sabato 6 gennaio 2018

Il potere del cane di Thomas Savage



Niente di meglio per lo scarabookkiante che che iniziare il nuovo anno con un “bellissimo”.
Manca niente.
Una bella storia semplice raccontata con confidenziale, sobria e maschile eleganza.
Una ambientazione da immersione totale; nell’America montana del west profondo.
Personaggi carichi di fascino (i due "vecchi", la madre e il padre, su tutti).
Tensione narrativa che sale impercettibilmente fino a prendere il lettore alla gola.
Un tema di fondo che affiora piano piano; un tema di quelli che richiedono coraggio, affrontato raramente ai suoi tempi e per lo più malamente oggi.
Una conclusione fredda, perfetta.
Non si può dire altro senza rischiare di rovinare la sorpresa.

Fu accolto come un’ “autentica opera d’arte”. E questo è.

martedì 2 gennaio 2018

L'interpretatore dei sogni di Stefano Massini



Inevitabile il confronto con “Qualcosa dei Lehman”, una delle cose più originali e più suggestive che si sono scritte e lette in Italia negli ultimi anni (bellissima la versione teatrale di Ronconi, con Popolizio e Gifuni straordinari). Dal punto di vita letterario non regge il confronto, ma è anche questo un libro originale. E' un catalogo di sogni e di interpretazioni dei sogni impaginato come un racconto. Con al centro un Freud letterario rigorosamente ricostruito. 
Il pregio narrativo è che la lettura non stanca, non annoia; perché produce e soddisfa interesse e curiosità, senza cali di tensione. A tratti anzi ha la cadenza di un giallo investigativo. E spesso, nei meccanismi e nelle conclusione, stupisce.
La cosa forse più interessante e più utile è il modo in cui il Freud di Massini tira fuori dai casi che gli si presentano o che si procura dalla sua stessa vita onirica e famigliare un criterio generale e un metodo di approccio da poter tenere da parte. E senza sacrificare nulla alla veste narrativa.

Dal “racconto” esce fuori una rappresentazione del modo in cui funziona la nostra mente; da una parte le sue esigenze di controllo e di narrazione funzionale alla visione di noi stessi che abbiamo o che vogliamo costruire. Dall’altra, una presenza ribelle, astuta e irriducibile, più colta e sapiente di quanto immaginiamo di essere, che non dimentica niente e non smette mai di affermare la sua verità. Che poi altro non è che il modo in cui davvero sentiamo e vediamo noi stessi e la realtà che ci capita di vivere. Una presenza che lavora a nostra insaputa e che emerge nel sogno, nelle immagini incontrollate che produciamo, senza obbligo di trama e di senso, senza vincoli di spazio e di tempo, quando la nostra coscienza sparisce nel sonno.

“chi parla, in me, nei miei sogni? Chi entra nel mio corpo, ogni notte, puntuale, dopo il trabocchetto che ci fa chiudere gli occhi?”

mercoledì 27 dicembre 2017

Il ritorno del soldato di Rebecca West



È un piccolo capolavoro di raffinatezza. In cui, se c’è qualcosa di eccessivo è ancora la raffinatezza. Una cosa alla Henry James, per capirci. Intanto raffinatezza stilistica: una sintesi tra lirismo e modernismo veramente riuscita. E poi raffinatezza del modo in cui è costruita la trappola della trama, dello scavo psicologico e infine della tecnica con cui viene girato davanti al lettore il prisma delle possibilità, dei possibili esiti. Finchè con un colpo secco, nell’ultima paginetta, più col non detto che con un vero colpo di scena, il giro non si ferma e la soluzione quella è, piaccia o non piaccia. Il tutto in ottanta pagine.

Al centro della storia c’è la crudeltà delle amputazioni psicologiche che la prima grande guerra produsse nella testa di milioni di uomini, anche di quelli che non era riuscita a martoriare nel corpo. Una amnesia, in questo caso, che è anche un tentativo inconscio di emancipazione maschile. E c’è la grande rivoluzione che quella guerra nel frattempo scatenava nelle case, quella che fu chiamata ”home war” e che le prime grandi scrittrici del femminismo inglese raccontarono così bene. Le donne fin lì schiacciate dal puritanesimo vittoriano si ritrovarono all’improvviso sole, disperate, ma anche assolutamente libere nel doversi assumere la responsabilità di scendere in campo, di decidere della loro vita, di quella dei loro figli e spesso di quella dei loro uomini. Sono tre donne, come tre guerriere delle retrovie, le protagoniste. E quella delle tre che fa da voce narrante è la più ambigua, la più sfuggente e anche la più riuscita, come personaggio.


