giovedì 19 ottobre 2017

Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro





Che abbiano dato il Nobel a Ishiguro non sorprende lo scarabookkiante. E quel tanto di inaspettato che c’è in questa decisione non può che rivalutare il premio e chi lo assegna.  Questo romanzo l’abbiamo non solo letto e riletto negli anni, ma anche regalato ad amici che ritenevamo rischiassero di incorrere nel triste destino di Mr Stevens. Perché è di qualcuno che ci vive accanto che ci parla, nonostante la storia si svolga quasi tutta nella prima metà del secolo scorso.

Il romanzo lo scrive  in prima persona, Mr.  Stevens;  ci racconta la sua storia. Ha davanti quel che resta del giorno, la sera della sua vita; e lo rode, sotterraneo e inconfessato, il sospetto di aver sbagliato tutto. A questa ricostruzione è spinto dal fuoco soffocato, ma che gli brucia ancora dentro di un sentimento. Verso una sua vecchia collaboratrice, che un giorno decise chissà perchè di andar via.
Quella fu in realtà una delle tante cose  belle  che ha lasciato andare e sacrificato al lavoro senza neanche dirselo. 
E’ sorpreso dall'avvertire una sopravvivenza di quel legame, Mr Stevens. Cerca di gestirlo dandogli il senso di un ripescaggio professionale. Decide di regalarsi il primo viaggio di piacere della sua vita e andare a sentire se vuole ancora lavorare con lui, sotto il suo  nuovo padrone americano. Siamo subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Ma è con la sua esistenza dedicata al lavoro, con il modo in cui l’ha usata, con i fatti piccoli e grandi che l’hanno riempita che deve fare i conti. Lo fa in modo sommesso. E anche con il senso di straniamento che gli procura una emozione che riemerge in modo così inusitato, resistendo ad una prassi di negazione che ha perfezionato negli anni.
E allora ricorda, ricostruisce, cerca di capire.
La luce del suo racconto  è appunto quella della sera, della malinconia dolce, composta e rassegnata di qualcosa che va a finire. Tutta una vita e soprattutto un modo di viverla scorrono con sullo sfondo un tramonto. Da una parte affiora la speranza che forse gli  resterà il tempo di recuperare qualcosa di buono che ha trascurato. Dall’altra c’è  la consapevolezza che la luce migliore, quella del giorno, della piena forza della vita e dei sentimenti l’ha sprecata, forse irrimediabilmente.

Kazuo Ishiguro
Con i romanzi di Ishiguro la chiave di lettura emozionale è sempre la migliore. Come sempre nei suoi libri, però, dietro questa lettura si aprono scenari che portano a cose, figure e temi universali che pochi altri scrittori sanno raccontare con tanta coraggiosa originalità, anche stilistica.
E’ difficile infatti immaginare per questo personaggio una prosa più corrispondente. Calza come un guanto, trasmette assoluta armonia tra forma e sostanza. In una nobile dimora inglese del novecento non si può che parlare così. E che a scrivere così sia uno scrittore  britannico solo di adozione non fa che innalzarne i meriti.

Ishiguro  ha centrato il suo romanzo sulla figura di un maggiordomo. Il maggiordomo, insieme con il fattore, è stato l’alter ego storico del padrone pre-capitalistico. Era il primo esecutore del suo modello di conduzione della casa, come il fattore lo era delle sue terre. Esattamente come i manager lo sono delle moderne società del capitalismo finanziario. Era il responsabile dell’organizzazione domestica finalizzata al raggiungimento di quello che era il valore fondamentale e indiscutibile di quella organizzazione e cioè il benessere del padrone e della sua famiglia. Esattamente come il manager è il responsabile di tutta o parte dell’organizzazione dell’azienda capitalistica, il cui obiettivo fondante è la produzione del valore economico, del profitto. In tutti e due i casi non importa chi è il padrone e cosa fa o produce, se ammicca ai nazisti o è un laburista, se fabbrica giocattoli o armi, se discrimina i dipendenti sulla base della razza o ha una concezione sociale dell’impresa. Per il maggiordomo come per il manager la sola cosa che conta è fare bene il suo lavoro, raggiungere l’obiettivo dell’organizzazione di cui è parte e dunque essere professionale. Tra gli obblighi professionali c’è anche quello di stare sempre dalla parte del proprio padrone. Tutto il resto non conta o viene dopo.

