto quelli coprofili, altrimenti comprati e letti da pochi coprofagi, come Il Fatto Quotidiano). Non ci piace nemmeno il fatto che si vanta di non aver aumentato le tasse. Probabilmente non è vero, ma se fosse vero sarebbe sbagliato: c'è chi ne dovrebbe pagare parecchio di più (e non parliamo solo di grandi evasori, parliamo di grandi patrimoni) e chi parecchio di meno. 

D'altronde, si sa, lo dicono tutti, è anche e soprattutto per queste cose qui, che ha perso. Quelli che aveva cacciato (e che comunque fuori dai giochi resteranno: i loro festeggiamenti aggiungono solo ridicolo al ridicolo della loro storia) gli si sono coalizzati contro. Il ceto medio senza soldi e senza speranze, i ragazzi dai quaranta in giù senza lavoro gli hanno tirato addosso le pietre (l'unica cosa che avevano ancora in abbondanza, nelle tasche). Il paese più disperato, quello del sud, delle periferie e delle zone industriali desertificate, delle slot machine e del rancore acido covato e sfogato su fessbook si è trasferito in massa sulle schede elettorali. E lui, con la guasconeria del Bomba, si è esposto a pettinfuori alle pietre, alla rivolta degl'incazzati, all'acido dei fessibookkianti.

Lì  ha cominciato ad esserci simpatico. Quasi nostro malgrado, per puro istinto.

E la Costituzione? Che c'entra la Costituzione con questa roba qua, con la sconfitta? Facile sarebbe rispondere: "niente c'entra". Sono in tanti a dirlo. D'altronde, nessuno ne parla più, di Costituzione. È "Il Bomba" che ha perso. Di lui si sparla. Del  suo governo. Sono le sue politiche ad aver perso. Deve farsi un bagno di umiltà: questo è il messaggio con cui si arriva al  "passoechiudo".

Invece c'entra la Costituzione. Certo che c'entra. Era per cambiare quella che si votava. Ed è quella che resterà tale e quale. Oggi sembra un dettaglio. E in fondo lo è pure (d'altronde si dice che è sempre nei dettagli che si nasconde il diabolico). Quello che conta è aver buttato fuori Il Bomba e finire il lavoro (di cacciarlo definitivamente). 
La rivolta dei disperati (quelli veri e i rottamati) aveva bisogno di una bandiera con le palle della nobiltà e Il Bomba gliel'ha confezionata lui, con tanto di motto: "DIFENDIAMO LA COSTITUZIONE PIÙ BELLA DEL MONDO". Perché? "Ha sbagliato i calcoli", questo ormai è chiaro. "Voleva stravincere, avere le mani libere, per comandare da solo" e anche questa può starci, col personaggio. D'altra parte, il difetto di ogni propaganda, anche di quella dell'ottimismo, del cambiamento possibile, della speranza, persino quella delle migliori intenzioni ha questo difettuccio: che ubriaca per primo chi la fa, fa perdere il contatto con la realtà e prima o poi ti porta nel fosso. Così è andata anche stavolta.

Il fatto è però che per lo scarabookkiante, stavolta Il Bomba aveva ragione. Nel merito. Sulla Costituzione, aveva ragione. E solo un guascone che chiamano Il Bomba poteva avere il coraggio e la follia per fare una battaglia come questa in un momento sbagliato come questo. E perderla, ovviamente.
È andato a provare a mettere il dito proprio nel punto esatto del meccanismo di funzionamento delle istituzioni che sta all'origine di grandissima parte dei nostri problemi. Quello che regola la produzione delle leggi. Un meccanismo concepito per garantire tutto e tutti. Meno che la produzione di leggi chiare, immediatamente applicabili, frutto di un progetto di governo delle cose ben identificabile, con un responsabile ben individuabile. 

Tutta la nostra Costituzione va in direzione opposta. Settant'anni fa il problema era che nessuno potesse decidere niente. Tutto doveva essere mediato, discusso, contrattato. Per paura (di un nuovo Dux). Per convenienza (del Pci, che mai avrebbe potuto pensare di vincere e decidere qualcosa da solo, nell'Italia degli americani). Per vocazione alla mediazione (dei democristiani). Forse anche per indole etnica ("poi ci aggiustiamo tra di noi, ci arrangiamo, senza scontentare nessuno"). Sicuramente per un calcolo da bottegai fatto da tutti,  per poter dire dopo, se le cose non funzionano, "è per colpa degli altri; ci siam dovuti mettere per forza d'accordo con quelli e allora...". Così ha funzionato (si fa per dire) per settant'anni. Questa è, la Costituzionepiùbelladelmondo: italianissima. Il Bomba lì è andato a mettere il dito: nella Carta e nelle Camere della mediazione permanente. E gliel'hanno spolpato. Anche perché nello zig zag di sei passaggi parlamentari è uscito fuori un mostriciattolo di riforma, in tutto simile a tutte le altre leggi che questo sistema continuerà a produrre per chissà quanti decenni.

C'è un merito che dovrebbero riconoscergli tutti a questo referendum e al Bomba, che l'ha voluto. Sul tema della Costituzione, per quel che contava nella decisione tra si e no, ha diviso il campo tra chi pensa che democrazia è  mettersi d'accordo sempre e comunque (quelli dell'Unità) e chi pensa che democrazia è dividersi quando c'è da prendere una decisione (quelli del conflitto regolato). In Italia il cambiamento passa da lì. E s'è deciso che non si deve cambiare. Punto.
Dunque chiudiamola qui.  Con gli onori: per aver fatto chiarezza con una conta democratica che ha finalmente diviso l'Italia sulla sua Costituzione; per aver individuato esattamente qual è il punto di origine della gran parte dei nostri problemi e, soprattutto, unico in settant'anni, per aver provato a portare il paese verso una democrazia vera, del conflitto e non della mediazione, noi rendiamo solennemente onore al Bomba.