Se c’è una cosa che colpisce dell’autrice, una vera, autentica donna emancipata dai pregiudizi che furono e anche da quelli femministi che dovevano venire, è la feroce precisione con cui le manovra, le sue tre pedine. Lo fa con una libertà, una autonomia di presupposti culturali davanti a cui soprattutto un uomo non può che alzare tanto di cappello

domenica 24 dicembre 2017

Il Migliore di Bernard Malamud



Malamud è un formidabile raccontatore di storie di infelicità. Ha una prosa nitida, di una agilità  e di una eleganza che non fa intuire sforzi. Un talento naturale.

Come quello di Roy Hobbs, che voleva diventare iI Migliore dei  giocatori di baseball. Molti si lamentano del baseball, parlando di questo libro. Ma sbagliano. Non importa capirci niente di mazze e palle, in realtà, per starci dentro. E molti parlano di demolizione del Sogno Americano, quello per cui, se sei bravo e ce la metti tutta, l’America ti dà un’opportunità e poi un’altra e prima o poi ce la fai. Con Malamud non funziona mai così. E non per via che il Sogno Americano è un imbroglio. Quello, se è vero, viene dopo, è un corollario. Non funziona così perche Malamud ha una visione tetra prima  che pessimistica dell’uomo in generale e della sua traiettoria di vita, ovunque si svolga: in uno shtetl o a Brooklyn, in una bottega o nella stadio più importante del mondo. I suoi personaggi anche quando hanno un talento, come in questo caso, anche quando ci provano una prima volta e poi ci riprovano, come accade qui, si portano dentro una inguaribile insoddisfazione, una  consapevolezza di vanità dello sforzo e una inconsapevole percezione che non andrà bene, che qualcosa di malato dentro di loro o dentro la vita in quanto tale, prima o poi li porterà a fallire. Parla di “gente che nella vita, per una ragione o per l’altra, viaggia sempre sugli stessi binari e non ottiene mai quello che vuole, qualunque cosa sia”.

Ci sono pagine e figure belle per davvero in questo romanzo: il giudice e in particolare il primo incontro di Roy con lui, per esempio. E lo sono anche certe annotazioni come l’esaltazione del buio o come la figura di Memo Paris, la donna-emblema della infelicità, senza nessuna consistenza di carattere, legata alle apparenze e al successo sociale eppure capace di esercitare un’attrazione rovinosa: una sorta di trappola vivente. Più che in altri romanzi poi, forse complessivamente migliori di questo, colpisce come anche nei momenti in cui le cose sembrano girare al meglio, in cui meriti, talento e fortuna sembrano finalmente allinearsi su una traiettoria di ascesa, di successo,  riesca a far affiorare nel personaggio con un aggettivo, una divagazione descrittiva, una banale annotazione il marchio inconfondibile con cui riconosci  tutti gli infelici. E cioè la certezza che quella fortuna, ogni fortuna,  è un illusione e nasconde un inganno; che quella precaria felicità verrà pagata a caro prezzo; e quel prezzo riporterà le cose nella normalità riposante, perché in equilibrio col corso naturale delle cose, nell’alveo della sofferenza. Se c’è un motto che potrebbe essere messo sotto la  foto di tutti gli infelici e anche del Migliore è questo:  “la felicità si paga a caro prezzo”.

Eppure, nonostante tutto questo, la conclusione del romanzo  ha sorpreso lo scarabookkiante. Non perché conoscendo e amando Malamud non ci si aspettasse qualcosa del genere. Oltre che sorpresi  infatti si resta  ammirati dalla perfezione desolante del ghirigoro di trama che imbastisce nel finale, da grandissimo raccontatore di storie appunto, fino a farti perdere la bussola. E con quell’arabesco che potrebbe portare dappertutto, raggiunge alla fine il punto esatto di esito possibile più profondamente nero, oscuro, in cui nulla si salva e nulla si impara. In cui ci si arrende e basta.

giovedì 21 dicembre 2017

Mandate a dire all'imperatore di Pierluigi Cappello



Qualcuno dice che Cappello è il poeta del terremoto. Essendo poeta, il terremoto in Cappello è macerie e metafora; è  tragedia collettiva e personalissimo vissuto poetico.