Non è quindi un caso se il  filone culturale del nostro tempo che ha conservato l’identificazione medievale (spacciandola peraltro come una modernità) con il proprio ruolo lavorativo, fino fare della professione e della professionalità dei valori  esistenziali, una ragione di esistere, il perno attorno a cui deve ruotare tutto il quotidiano, tutta la vita, sia proprio il filone della cultura del managerialismo, della manualistica  manageriale anglo-americana o derivata da quella.
Sta propagando un modo di vivere con tale potenza egemonica che chi lo adotta, come accade a  Mr Stevens, ne resta inconsapevole, perché finisce col vederlo come l’unico possibile,  come un fatto scontato, ovvio, naturale, prima ancora che giusto. E così il lavoro e  la funzione svolta nel lavoro diventano,  un fondamento implicito della vita e della personalità non solo sociale, ma anche della personalità come viene autopercepita. L’immagine che la funzione svolta sul lavoro gli restituisce  è esattamente l’immagine che Mr Stevens ha di se; è lo specchio in cui si vede riflesso ed è l’unico modo che ha per vedersi e  per sentire di essere bravo, di valere qualcosa come essere umano. Che gli  serva da guida per gestire se stesso, le sue decisioni, le sue emozioni è solo una  conseguenza.

Anche il rapporto che lega il maggiordomo di Ishiguro al suo padrone è lo stesso dei moderni manager. Quando gli sta morendo il padre, quando sente l’amore di una donna che bussa alla sua porta, quando sente l’orrore del nazismo entrare nel salotto della casa in cui è il primo servitore, è dall’alto della scala delle priorità poggiata sulla sua professionalità che lui guarda e sceglie. Procurare benessere al suo padrone così come oggi produrre profitto per l’azionista è l’unica legge etica che ritiene legittima e riconosciuta.  Di conseguenza, non può che scegliere di mettere non solo le emozioni ed i sentimenti, ma anche quelle che potrebbero essere le sue opinioni  ai margini della propria mente e della propria giornata, rimandate anche quelle alla sera della vita, a quel che resta del giorno.
Cosa accade quando la fine del giorno arriva lo lasciamo al piacere della lettura.

giovedì 12 ottobre 2017

Questa libertà di Pierluigi Cappello



Cinque racconti autobiografici, l'unica opera in prosa, di un grande poeta italiano. Uno di quelli, dei pochi poeti contemporanei  italiani, che hanno fatto una poesia non arbitraria e non autoreferenziale. 
Cappello ha avuto davvero la capacità di spremersi le parole da dentro, come gli piaceva dire: “io non uso la poesia per comunicare; io con la poesia mi esprimo, cioè spremo la parola dal mio corpo, dalle cose che mi circondano”.
Questa aderenza al proprio corpo martoriato, alla realtà,  il suo rimanere ancorato alle cose è, insieme con l’esattezza della sua parola,  la qualità che fa di lui un grande poeta. Fa un po’ pensare alla Szymborska, per la capacità descrittiva, per il saper racchiudere la concretezza di un mondo e una storia in pochi versi.
 
Pierluigi Cappello
La sua è una storia triste: ha avuto una vita terribile, conclusasi pochi giorni fa, ancora giovane, con una lunga malattia; e segnata prima dal terremoto e poi da un incidente che giovanissimo lo paralizzò. Il suo mondo è il Friuli cupo delle montagne, del confine, delle caserme, della guerra fredda e degli inverni freddissimi, interminabili; e infine quello degli ospedali e  della povertà, finché per i meriti artistici non gli hanno dato il vitalizio della legge Bacchelli. Una storia ed un mondo che ti possono infettare con il virus inguaribile dell’infelicità, se non hai uno strumento per vaccinarti e scovare dentro di te gli anticorpi. La sua salvezza attraverso la lettura, la letteratura, la parola della poesia è il filo rosso di questi racconti;  sono una consolazione per tutti quelli che alla lettura hanno assegnato un posto importante nella loro vita.