Fabrizia Di Lorenzo
(Per la verità non è solo per questo che scriviamo. Fosse solo per questo, confessiamo, forse non avremmo scritto niente.
Due giorni fa, a Berlino, una ragazza di trentun anni nata a Sulmona, dalle nostre parti, è stata messa sotto da un Tir di un fanatico islamista. Dopo il referendum aveva scritto pubblicamente tutta la sua delusione perché anche stavolta, in Italia, niente cambiava.
Una giovane che si è sentita sconfitta.
In controtendenza. E per l'ultima volta. 
Bomba o non Bomba, volevamo dire che aveva ragione lei. E vogliamo riproporre lo spezzone de La meglio gioventù che accompagnava quel suo ultimo sfogo di tristezza.
Che è anche il nostro.)




sabato 3 dicembre 2016

E' la democrazia, stupidi!

Non se ne può più di questa tiritera su un paese "spaccato", "diviso", "avvelenato". Gli scarbookianti, proprio all'ultimo giorno, per la prima volta  hanno sentito montare la rabbia, quella vera.


Se c'è un merito che questo referendum ha, è proprio quello di aver fatto venir fuori fin dall'inizio,  la differenza che c'è tra chi pensa che la democrazia sia "unità", "compromesso", "mediazione", "accordo" e chi invece pensa che sia il sistema che permette a idee, progetti, programmi, modelli di società, uomini diversi e in conflitto di sottoporsi al giudizio dei cittadini. 


Con il voto democratico l'idea, il progetto, il programma, il modello di società, gli uomini che hanno il consenso della maggioranza dei cittadini dovrebbero acquisire  il diritto, gli strumenti e la responsabilità di realizzare quel che pensano sia giusto in un tempo certo e limitato. Non di trovare per forza di cose, per obbligo dì governabilità, per ingiunzione costituzionale alla mediazione,  l'accordo con tutti e realizzare ad ogni passo un miscuglio informe del quale nessuno porta fino in fondo la responsabilità. 


Questa è stata l'Italia finora. Un paese nel quale tutto, a tutti i livelli è oggetto di accordo, nel nome dell'unità. E nessuno è responsabile di niente. Questo dovrebbe smettere di essere, se volesse  cominciare davvero a risolvere qualcuno dei problemi, che seguendo la democrazia dei compromessi storici e non e del "volemosebbene" si è caricata sulle spalle in settant'anni.  


È la democrazia, stupidi! La democrazia è conflitto. Un conflitto regolato dalla legge, nel rispetto della volontà della maggioranza dei cittadini. Ma conflitto vero. E assunzione di responsabilità, vera, con la faccia, il nome e il cognome. 


A noi scarabookkianti non piace Renzi e non siamo costituzionalisti per giudicare se la sua riforma sia tecnicamente perfetta. Probabilmente, per quel che ne abbiamo letto e soprattutto conoscendo Renzi,  non lo è. 


Ma una cosa l'abbiamo capita e ci basta: se dovesse passare il no, non sarà lui a perdere. 

Perderà, forse per sempre in questo paese, l'idea che ci piace  di concepire una democrazia.


domenica 24 aprile 2016

Il Duca di Sant'Aquila: Gadda e la vita dissimulata

Tutta l'opera di Gadda  può essere letta come  una autobiografia dissimulata e romanzata. Da quest'idea bisogna partire. Si dirà che in qualche misura è così per tutti gli autori. Ed è vero. Ma per Gadda il rapporto tra vita ed opera è  cosa piuttosto complicata. Andare a vedere come stanno le cose oltre ad essere interessante, aiuta molto a capire. Più forse che in molti altri casi.


Roscioni ne Il duca di Sant’Aquila  ricerca e racconta  i fatti biografici, le cose davvero accadute. Il tentativo è quello di  spiegare cosa c'è di vero e di reale dietro i richiami di Gadda alle "tempestose e terribili circostanze" della sua vita. Cerca di dare corpo storico e riscontri al clima famigliare dell’infanzia e della giovinezza, che nei romanzi viene descritto cupo e percorso da tensioni e sofferenze indicibili. Basti pensare a quello al cui centro ha messo il Gonzalo Pirobutirro de La Cognizione del dolore.


Cosa trova Roscioni?

Trova  che Gadda aveva una famiglia con una storia tutto sommato normale. Con  le sue difficoltà, certo: economiche e  di rapporti. E  con le sue  debolezze, le sue tensioni, i suoi vizi caratteriali. Che ha dovuto subire la perdita prematura del padre, per un’improvvisa malattia; e poi del fratello, in guerra, dolorosissima. Ma è anche una famiglia con una  sua solidità di  risorse e di relazioni interne ed esterne; con una sua borghese dignità; animata da  valori forti come l'amore per la cultura, la spinta alla solidarietà, il culto del decoro e della dignità.

E si capisce presto che , forse,  la cosa più importante   non sono le vicende di vita  così come le può vedere uno storico o un critico letterario, col suo distacco, solo scovando lettere e testimonianze . Non contano insomma tanto i fatti in sé. Conta invece e moltissimo la narrazione che se ne fa Gadda. 
Così come per tutti noi, è come ce la raccontiamo, la nostra vita, che importa. Non cosa è stata “per davvero” secondo un osservatore esterno (e ammesso che il “per davvero” abbia un senso).