E’ terremoto quello che nel ’76 manda giù le case in Friuli. E terremoto è anche  un incidente che nell’83 gli paralizza metà del corpo. In tutti e due i casi crolla qualcosa: mura e un mondo di relazioni e di sentimenti; crollano ponti e crollano progetti e abitudini.
Terremoto è però anche qualcosa che apre dolorosamente spazi e che quindi porta una nuova occasione di libertà. Lo è per il bambino che si ritrova a giocare tra i prefabbricati del post-terremoto, in impreviste nuove praterie, lasciati lì senza guinzaglio dai genitori improvvisamente preoccupati per altro. E lo è anche per l’uomo in carrozzina: la metà del corpo che improvvisamente non ha più gli apre l’orizzonte della letteratura, della poesia. Delle parole, Cappello che studiava per diventare pilota di aerei, fa un nuovo strumento per volare. E’ il Moby Dick di Melville a fargli da primo istruttore di volo; e Melville era un poeta tragico in prosa.

Poi in questa raccolta c’è l’autostrada: l’A3, la Palmanova-Udine-Tarvisio. Anche quella a suo modo fu un terremoto. Lo sapevamo già, noi scarabookkianti; perché lo si capisce passandoci e  anche per analogia. Scendendo più a sud, più vicino a noi, l’autostrada del Gran Sasso ha prodotto lo stesso effetto. Basta percorrere il  valico delle Capannelle e attraversare i paesi per rendersene conto. Molte poesie nascono dal sisma esistenziale che quell’autostrada produce nella geografia e nella storia degli uomini che vivevano attorno al suo paese, a Chiusaforte. Rompe un isolamento, preannuncia la cancellazione di confini, sconvolge un universo, insomma. Modifica insieme con le distanze, consuetudini, coordinate mentali, un panorama, meccanismi di comunicazione, un equilibrio antico di luoghi, oggetti e pensieri. Ammucchia come detriti ricordi, facce, gesti, storie imprimendogli con una luce nuova il marchio di qualcosa di irripetibile che va a  trascolorare.  

C’è un denominatore comune in queste poesie, è fatto da due cifre: la sua voce, il registro musicale, frutto del miracoloso bilanciamento di una accorata partecipazione e di un sorriso appena accennato, ma dolce, con un fondo di gioia di esserci. E poi il tema della perdita di qualcuno o di qualcosa, che ancora, da qualche parte, in qualche modo continua a vivere; ed è quello il lutto più vero, quello più duro da portare.

“ho fatto un buon tratto di strada, ormai,
e sono stato tuo figlio e sono stato tuo padre
e conosco i gesti che non si spezzano davanti al dolore
l’incandescenza dell’istante che li ha generati
la tua mano sulla mia fronte
il palmo della mia sul dorso della tua
che non so come, non so dove
mi portano ancora con te.”


(da “La neve che sei stato”)

sabato 16 dicembre 2017

La caduta dei Golden di Salman Rushdie



Romanzo potentissimo. Anche imperfetto e fragile, a voler essere severi: qualche sbavatura di trama, qualche approssimazione nella struttura, qualche pagina in cui si appesantisce o si esagera un po’ (in particolare quelle che raccontano della parte indiana della vicenda di Nero Golden o di alcuni personaggi, troppi caricati di effetti speciali ). Il tono no e lo stile neppure: quelli sono di gran pregio e il piacere della lettura è fuori discussione. La voce narrante che Rushdie scova in questo romanzo e armonica, accattivante e anche con echi nobili. Scott Fitzgerand per esempio (quello di Gatsby soprattutto), non a caso più volte citato. In generale sorprende la capacità con cui questo scrittore indiano si è imbevuto non solo di temi e stilemi americani, ma anche delle sue suggestioni letterarie e soprattutto cinematografiche (è anche un grande libro sul cinema migliore; sembra un’ossessione per Rushdie, il cinema). L’attacco poi è veramente magnifico.

Quel che allo scarabookkiante  pare importante è che il libro finisce col trarre beneficio persino dai suoi difetti. Perché la causa della sua fragilità e delle sue imperfezioni è anche un pregio e cioè la sua immediatezza, la sua freschezza. La cosa veramente notevole sta nel fatto che riesce stare sul presente riuscendo ad andare nella profondità. Spessissimo i libri che parlano del momento in cui viviamo, quello storico intendo, tendono ad essere schiacciati, a non avere prospettiva, a fotografare un pezzo della superficie della realtà. La partecipazione fa mancare la visione storica, lo sguardo lungo, l’analisi. Rushdie invece ha la capacità di andare a scovare o di intuire le radici della rabbia, della decadenza e della follia dell’occidente del benessere diffuso, della classe media, della democrazia.