Il racconto del dolore di Cappello ha questo potere potere incredibile di dare consolazione. Viene restituito nelle sue parole spremute, come qualcosa con cui convivere, in un’accettazione contemplativa, che gli restituisce un senso e gli conferisce una sua amara dolcezza:

“Le parole con me si sono sempre fatte avanti,
lasciandomi l’idea che il dolore
può essere compreso.
Che il dolore può essere portato dentro
intatto e inoffensivo, come un proiettile
che si è fermato accanto al cuore.”

Nella lingua friulana c'è una parola bellissima, "inniò", che si potrebbe tradurre come "in nessun dove", un non luogo. Che è l'approdo pacificante a cui Cappello ci conduce. Ed è lì che la sua poetica e la sua sofferenza assumono un valore universale.
E' anche il titolo di una delle sue poesie più belle:

Inniò

E cuan’ che tu sarâs già muart, ma muart
chês tantis voltis dentri une vite
ch’a si à di murî, alore slargje ben i tiei vôi
a la cjavece dal sium
e clame cun te ogni bielece ch’a ti bisugne
e intal rispîr di chel mont, met dentri il to:
 cjamine pûr cun pîts lizêre e sporcs

come chei di chel che sivilant al va par strade
ma tant che cjaminant su un fîl di lame fine
e al indulà che tu i domandis
lui, ridint, a ti rispuint
cence principi o pinsîr di fin:
«Jo? Jo o voi discôlç viers inniò»,
i siei vôi il celest, piturât di un bambin.


In nessun dove

E quando tu sarai già morto,
ma morto quelle tante volte dentro una vita
che si deve morire, allora allarga bene i tuoi occhi
alla cavezza del sogno
e chiama con te ogni bellezza di cui hai bisogno
e nel respiro di quel mondo, metti dentro il tuo:

cammina pure con piedi leggeri e sporchi
come quelli di chi fischiettando va per strada,
ma come camminando su un filo di lama sottile,
 e al dove vai che tu gli chiedi,
 lui, sorridendo, ti risponde
 senza inizio o pensiero di fine:
«Io? Io vado scalzo verso inniò»,
i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino.

martedì 3 ottobre 2017

Patria di Fernando Aramburu



Affronta un tema storico, quello del terrorismo  basco e  capire cos'è stato è utile; soprattutto in questo momento.

E' un romanzo la cui qualità migliore è l'onestà. Dunque essendo onesto si schiera. Lo  fa però senza cadere nell'errore dei manicheismo  in cui è molto facile cadere  quando i cattivi sono stati già sconfitti dalla storia. Non cade nemmeno nell'errore opposto, del sentimentalismo piagnone che trasforma tutti in vittime. Mantiene invece fino in fondo la sua logica tutta letteraria che è quella di voler raccontare dal buco della serratura di due famiglie un dramma privato dentro una tragedia storica collettiva. E da quella logica, da quel buco della serratura, nel privato e nella dinamica delle coscienze, riesce a tracciare una possibile via per uscirne, per ricomporre il ricomponibile. tutta privata, appunto.
Ed è onesto anche dal tenersi lontano dai colpi ad effetto o peggio  da un finale ad effetto. 

Sul piano letterario il pregio maggiore è l’agilità. 
Quella stilistica, con innesti rapidi e frequenti della prima persona e del flusso di coscienza in una narrazione classica in terza. Lo fa con molta disinvoltura e bene.
Quella della lingua, con una immediatezza espressiva che dà al lettore immediatezza di percezione, come di partecipazione diretta alla vicenda.
E quella di struttura, con capitoli brevi in cui spesso  si alternano scenari narrativi diversi in cui ciascuno dei personaggi delle due famiglie racconta la storia così come l’ha vista dal proprio angolo di vita e di visuale. La trama viene costruita con l'incastro delle voci e degli scenari, con salti cronologici e sovrapposizione dei punti di vista. Il meccanismo funziona, soprattutto perché dà al lettore la sensazione di essere chiamato a partecipare alla ricostruzione  dei fatti.