Per la vita di Gadda accanto alla realtà storica c’è  tutto un modo di sentirla, di interpretarla e infine ricostruirla che è prodotto della sua mente della sua sensibilità. Ne è lucidamente consapevole: la chiama "isteria storica" e la contrappone alla “realtà storica”. E quel modo di leggere gli eventi e di interpretarli, non per il fatto di essere “isterica” (cioè proveniente da un moto interiore e da una conformazione della mente) deve per forza esser vista come priva di una sua fondatezza, di una sua logica e di una sua verità. Anzi, per chi la scrive  e per noi che la leggiamo è l’unica che è vera; di sicuro è l’unica che conta, che produca effetti.
All'interno di questa rappresentazione espressionistica della realtà, Montale giustamente si chiedeva "se si possa parlare di causa o di effetto... Se veramente le cause producono l'effetto o è l'effetto che produce le cause". In altri termini, narrandosi la sua vita in quel certo modo, Gadda la sua vita, in qualche misura,  la determinò, le diede una sua impronta peculiare, ne indirizzò il corso. Soprattutto determinò la sua opera.

E allora la domanda diventa un’altraCosa c'è al centro di questo racconto di sé che si fa Gadda e di cui il biografo dà conto, mentre ci dice cosa a trovato di documentato, di vero, di concreto? 
Adele Lehr Gadda

Di sicuro c’è la madre e poi più sfocate, sullo sfondo, le figure del  padre inetto, affettuoso, troppo presto scomparso e della sorella con cui ha rapporti soprattutto epistolari, finché non li romperanno del tutto. 
La madre, soprattutto, dunque. 
Nel libro di Roscioni esce fuori una figura complessa, con molti aspetti interessanti e a volte sorprendenti. Era una donna colta, intelligente, che ha lasciato segni di una intelligenza vivace e di una grande sensibilità. Era anche una  donna emotivamente refrattaria, compressa; molto decisionista e poco espansiva; molto assertiva e poco empatica. Che normava e imponeva, ma che era pochissimo disposta a comprendere e sostenere, tanto meno col calore di un abbraccio e della condivisione. 

Il rapporto che Carlo ha con questa madre per la verità dà l’impressione di essere una cosa che ha molto poco a che fare con il complesso di Edipo, come sostiene Roscioni;  e di avere invece molto a che fare con la fase evolutiva precedente a quella edipica, in cui incubano le sindromi narcisiste della personalità. Ma questi sono discorsi da lasciare alla competenza degli psicologi. Rispetto a questo nucleo centrale della sua sofferenza, la madre soprattutto, Gadda oscillava tra la drammatizzazione degli effetti, la ferocia delle accuse verso i genitori, l'orrore e il senso di colpa per il rancore che sentiva dentro e che lo portava alla fine ad una dolorosa, attonita paralisi dei sentimenti e della parola.

Gadda durante la Grande Guerra
Il Duca di Sant'Aquila è il nome dato a se stesso in un gioco infantile. Contiene  i prodromi del mito militare  e della  sua idea di patria. Ma dentro lo strano militarismo gaddiano oltre alle vaghe fantasie identitarie,  ci sono "da una parte la presenza di impulsi rigoristici, quasi ascetici; dall'altra l'assidua, insistente manifestazione di esigenze tecnico-funzionali...un suo peculiare, indefettibile pragmatismo". Le cose devono funzionare, insomma. Questo lo attraeva della organizzazione militare. E la sua assenza lo faceva arrabbiare, nel corso della sua esperienza di soldato.

Ma non è solo questo. Dietro c’è qualcosa di ben più decisivo e centrale. C’è una visione filosofica che permea  tutto il modo di vedere il mondo di Gadda. C’è l’esaltazione del senso del dovere ed in particolare del dovere di  tentare di ricondurre la complessità del mondo ad un ordine. Un ordine organizzato, che risponda a razionalità tecnica, a rigore, a precisione. E per riuscirci bisogna avere il culto della verità. Ed essere esatti, disciplinati, aderenti alle cose, scientificamente corretti. Non c’è altro da fare se si vuol tentare di trovare un'alternativa, un riparo al degrado e al caos che incombe, che ci circonda.

Epperò, dicotomicamente, Gadda è convinto che l'impresa è impossibile, che la precisione a lunga gittata nel ricostruire la catena delle cause e degli effetti nello spazio e nel tempo non ha nessuna possibilità di essere portata ad una qualche conclusione. Il mondo è troppo complesso, la catena delle cause e degli effetti porta troppo lontano, per essere padroneggiata dalla mente umana e dalle sue velleità ordinatrici. E così il senso del dovere, la tecnica, l’esattezza, la razionalità scientifica finiscono con l'essere usate in realtà per arrivare a dimostrare che l’impresa è impossibile, che non verremo mai a capo dello “gnommero”, dell'intreccio, dell’infinita complessità delle cose. 

Questo non abbassa neanche di un po’ la necessità di farlo. Perché l’assunzione di una responsabilità davanti alle cose è indispensabile, se si vuole sopravvivere conservando  una dignità umana. All’opposto, la  perdita di una finalità anche solo illusoria, produce il terribile effetto del decadimento, dello sfacelo. Un effetto, applicabile a tanti uomini e contesti umani, che lui descrive in un modo per l'appunto preciso, meticoloso: "Nulla vi era più di reale in loro, come in chi vivesse per automatismo. È questo forse il principio e lo stato di ogni dissoluzione morale. Il mondo appare allora come un rotolamento di effetti, e il suo contenuto è già stato enunciato fuori di noi: un'orrenda pietraia rovina giù senza fine. Ogni volere è smarrito. Non siamo che cose".