Tra la fine del mandato di Obama e l’elezione del nuovo presidente, Rushdie racconta due tragedie frutto tutte e due della congiura di una serie di casualità oppure, se si preferisce, di due drammatici destini. Quello della famiglia Golden e quello degli Stati Uniti che forse, incredibilmente sta per scegliere di mettersi nelle mani di un uomo “completamente pazzo, in maniera certificabile”, un criminale da fumetto, un Joker (su YouTube esiste un canale sul Trump-Joker).

“A volte i cattivi prevalgono, e che cosa fa uno quando il mondo in cui credeva si trasforma in una luna di cartone, mentre un pianeta oscuro sorge e proclama “No, il mondo sono io”? Come si fa a vivere tra i connazionali senza sapere chi di loro rientra fra gli oltre sessanta milioni di elettori che hanno portato l’orrore al potere, o tra i novanta milioni che se ne sono lavati le mani, rimanendo a casa; come si fa, quando altri americani dicono che sapere le cose è da elitisti, e che loro odiano le élite, mentre tu non hai mai avuto altro che la tua mente e sei stato educato ad aver fede nella bellezza della conoscenza, non in quel senso assurdo secondo cui sapere è potere, bensì nel senso per cui sapere è bello, e a un certo punto tutto questo – l’istruzione, l’arte, la musica, il cinema – diventa motivo di disprezzo, e la creatura partorita dallo Spiritus Mundi si leva e avanza scompostamente verso Washington, DC, per venire alla luce.”

Sotto questa luna di cartone, col pianeta oscuro che sullo sfondo avanza nell’incredulità, si svolge la storia del crollo della famiglia di Nero Golden. Una storia coloratissima, movimentata, persino divertente nella sua tragicità, con personaggi scolpiti (anche troppo, appunto). La si può leggere come una avventurosa saga famigliare. Ma è un romanzo che ha in realtà molti piani di lettura sovrapposti, una gamma di temi selezionata con grandissima lucidità, perché sono quelli che stanno esattamente al centro e alla radice del momento che stiamo vivendo nel pezzo di mondo in cui anche noi siamo.
Forse il minimo comun denominatore sta nel concetto di confine, nella progressiva sparizione dei confini: tra il reale e il virtuale, tra il concreto e l’immaginario, tra il vero e il falso, tra il possibile e l’impossibile, tra la vita e la morte, tra il femminile il maschile. Lo sviluppo del tema dell’identità di genere e non solo è uno dei cardini del romanzo (“Identità era una parola d’ordine neofascista, ormai”).

In particolare, per quanto ci riguarda, aver descritto benissimo lo sganciamento culturale, psicologico e sociale dell’uomo del nuovo millennio dalla sua stessa identità e dal supporto della materia, dei corpi in carne e ossa, delle cose che si toccano come il tema chiave del nostro tempo e la spiegazione delle cose apparentemente folli che stanno accadendo è il merito principale di questo romanzo.

Poi, bisognerebbe aggiungere, molto marxianamente, che questa non è che la sovrastruttura del distacco progressivo del capitalismo dai suoi supporti fisici, cominciata con la rottura della parità aurea, passata attraverso la marginalizzazione della fabbrica e in pieno sviluppo con la finanziarizzazione e la informatizzazione nel processo economico di produzione del valore. Ma chiedere questo ad un romanzo americano, per quanto buono, sarebbe chiedere troppo.

venerdì 8 dicembre 2017

4 3 2 1 di Paul Auster





Libro esemplificativo dei pregi e dei difetti di quasi tutti i romanzi di Auster.

I pregi. Grande mestiere, pulizia stilistica, abilità tecnica nel disegnare la struttura delle storie che racconta e senz’altro anche un sotterraneo, energetico entusiasmo dello scrivere.
L’attacco del romanzo è formidabile: il capitolo degli albori della storia della famiglia Ferguson è il migliore. C’è ne sono anche altre di pagine bellissime, come quella in cui descrive l’emozione, il dolore che attraversò un ragazzo americano e la provincia americana intorno a lui, alla notizia della morte di Kennedy. Anche i raccontini innestati nel romanzo (“Compagni di suola” su tutti) sono belli. D’altronde dal punto di vista della qualità della scrittura Auster è così: semplice e elegante.