Il difetto più grosso: la lunghezza. Poteva forse contenersi col numero delle pagine senza che il racconto perdesse completezza.

domenica 17 settembre 2017

Brothers di Yu Hua

Appartiene a quel genere di libri che fanno male. Specie se si ha una particolare  sensibilità per la voce narrante dei bambini quando raccontano, come Brothers, i grandi orrori della storia; oppure  anche   quando parlano delle ordinarie crudeltà che si consumano in famiglia. Toccano qualcosa dentro e straziano. In qualche caso, in questo caso, scatta anche  la rabbia.
Due ragazzini svegli, simpaticissimi  e pieni di vita in un piccolo paese della sconfinata campagna cinese alle prese con la tragedia della Rivoluzione Culturale. Una ondata di violenza paragonabile a quella prodotta dai grandi totalitarismi europei (a cui d’altronde quello cinese è assolutamente assimilabile). Milioni di morti, violenze inaudite, distruzione irreparabile di un patrimonio culturale di libri, monumenti, conoscenze. La storia, questa storia,  entra nella loro casa e loro nella vita e gliele devastano.

Yu Hua descrive tutto con un vocabolario essenziale, come può essere quello di un bambino. E con una leggerezza e una immediatezza di percezioni che emozionano. Ne vien fuori  una potenza tale  da costringere in certe pagine a  fermare la lettura per smaltire l’angoscia. Si lotta con le lacrime.
Comincia come un libro divertente (le prime pagine sono bellissime) e riesce a conservare  quel registro di comica leggerezza sullo sfondo anche degli snodi  più terribili della storia che racconta. La morte e il funerale  del padre sono indimenticabili. Come d’altronde il racconto dei giorni che seguono l’uscita dall’ospedale della madre.
E’ proprio l’assenza di eco, di effetti voluti che le rendono emozionalmente così forti e devastanti. 

Qualcuno ha parlato, per stile e tono narrativo de La vita è bella. Ma lì era un adulto che traduceva e rendeva divertente e tollerabile in un linguaggio-bambino l’orrore di un campo di concentramento, restituendone il senso.  A me è venuto piuttosto da pensare a “Essere senza destino” di Imre Kertesz dove è un bambino appunto che guarda e racconta l’orrore della Storia con l’attaccamento indifeso alla vita e lo spirito intasato del dico come modo di vivere la realtà che hanno i bambini. 
  
E veniamo alla rabbia. C’è stato nella nostra parte del mondo, chi ha subito la fascinazione folle per la Rivoluzione Culturale:  i libretti rossi, lacinaèvicina, il comunismo in versione maoista (come non ci bastasse già l’ingombro di quello sovietico). E chi è vissuto nelle scuole  e nelle università degli anni ‘70 non se li dimentica. La loro arroganza, la cecità dell’ignoranza con cui rivendicavano da lontano una folle appartenenza. Fosse un reato lo chiamerei millantato discredito; uno dei tanti casi in cui tanta parte della sinistra italiana ha tentato di darsi una identità finendo per chiudersi in una gabbia (dove ancora se ne trovano i poveri resti, peraltro). Ecco è a loro che consiglio la lettura di questo romanzo. Mi sembra un ottimo modo per fare un doloroso esame di coscienza e per espiare almeno con qualche lacrima una colpa rimossa o dimenticata con troppa leggerezza. 

venerdì 1 settembre 2017

Diario notturmo di Ennio Flaiano





Ogni tanto rileggere Flaiano in modo sistematico (la paginetta qua e là torna spesso) fa bene. A metter la voglia allo scarabookkiante stavolta è stato Sorrentino in "Tony Pagoda e i suoi amici".
Parlando di/con Maurizio Costanzo, ad un certo punto tira fuori un aforisma di Flaiano e poi lo commenta:

La domenica, per strada, a volte, si vedono anche i mariti” scriveva Flaiano.
Una citazione, in questo contesto, senza nessuna pertinenza. Ma ogni volta che ripenso a Flaiano, tra tutte le cose meravigliose che ha scritto, chissà perché, mi ricordo sempre questa. Perché è una frase che contiene un che di lampante e di sibillino nel medesimo tempo. Perché forse rimanda a un’Italia scomparsa o che, invece, forse, è sempre esistita e sempre continuerà a resistere. E poi è una frase che, a pensar male e in malafede, evoca con eleganza anfratti di amabili sconcezze, di tresche, di piccolezze da provincia, ma anche di solitudini colmate da presenze assenti.
Trovo sempre sconvolgente come una frase del genere, dall’apparenza neutra, sobria, breve, in realtà sia un contenitore di svariate suggestioni, emozioni, riflessioni, probabilmente sbagliate e irrilevanti. Ma è la somma delle irrilevanze che, da qualche parte, tende a comporre un senso alle cose. Un destino.”