Trasferito in narrativa l'obiettivo impossibile di Gadda diventa quello di cogliere e risistemare in una rappresentazione il reale, scovando di ogni oggetto, personaggio, evento la precisa dinamica, la sua esatta collocazione nel contesto generale, fino alle più remote origini. Scriveva bene Cecchi: "Gadda è uno di quei pittori che fanno un capolavoro tenendo a modello un vecchio paia di scarpe. Nel fango che incrosta le afflitte tomaie sono iscritte in capillari geroglifici, come nei fregi di una piramide, le storie delle fatiche umane e delle sorti. E attraverso le buche della suola, ecco il  cielo con le lontanissime costellazioni che governano quelle fatiche e quelle sorti. È realismo anche questo: anzi è realismo di quello buono, di gran marca, a lunga portata."

Alla base  della sua stessa prosa, del suo stile espressivo, della sua lingua c'è questa esigenza di verità e di precisione.  Quel che viene definito il barocco di Gadda nasce da lì ed è tutto il contrario di un esercizio di sovrabbondanza compiaciuta, di esibizione di forme fine a se stessa. Viene dal puntiglio ingegneresco di dare una espressione millimetricamente esatta delle cose, a tutto tondo, in ogni dettaglio, cercando tutte le simmetrie e le corrispondenze esatte. Ed è  questa esigenza di esattezza che lo spinge a inventarsi una sua lingua. 
Mutua il linguaggio dei tecnici. Si appropria di termini delle lingue dei paesi dove ha vissuto. Prende dai vari dialetti le espressioni che funzionano meglio in un  determinato contesto. Il risultato finale è che resta rigorosamente fedele alle sue esigenze di completezza di espressione e di precisione, ma nella più bizzarra e personale delle rappresentazioni della realtà  e nella più spastica e contaminata deformazione della lingua. Il vero nocciolo della grandezza espressiva di Gadda sta tutto lì.

Il linguaggio di Gadda ha anche un’altra funzione, come rilevò meglio di tutti Pasolini: quella di fare da “schermo pudico” alle sue emozioni, di funzionare da strumento di difesa psicologica. E’ la dissimulazione dell’autobiografismo di cui si diceva all’inizio quella che viene realizzata anche attraverso la lingua, paradossalmente proprio ricercandone la precisione. Solo così d’altronde Gadda poteva raccontarsi e affidarsi agli altri, sentirsi parte di una comunità. I sui inquinamenti linguistici lui li chiamava “maccheronea” e diceva che sono “un immergersi nella comunità vivente delle anime”.
La spinta finalistica di "mettere in ordine il mondo" accomuna la sua attività di letterato e quella di ingegnere, fino alla realizzazione di utopie possibili: "L'idea di tesaurizzare la catastrofe, di tradurre la piena in chilowattore, di livellare il dramma idrografico nella proficua disciplina delle industrie"

L’esito finale però è identico. Sia nell'una che nell'altra attività dimostra a sé stesso prima che agli altri l'impossibilità di portare a compimento “l'opera”. Gadda è  l'autore per eccellenza delle opere letterarie incompiute. Ma è anche l’ingegnere che ha cambiato infinite volte e bruscamente lavoro. Ed è un uomo che ha continuamente cambiato abitazione, città, nazione, continente, senza legarsi in modo stabile con nessun essere umano e nessuna situazione. Che è periodicamente  caduto in lunghe fasi di ritiro, di conclamata misantropia, di abbandono di ogni progetto. 
Il suo eroe è Amleto. Lo cita, quando declama: "Quale disordine! E dovevo io nascere, per mettere a posto tutto ciò". Diceva che  Amleto è un "uomo invasato dalla missione ricostitutrice (d'una realtà morale del mondo)"... Un uomo in cui però dominano l'impotenza e l'abulia, "effetti della devastazione morale operata in lui dal delitto materno".  E tutto così torna a girare attorno alla figura della madre, al nucleo incandescente delle sue sofferenze.

La consapevolezza della sua vita  interiore è sempre presente, lucida. Gadda si guarda costantemente vivere. Si cerca negli occhi degli altri senza riconoscersi. E questo rinforza una rabbia sorda, che resta inespressa e di cui si sente colpevole. Da una parte ne cerca le radici e le ragioni  e dall'altra la traduce in un umorismo corrosivo verso sé e verso gli altri che si manifesta solo negli scritti. 
Scrive "Sono orribilmente depresso, solo...Cosa vuoi che ti dica di me? Sono sempre il Gaddus, sempre più balogio che mai, sempre più merluzzo, sempre più sconclusionato, svirgolato, sfessato, ma sempre più bilioso e pieno di invettive contro tutti.' La spietata e dolorosa coscienza, questo bisogno di vedersi, di rispecchiarsi  in Gadda è fortissimo, connaturato con le basi più profonde della sua personalità. E lo sa perfettamente: "Io vivo con la mia psiche, scusi la parola, un po' esterna alla pelle del suo proprietario, che son io; come l'elettricità che i fisici dicono si porti un po' al di fuori del conduttore (nello skean effectc), come il nimbo dei santi. Non ch'io sia santo, ma la mia psiche vuol star di casa un po' fuori del mio alloggio corporeo". 

Questa attenzione assorbita dalla fatica di guardarsi vivere aveva tra gli effetti anche quello di renderlo distratto,  assente rispetto alle conversazioni e ai rituali sociali; in realtà era  preoccupato da tutto, timoroso di apparire nella maniera sbagliata e di cadere nelle trappole che attribuiva alla furbizia degli interlocutori. Si sentiva perennemente sotto giudizio di una qualche entità esterna, di un immaginario accusatore al quale deve rendere conto, spiegarsi, giustificare. E da questa percezione nasceva una paura ossessiva e una forma di rabbia sorda, di irritazione costante. In realtà gli altri spesso ne parlano come di una figura soprattutto buffa, fuori posto, imbarazzata, mai disinvolta, mai a suo agio; e di un uomo esposto dalla sua ingenuità ad essere sempre vittima di scherzi.