I difetti. Purtroppo anche qui finisce per girare attorno a due o tre suggestioni (sempre le stesse: il caso, le coincidenze, il destino, la fragilità del confine tra possibile e reale). Poca sostanza insomma.  Alla fine c'è  la sensazione di avere mangiato roba dal gusto gradevole, ma che lascia lo stomaco sgradevolmente pieno solo d’aria. Ecco, Auster  fa tanto pensare ai pop corn.

Lo schema dello sliding door, con quattro vicende parallele di uno stesso protagonista nell’America della seconda metà del novecento, sfocia in una cosa che sta tra il romanzo famigliare e il romanzo di formazione. La storia americana serve solo a riempire pagine di taglio giornalistico che hanno lo spessore di un quotidiano. Anche lo stesso corpo centrale, le storie parallele delle quattro vite possibili di Archie Ferguson, finiscono per scivolare in un resoconto cronachistico logorroico, banalizzante, decisamente noioso.


Diciamo che il romanzo funziona bene fino a metà del volumone, forse anche meno.  Poi però la metafora del pop corn vira su quella del brodino mangiato all’aperto quando piove: se all’inizio era buono, poi comincia a non sapere più di niente e soprattutto non finisce mai. 
Insomma, senza scomodare il tennis e per essere espliciti: due palle.

venerdì 24 novembre 2017

J.R. di William Gaddis







Pochi romanzi hanno tanto tormentato lo scarabookkiante e pochi lo hanno altrettanto divertito. A riguardarlo adesso (sarà per la lettura in ebook e la tecnica di usare i colori per evidenziare e inserire note), più che un romanzo mi sembra un videogame. E’ vero che va decrittato, che è lungo e che fa faticare tanto, ma se usi la leggerezza e la curiosità con cui si gioca o si legge un giallo o con cui si scorrerebbe, come qualcuno ha detto, "il resoconto di una gigantesca intercettazione ambientale" è una lettura molto, molto divertente (ebbene si!).

Che si intercetta?
Per strizzare, direi due mondi.

Il primo è un mondo fondato sull’attrito delle cose materiali, in cui si fa fatica a fare qualsiasi cosa. Comporre musica o scrivere un libro; fare scuola o fabbricare carta da parati; gestire una separazione famigliare o una successione ereditaria: ogni cosa che va “fatta” costa cara ed è difficilissima da portare a termine. Un mondo in cui ogni sforzo produce una specie di raspare esasperante. Qualsiasi oggetto o personaggio riesce a esistere solo trascinandosi e raschiando su una realtà che gli fa resistenza. Rumorosamente, dolorosamente. Tutti hanno incidenti; tutti si feriscono. Qualcuno si ammala, qualcuno si ammazza. Ci sono piedi che inciampano, scarpe con le suole che si aprono e si trascinano, camice che si impigliano, pantaloni che si strappano, pacchi che cadono, pagine che si perdono o si sporcano, acqua che scorre senza controllo. Persino gli orologi incontrano attrito nel passare da un minuto all'altro: le descrizioni delle lancette degli orologi che arrancano circondate da pacchi pesanti e voluminosi sono cammei. Solo pochi irregolari, ai margini della vita sociale, riescono ad aprire uno spiraglio per percepire ed esprimere un sentimento, la bellezza, l'umana capacità creativa.

Nell'altro mondo invece c’è il denaro, storicamente fotografato dopo la rottura della parità aurea decisa da Nixon. Il denaro agli albori del capitalismo finanziario, appena liberato da tutti i vincoli a valori solidi, all'oro. E' in quel momento che il denaro si stacca dalla materia, dalle cose e comincia ad alzarsi in volo da solo, a scivolare leggero, a scavalcare come un razzo i confini degli stati e delle monete, alzando nei suoi cieli o facendo precipitare chi lo cavalca. E’ in quel momento che comincia a diventare una entità ai confini del puro Spirito, lo Spirito del capitalismo. Pervade tutto e a tutto promette la salvezza. Quella che percorre d'altronde è  la vecchia strada del sogno dell'eterna salvezza dalla prigione mortale, quella della materia, appunto.