Anche noi abbiamo sempre sempre trovato gli aforismi di questo tipo tra i migliori di Flaiano. Di che tipo? Quelli in cui ci si ritrovano tre ingredienti:  il primo è appunto una apparente banalità; il secondo è una colorazione dell’ironia che vira sul malinconico; e poi c'è la doppia o tripla chiave di interpretazione per cui si possono leggere attribuendogli sensi diversi o anche opposti. Per tentare di essere più chiari ecco un esempio, tratto proprio da “Diario notturno” (dal collegamento ci è venuta la voglia della rilettura integrale): "C'è un sacco di gente che vive e lavora a Macerata. (L'essenza di Cechov)". Sembra una stupidaggine, è velato di tristezza, vale un trattato di critica letteraria su Cechov. Lo puoi interpretare come la segnalazione di un privilegio o di una condanna. E in tutti e due i casi la letteratura è vista come un modo per non lasciare solo nessuno e non sentirsi soli, per rompere il muro di solitudine che perimetra la nostra individualità confinata nel piccolo qui e ora dove viviamo, nella Macerata che ci è toccata in sorte..

Ce ne sono altri a chiave multipla di lettura. Tra questi c’è l’aforisma che io in assoluto amo di più. Dice: "Coraggio, il meglio è passato". È bellissimo anche per quel moto di inquietudine (praticamente una finta da dribbling calcistico) che si  prova di primo acchito, a sentirlo. I disattenti, quelli che scivolano sopra le cose, ci restano male; perché erano pronti a farsi una sana risata e invece sembra ci sia  poco da ridere. E in effetti può essere letta in questa chiave (banale) di triste rassegnazione. Poi scopri che Flaiano la intendeva invece  nel senso opposto, di un incoraggiamento. Una cosa del tipo “non state lì a faticare e sbattervi, godetevi quello che avete perché ambire al meglio ormai non è più tempo. Per fortuna. Del meglio possiamo fregarcene perché è passato. e da noi non se l'aspetta più nessuno”.   Un ironico, gentile, compassionevole, empatico e salutare invito ad assopire gli entusiasmi, rivolto in particolare a tutti quelli che si rovinano la vita con  le ambizioni di perfezione e le ansie da prestazione.


Una cosa, questa visione pacificata (che riuscì a praticare con molta fatica e molti rovelli interiori), che sta al centro del mondo di Flaiano . Ed è profondamente pescarese. Non a caso la frase, più famosa, tratta dal Diario degli errori, che a Pescara hanno messo  sotto al busto di Flaiano all'imbocco di Corso Manthonè dice: 
"La felicità consiste nel non desiderare che ciò che si possiede."

venerdì 25 agosto 2017

I fratelli Tanner di Robert Walser



Si dice a volte che si fa fatica a leggere un romanzo. Stavolta è andata in un’altra maniera: è il romanzo che ha fatto fatica con lo scarabookkiante. A convincerlo. E una sacca di resistenza è rimasta lì, relegata in un angolo della testa; sconfitta, inerte, ma è rimasta fino a metà libro. A tratti affiorava l’incredulità, la noia, la stupida domanda che ci si fa davanti ai matti e al candore disarmato: “ma ci fa o ci è per davvero?”. E Walser è veramente al confine tra le due cose.

Il fatto è che lo scarabookkiante crede negli ingredienti di cui è fatto Simon Tanner e di cui era fatto Robert Walser. Crede nella bontà indifesa che sembra sciocca, nella generosità, nella fiducia nelle cose e negli altri, in una versione adulta, cioè consapevole e disincantata, del candore. Crede nel potere salutare della capacità ingenua di stupirsi di tutto e prima di tutto della fortuna miracolosa di essere, di esserci e di essere circondati dal mondo così com’è con le sue bellezze e le sue brutture. La parola che forse ricorre di più in questo romanzo è “meraviglioso”. “Mi meraviglio di tutto”, potrebbe essere una buona epigrafe.