L'umorismo irritato e irridente, spesso feroce di Gadda nasce quasi tutto dai suoi umori interiori, dalla sua umoralità. Chi lo ricorda ne parla come di un insofferente canzonatore. Sfornò battute epiche su Moravia, la Morante, Pasolini, il mondo del cinema, l'odiatissimo Foscolo (odiato per la mancanza di precisione, perchè gli imputa di sacrificare la verità alla retorica), tanto per fare qualche nome. Era insofferente verso il mondo intero, in particolare verso i rituali e gli intrattenimenti che secondo lui nascondevano ipocrisie, stupidità, meschinità, cattiverie. I suoi quadretti della borghesia lombarda, fotografata in modo ferocissimo a teatro, nei ristoranti, nei condomini vengono da questa spinta interiore. 
L’intolleranza canzonatoria che li anima è quella che non riusciva ad esprimere nella vita reale, perché andava in contrasto con la sua buona educazione da "signorino", da "principino". Una parte in commedia questa, che gli fu  imposta nel  copione famigliare,  dalla madre in particolare e di cui ha sempre parlato come di qualcosa che  gli procurava una in/sofferenza,  di un travestimento che lo teneva distante e fuori dal mondo. 


Il contrasto tra cattivi sentimenti e buona educazione determinava accelerazioni e frenate in tutti i suoi rapporti (con la sorella Clara per esempio, con il cognato, gli amici, i datori di lavoro, con le sue mitologiche pensionanti e via dicendo) lo rendevano goffo,  ridicolo persino, tra una esagerata cortesia esteriore, una sostanziale distanza emotiva e la violenta insolenza segreta, che viene fuori soprattutto nelle lettere e negli scritti letterari.  E viveva con l'ossessione di essere riconosciuto colpevole per questo e perseguitato. Il titolo dato al volume che raccoglie le sue interviste è una sua espressione e dice tutto.

Si nascondeva. E spesso risolveva il problema scappando. Aveva il mito della fuga (scarligà, diceva in milanese , cioè fuggire) e specialmente fuga dall'impegno sentimentale. Il racconto di Montale di quando scappò, passando dalla finestra al primo piano, dalla casa di una signora fiorentina che lo aveva ospitato con segreta concupiscenza divenne una leggenda comica.

Dietro c'è sempre quella ipersensibilità cosciente: "Miserabile io credo soprattutto di essere per l'eccessiva (congenita e continua) capacità del sentire, la quale implica uno incorreggibile squilibrio tra la realtà empirica e l'apprezzamento che il mio essere ne fa".

In conclusione, dal libro di Roscioni esce il ritratto di un uomo sofferente al di là di quanto sia possibile giustificare con la ricostruzione dei fatti della sua vita. C'è una molla psicologica iper reattiva che innesca una sua interpretazione dei fatti, della sua vita, un modo di vedersi che deforma e amplifica i dati della realtà, la ricostruisce secondo un copione interiore. E la sua opera è la trasfigurazione letteraria di questa percezione malata di sé.


Roscioni  dice che lo scrittore "è come l'ostrica, che solo se è malata genera la perla". Larga parte della migliore letteratura nasce da una matrice patologica. Nel caso di Gadda di sicuro è così.

mercoledì 2 marzo 2016

La RAM e l'attenzione

Leggendo un saggio divulgativo di informatica, lo scarabookkiante appassionato di narrativa, ad un certo punto si chiede  com'è che il computer, così presente nella nostra vita, lo sia invece così poco nei racconti, nei romanzi. Come metafora, soprattutto. Eppure, per esempio,  gli elementi che fanno la qualità di un buon computer sono in buona parte gli stessi con cui si può valutare la qualità di una buona mente e quindi di un buon essere umano. Al netto delle emozioni, certo; e si può convenire che non è poco (d'altronde ci stanno lavorando, si sa). Ma per tutto il resto, mente e computer sono oggetti narrativi che si prestano bene a spiegarsi e illuminarsi a vicenda. E così lo scarabookkiante arriva ad una conferma importante.                                               

Prendiamo per esempio, la memoria. In una macchina esistono due tipi di spazi di memoria. Ci sono le memorie di massa, interne o esterne, (tipo la pen drive o gli hard disk esterni o i vecchi floppy o i cd)  in cui archiviamo i nostri lavori e i nostri divertimenti e carichiamo i programmi che usiamo. Anche nella nostra mente c’è una memoria di massa, il nostro “magazzino”  di informazioni, di dati. Che poi in realtà più che uno spazio è  una rete impalpabile di miliardi di collegamenti chimici ed elettrici. Lì c’è tutto quel che ricordiamo o comunque possiamo richiamare alla luce della coscienza : dal volto di nostra madre alla classifica del campionato, passando per le conoscenze che ci consentono di lavorare, leggere, ascoltare musica e via dicendo e facendo. Anche lì sono le emozioni a far la differenza con le macchine: quando le cose che ci accadono entrano nella nostra vita scortate da emozioni forti non ce ne dimentichiamo. La scoperta del ruolo delle emozioni nei meccanismi del cervello umano è una delle grandi conquiste recenti più affascinanti delle neuroscienze. Non fosse che per aver fatto cadere la barriera di luoghi comuni che separava e contrapponeva la sfera emotiva dalla cosiddetta sfera razionale.
                                                                     