Attenzione però: qui non si parla del denaro che portiamo in tasca, quello per le cose di tutti i giorni, quello stampato sulle banconote o scolpito in un metallo, che è ancora legato ad un supporto e dunque soggetto alle leggi della materia. Trovare qualche dollaro per vivere, per mangiare o pagare un biglietto ferroviario o anche trovare qualche monetina per telefonare è un’impresa difficoltosissima. Farsi prestare qualche migliaio di dollari è sottoporsi ad un calvario. Al contrario, far circolare virtualmente milioni di dollari che non si hanno e che non esistono è facilissimo; moltiplicare i debiti e trasformarli in un vantaggio fiscale è come la formula magica che si trova in una favola biblica (per esempio, una società che produce perdite non fallisce, ma diventa una appetitosissima “bara fiscale” dove seppellire utili e quindi da comprare subito); costruirsi un impero tra azioni, obbligazioni, dividendi, benefici fiscali è un gioco da ragazzi. E infatti JR è (anche) la storia di un bambino che ha undici anni e che ci riesce. Sugli esiti (si fa per dire), ovviamente non dico niente.

Dunque, qui ci si potrebbe fermare, salvo aggiungere una annotazione. Basta osservare il nostro quotidiano e confrontarlo con linguaggi, protagonisti fatti e cifre di un tiggí per rendersi conto quanto questo doppio mondo, questo mondo schizofrenico, a doppio regime di forza di gravità (prima che di ricchezza), con due regimi fisici di attrito sideralmente lontani, somigli alla nostra realtà di oggi. Si capisce subito quanto questo romanzo, scritto nel ’75, prima di Reagan, degli anni’80, dei mutui subprime, del finanz-capitalismo abbia di profetico. Sembra usi la propria potenza visionaria e creativa come un ecografo, Gaddis e con quello guardi l'embrione di un mostro che si sta sviluppando: l’embrione della società globale, l'embrione dell'uomo liquido di Bauman, l’embrione della degenerazione finanziaria del capitalismo e di questo salto epocale in giù, nel buio, che stiamo vivendo e che qualcuno chiama ancora eufemisticamente crisi. Vede persino l’embrione (postale e telefonico) della rete planetaria di comunicazione che verrà con internet.
William Gaddis

Certo, perverso divertimento a parte, abitare questi due mondi costa al lettore tempo e fatica. Ne vale la pena?
Facciamo rispondere lui, Gaddis, a modo suo:
".....non c'è niente che vale la pena di fare, mi ha detto, niente che vale la pena di fare finché non l'hai fatto, e allora valeva la pena di farlo anche se non ne valeva la pena perché è l'unica cosa che...»
 (Dicono avesse in biblioteca tutti i libri di Gadda, Gaddis. Ne ha letti, sicuro.)

mercoledì 15 novembre 2017

Trilogia di New York di Paul Auster


Non è uno degli autori preferiti dallo scarabookkiante. Ha il gusto perverso della complicazione gratuita; il che di per sé, per uno che racconta storie non è necessariamente un difetto. E’ che il groviglio di temi che mette su, a venirne a capo, si riduce ad una serie di esili fili, a poco più di un catalogo di spunti e di suggestioni.

E’ così anche e forse soprattutto in questo romanzo. L’identità. Il ruolo centrale del Caso. La storia, la scrittura e l’assenza di significato e di senso. La città come non luogo. La fragilità della membrana che divide l’universo del reale da quello del possibile (nell’ultimo libro, pare bellissimo, lì si è tornato a centrarsi). Auster sparpaglia questo ed altro in tre storie ad incastro come fosse un grande puzzle, lasciando al lettore il compito di immaginare, sistemare, estrarre, scartare, con margini di discrezionalità così ampi da indurre alla fine il sospetto che un disegno non c’è. Naturalmente gli esegeti diranno che esattamente quello è lo scopo. E’ così probabilmente, ma la sensazione di essere davanti ad una arzigogolata ed inutile esibizione autoreferenziale resta, almeno per quanto ci riguarda. D’altronde i post-modernisti, chi più chi meno, fanno tutti spesso quest’effetto, Pynchon in testa.

Però. Però. Però….

Però Auster è un grande artigiano della frase e della concatenazione delle frasi. Elegante, raffinato, bravissimo nel lavoro di cesello stilistico. Difficile abbandonarlo (tanto quanto è facile abbandonare altri post-modernisti). Dal punto di vista della prosa, un vero piacere da leggere.

Dunque, tirate le somme, non  stupisce che questo romanzo si sia costruita la fama di capolavoro (che non è). La tentazione di leggerlo lasciando stare significati e approfondimenti (o magari capendo poco o niente di un senso che non si capisce se c’è e dov’è) lasciandosi rapire e basta dalla bellezza di un gran raccontatore di storie è grande. E d’altronde, va anche bene così.