Poi nel nostro pc c’è la memoria volatile, che gli informatici chiamano RAM. E’  lo spazio in cui si lavora; quello dove quindi girano il browser per navigare in rete o i programmi di scrittura o di calcolo o di elaborazione di qualsiasi altro genere. Tutto quel che si fa in quello spazio se non viene salvato, cioè archiviato su una memoria di massa, viene perduto. Si chiama volatile per questo. In compenso,  ha una velocità e facilità di accesso e di lavoro enormemente superiore all'altra. E' la nostra scrivania, insomma. Se non è abbastanza grande i programmi più complessi non riescono a muovercisi o "girano" più lentamente, fino a bloccarsi. E se vogliamo usare più programmi contemporaneamente, in multitasking come si dice e come ormai siamo tutti abituati a fare, ad un certo punto si rischia che sia  la macchina intera a bloccarsi. Avere un pc che abbia mille giga di memoria di massa, ma una RAM di pochi mega significa avere una macchina di pessima qualità, praticamente inutilizzabile. Una buona dimensione di RAM fa la qualità di un computer quanto e più della buona dimensione del disco di archiviazione.
                                                                      
Trasferita al nostro cervello la RAM  cosa potremmo paragonarla? Forse somiglia a  quella cosa che chiamiamo attenzione. E’ quello lo spazio mentale che usiamo per raccogliere le informazioni dai cinque sensi, per capire, per dedurre, per creare, per inventare, per fare un lavoro o un gioco o per raccogliere  e comprendere le sollecitazioni che ci vengono dall'ambiente che ci circonda, dalle persone con cui conversiamo, per monitorare il nostro corpo e per sentirci vivere. Qualsiasi cosa facciamo,  la facciamo occupando un certo spazio di attenzione. Anche la più fugace delle impressioni passa di lì. 
Qui ci sono informazioni più dettagliate http://blogdelleneuroscienze.blogspot.it/2012/02/lattenzione.html.


L'attenzione è una funzione che implica anche una capacità selettiva. Nel senso che percepiamo uno stimolo e poi magari decidiamo che non ci serve; oppure quell'impressione, per esempio, sfugge per qualche motivo all'archiviazione, ce la lasciamo alle spalle e non la recupereremo più.

E’ proprio in quello spazio, quello dell’attenzione, che la nostra intelligenza si muove, fa collegamenti, si spinge avanti, esplora nuove conoscenze e trova nuove soluzioni. Per fare ancora collegamenti utili, l’intelligenza potrebbe fare il paio con il microprocessore, in un pc. Per tutti e due è la velocità con cui lavora che fa la differenza. E’ importante, certo. Ma anche la RAM-attenzione lo è. Anche per il lavoro dell’intelligenza lo è. Quanto più è grande il nostro spazio di attenzione tanto più liberamente quella si muove e maggiore è il numero di interconnessioni tra “le cose” che riesce a scovare.

Tutti parlano dell’intelligenza come di un criterio fondamentale di valutazione e classificazione degli esseri umani. Ma una persona con una immensa capacità di attenzione è una persona speciale quanto e forse più di una persona di grandissima intelligenza in cui però la capacità di disporre di uno spazio di attenzione sempre libera è limitata o nulla. Siamo sempre più circondati di gente che non ha capacità attenzione sufficiente a far girare i suoi programmi, che ha poca RAM.
                                                                        
A quanti capita di percepire parlando con una persona anche in gamba, magari amica o molto cara, che mentre parla con noi è centrata su un altrove, che non vede l’ora di liquidare tutto il resto per tornare a sprofondarsi lì? E quanti vogliono fare ed occuparsi di più cose di quelle che il loro spazio di RAM-attenzione è in grado di contenere? E quanti sacrificano uno spazio enorme della propria limitata attenzione per guardare l’effetto che fanno sugli altri, che sono assorbiti dal proprio ego? E quante volte sentiamo che la nostra ram-attenzione è fuori dal nostro controllo, attratta e occupata da tanti software inutili che dovremmo solo chiudere? Anche il cervello umano ha i suoi malwares. Programmi che si installano nel pc a nostra insaputa e che ci assorbono spazio, condizionano il funzionamento dei programmi . Nello spazio mentale  potrebbero essere paragonabili alle attività, ai pensieri che distraggono la nostra attenzione.

Distrazione ha un’accezione quasi sempre negativa. Mentre concentrazione di solito è intesa come un valore positivo. Eppure, a pensarci bene, producono con risultati diversi o opposti lo stesso effetto: quello, appunto di occupare spazio della la nostra RAM-attenzione. Quando la nostra attenzione è concentrata su un oggetto (che sia un problema di lavoro, un articolo per il blog, il corso d’inglese, la progettazione di un grattacielo, fare i compiti con nostra figlia o una chiacchierata sul tempo che fa) lo spazio disponibile residuo diminuisce o è nullo. E non è comunque una cosa buona per noi. Faremo bene quell'attività, magari. Ma siamo assorbiti da quella: in qualche modo non esistiamo più che per fare quella cosa. E invece lo skarabookkiante pensa che dovremmo aver cura di avere in ogni istante uno spazio di RAM-attenzione libera.
                                                 
La RAM-attenzione libera potremmo allora vederla come quella che resta al netto della nostra concentrazione e delle distrazioni. Quanto più grande è lo spazio di attenzione complessivo di cui disponiamo, tanto più grande è lo spazio  mentale che resta aperto e accessibile anche quando la nostra mente è  molto impegnata o molto distratta. 

Avere la mente sempre "aperta" è importante.

E’  lì che, anche mentre siamo concentrati, si esercita oppure no e in quale misura la funzione più alta della nostra mente: la coscienza, la consapevolezza. È da lì che ci auto-osserviamo, che preserviamo la giusta distanza dall'oggetto su cui siamo concentrati, che ci vediamo mentre ci lavoriamo sopra. E’ in quello spazio mentale che ci ricordiamo chi siamo, i nostri valori. E’ da lì che continuiamo a valutare la scala delle nostre priorità. E’ da li che ci immunizziamo dall’auto-identificazione totale in quel che stiamo facendo, che non ci dissolviamo nell'oggetto su cui siamo concentrati. Ed è lì, che suonano gli allarmi quando l’oggetto, i fatti e le logiche esterne, che magari non ci piacciono, ci stanno per travolgere. La percezione stessa  della bellezza ha bisogno di quello spazio libero.

E’ dallo spazio di attenzione libera e cosciente che dipendono la nostra capacità di custodire la nostra specificità di esseri umani,  la nostra libertà, la nostra facoltà di monitorare l’ambiente che ci si muove attorno. Ed è proprio in quello spazio, se è abbastanza grande, che possiamo continuare a preservare, anche quando siamo concentrati su qualcosa, una riserva di empatia, di curiosità, di partecipazione-comunione con tutto il resto, con gli altri, con l’universo che ci circonda. Saper tener aperta e allenarsi a usare bene la nostra attenzione ci fa esseri umani migliori.
Ecco, questo  è  l’esempio di un aspetto importante del modo di funzionare della mente  che molto ci riguarda e molto ci interessa e che la metafora del computer illumina bene. Dalla lettura di una manuale di informatica si può tirar fuori anche  un criterio di valutazione che più passano gli anni, più gente conosciamo  e più allo skarabookkiante  sembra importante per valutare la qualità delle persone.

Per dirla in un’altra maniera, lo scarabookkiante, persino leggendo un manuale di informatica, ha avuto la conferma di essere stufo della gente anche molto intelligente, con microprocessori potentissimi, che magari sa e ricorda un sacco di cose, ma che non  ha la RAM troppo piccola, che non ha il dono mirabile dell’attenzione consapevole, libera e accessibile.


mercoledì 13 gennaio 2016

Uomini schifosi e l’elogio della fuga




Mi viene in mente di primo acchito  una raccolta di racconti, una delle cose migliori di Dave Foster Wallace, Interviste con uomini schifosi, ma, definizione a parte, non è che c’entri niente con quel che devo scrivere.

Ce lo teniamo buono solo per il titolo, il libro di DFW.



Di sicuro c’entra di più questa scena di FF.SS.  un vecchio film di Arbore (scena da ridere, ma solo per stomaci forti).




Funziona proprio così: il disgusto, lo schifo ha un  perverso potere magnetico al quale vorremmo resistere, ma qualcosa finisce per piegare la nostra forza di volontà e vince sull'immediata e sempre rimontante repulsione.

Un potere simile su molti ce l’ha anche l’esercizio del male, della crudeltà. Senza arrivare alla sindrome di Stoccolma che lega con una insana forma di affetto la vittima al suo carnefice c’ è una forma di perversione che attrae verso lo  spettacolo del dolore procurato. E’ quella che fa la fortuna dei generi  trash e splatter e roba simile. Ma anche questa è un’altra storia.

Perciò restiamo sugli “uomini (solo) schifosi”.

Un esempio. Che poi è la situazione che mi ha messo “la penna in mano”. Una delle cose che mi fa più schifo è trovarmi a guardare qualcuno che mangia con la bocca aperta. Ultimamente m’è successo con un conoscente, un tipo silenzioso, umbratile, con poco senso dell'umorismo. Non so come  è capitato che s’infilasse in una comitiva con cui uscivo a cena abbastanza spesso. E così ho scoperto che ha quel difetto lì. E’ uno di quelli che ti lasciano zoommare sul bolo in formazione, che ti fanno seguire in moviola tutte le evoluzioni linguali, che ti impongono la contemplazione  della loro ginnastica masticatoria, che espongono senza barriere l’accesso alle mucose buccali mentre sono irrorate sia per via endogena che attraverso sorsate di liquidi esterni. E con tanto di slappettii sonori. 
Lo trovo uno spettacolo insopportabile. Soprattutto perché finisce col fare l’effetto della tv,  quella peggiore: scippa lo sguardo, impone il ritorno ciclico quasi ineluttabile e sempre sofferente, dell’attenzione. Vorresti non vedere, distogli gli occhi, ma non si sa come né perché quelli, lì finiscono per  tornare. C’è una forza indipendente e nemica che ce li riporta. Una tortura  che ci si autoinfligge senza necessità. Nel senso che magari il tipo non ti è nemmeno seduto proprio davanti. Potresti tenerlo fuori dal tuo quadro visivo. E invece scopri tuo malgrado che ci vai apposta con lo sguardo. Non si capisce per quale immonda ragione, ma ci vai. Prima o poi ci vai. E poi ci torni ancora.


E’ così. Ogni volta era così con questa persona. Non sapevo che fare. E sembrava non esserci via di scampo.
Invece c’è. Ed è una via che si può, si deve imboccare (si scusi il verbo). E che torna utile davanti a fastidi e avversità anche maggiori di questa. Una Via Maestra, che tante volte mi ha portato fuori da situazione ben più che fastidiose. 
Insomma, il mio persecutore masticatorio mi ha spinto verso l’ennesima (nella mia vita) rivalutazione etica della Grande Via della Fuga.
E così mi è tornato in mente un bellissimo saggio di Henri Laborit che si chiama appunto “Elogio della fuga”, consigliatissimo.



E anche questa  bellissima canzone di Paolo Conte



Eh si: “La fuga nella vita, chi lo sa… …che non sia proprio lei. la quinta essenza”.  Ha proprio ragione. Eppure la fuga è concetto che in generale suscita  nel comune sentire riprovazione, aperta condanna.  Viene associata a irresponsabilità, vigliaccheria, mancanza di carattere, onesta, lealtà, affidabilità.

E’ vero il contrario. Sottrarsi a certe frequentazioni, a certi rapporti di amicizia o sentimentali,   a certi ambienti di lavoro, sociali o addirittura familiari è cosa buona e giusta. E va fatta come si deve fare una fuga: senza dar troppe spiegazioni, anzi senza darne affatto.  Come in questa scena di Amici miei, diventata famosa per l’ultima parte, quella degli schiaffi. Ma prima c'è una fuga da manuale...




Voglio dire che uscire silenziosamente non è solo un metodo efficace per migliorarci la vita, un’ottima soluzione in tante circostanze altrimenti insopportabili e con vie di uscita alternative tutte peggiori. E’ proprio una  cosa eticamente ineccepibile, più che corretta, altrochè. E’ un diritto onorevole e sacrosanto, da difendere e praticare ogni volta che  riconosciamo la scelta  come opportuna, utile per noi e persino per chi ci lasciamo alle spalle, lasciandolo al suo destino. Perché la fuga non è affatto sempre e comunque una scelta meschinamente egoista.  Ci sono situazioni dalle quali è salutare allontanarsi anche per il benessere di ciò che abbandoniamo.

Tornando ai miei pranzi, non ho più frequentato quella comitiva conviviale. Via. Sparito. Così come non più voluto avere rapporti con qualche persona, amica o  anche di più, che un tempo adoravo e poi ho scoperto che vivendo male e pensando peggio mi avvelenava la mente. Così come non guardo i talk show, non vedo i cinepanettoni, non leggo i libri horror, non ascolto la musica metal. 

All'opposto dei moralisti c’è chi riterrà si stia dicendo solo una banalità, che tutti si costruiscono un mondo più o meno a misura.  Chi dice queste cose di solito sta per obiettare sulla correttezza, secondo loro dovuta,  di una spiegazione della fuga. Ecco,  questi  si sbagliano più di tutti. Le spiegazioni in certi contesti di relazione, nelle situazioni del tipo di cui si parla qui sono un modo sgradevolissimo per perdere tempo, esporsi a rischi inutili (di equivoci, rancori, ferite più o meno metaforiche) e infligger/si gratuitamente atti di crudeltà. Detesto la reticenza nei rapporti a cui tengo. Ma per le stesse ragioni penso che sia salutare per  quelli da rottamare.

D'altronde l’alternativa corretta quale sarebbe? Quella didattica del tipo “perché fai così? t’insegno io”. Macché! Non cambierai mai a quello lì il modo di masticare. E forse non è nemmeno giusto; magari (mi pare incredibile, ma può essere) a nessun altro dà così fastidio. Un atteggiamento di questo tipo presuppone in qualche misura e più o meno consapevolmente una pretesa da  “principe azzurro” , che  muove da una convinzione del tipo “sei un ranocchio brutto e sfigato, ma io ti bacio e ti trasformo in una bellissima principessa” che da adesso masticherà la vita con una graziosissima pudicizia. Pura presunzione.

Non riuscirai mai a correggere la mancanza di attenzione verso gli altri di certe persone;  a cancellare un certo modo di usare le buone maniere di quell'amico o di quel vecchio amore che le esibiscono a se stessi e agli altri per nascondere i cattivi sentimenti;  a rimuovere i sensi di colpa velenosi di quella collega che calpesta tutto quel che incontra per far carriera; a rimuovere l’atteggiamento di spregio snobistico dettato dall'invidia sociale o dal risentimento di certi altri o il perbenismo acrobatico ed ipocrita di altri ancora (tanto per citare alcune delle abitudini  male educate che non sopporto al pari o più della masticazione open). E poi bisogna sempre porsi la domanda (e rispondersi con umiltà) “chi sono io per emettere un giudizio e pensare di imporre un comportamento a chicchessia?”

Piuttosto, appunto, allontanarsi in silenzio. E' la scelta più rispettosa ed educata. E ognuno viva la sua vita. Persino chi ha la cattiva propensione a cercare vendetta, con un minimo di saggezza apprezzerà la medicina omeopatica, efficace e non tossica, dell’indifferenza, che traghetta nel silenzio verso l’oblio. Certo, capiterà che qualcuno scambi la nostra scelta di fuga per caratteriale scontrosità (il mio amico lo sta pensando di sicuro) o addirittura per manifestazione di odio, di rancore, di rabbia o di chissà qual altra cattiva disposizione d'animo. Che fare? In assenza di esplicite richieste di spiegazione: ancora una volta, ovviamente, niente. Ognuno va lasciato libero di bollire nel brodo che si è scelto.

Ci sono i casi speciali, certo, rari,  in cui una spiegazione viene richiesta. In modo aperto,  magari con i toni giusti, forse con un sincero interesse, una vera attenzione, un autentico dispiacere, una reale disponibilità. Il dubbio di esserci sbagliati a quel punto può affacciarsi e bisogna sempre essere aperti al dubbio.  Lì in effetti si apre a volte un passaggio che può essere difficile. E che può portare ad esiti imprevedibili tra cui la ri/nascita di certi rapporti destinati forse a quel punto a diventare specialissimi. Oppure il prodursi di quella rottura violenta e irreparabile che con la fuga avevamo voluto risparmiare a tutti. Ma sono casi rarissimi, purtroppo e  per fortuna.