Ma chi crede in queste cose deve stare sempre all'erta. Perchè in giro è più facile incontrare, anziché la bontà, l’ideologia propagandistica della bontà ed il buonismo da make-up. Pochi i buoni e tanti i militanti dei buoni sentimenti pelosi (a cui resta sempre attaccato qualcosa) e di quelli da esibizionismo televisivo. Tanti i professionisti delle buone maniere, della gentilezza  usata come packaging per incartare cattivi sentimenti e ambizioni nascoste. Strumenti per avere e per farsi rispecchiare negli occhi degli altri una immagine perfetta di se; mentre di se e in se si pensa il peggio. Da qui l' iniziale diffidenza, l’incredulità, a tratti la noia. Poi, è venuto da pensare che siamo abituati forse troppo alla letteratura che racconta della gente che soffre (senza e soprattutto con l’apostrofo), del Male, dell’inquietudine, della manipolazione, dell’insano narcisismo con al centro il moloch della Morte. Qui tutto questo non c’è e la cosa  disorienta.

Simon Tanner da un certo punto in poi però ti convince. Non c’è trucco in Walser. 
Robert Walser
Te ne accorgi perchè leggerlo trasmette un che di pacificante, una specie di  gioia sottile. Quando ti arrendi all'idea che lui è proprio così comincia persino a essere divertente. Perchè il suo candore è anche ironia, impertinenza. Mi ha fatto pensare ad un francescanesimo laico e disincantato, senza il Cristianesimo e senza un Dio che, lo dice, per lui è superfluo: gli basta la bellezza dell’umano e dell’Essere, per amare la vita. Ha una componente ribelle, il piacere di stare fuori dal coro e dagli schemi pagando quel che c’è da pagare.  Ha volontà solida, carattere vero. Non  usa invece  l’altro piatto della bilancia con cui i buonisti pesano le cose, le persone  e le scelte della vita e cioè il successo, il prestigio, la sicurezza o anche solo la remunerazione di rispecchiarsi nell’ammirazione degli altri. Ha il dono di portare felicità (mentre gli altri li riconosci perché hanno l’infelicità quotidiana addosso, contagiosa e immedicabile). In  lui non c’è la codardia che fa fingere di andar d’accordo con tutti: è capace di accettare il conflitto a viso aperto. E questo fa si che non nutre segrete rabbie destinate a manifestarsi all’occorrenza  attraverso silenziosi e feroci tradimenti. Tanner è capace quando occorre di dire quello che pensa, girare i tacchi e andarsene via, portandosi i suoi errori sulle spalle come il più prezioso dei bagagli.
Non un poveraccio, insomma, ma un buono vero, di carattere, vertical, come dicono gli spagnoli, con una sua visione forte del mondo.


Poi c’è la leggerezza delle parole, dello stile con Walser racconta Tanner e lo fa parlare. E’ uno stile che sembra un cuscinetto d’aria su cui il lettore naviga sul libro come su un aliscafo. La lettura scorre comoda, leggera e veloce. Bisogna rinforzare l’attrito dell’attenzione e fermarsi per riflettere e afferrare. Altrimenti sfuggono dettagli e sollecitazioni e sembra tutto banale, scontato, mentre non lo è per niente. Forse questa è l’unica trappola vera nascosta in questo libro, che poi è una candida assenza di trucchi, appunto.

mercoledì 23 agosto 2017

Compulsion di Meyer Levin



Gran bella  ricostruzione, rigorosa e  romanzesca insieme, di un clamoroso fatto di cronaca, nella Chicago degli anni ’20. Prototipo del romanzo-verità e del realismo americano. Racconto di impostazione giornalistica, ma solo nella confezione, nella veste stilistica. Per il resto lo scavo dei fatti e dei tipi umani è da letteratura vera e di quella buona.

Per collocare contesto e sostanza qui basti qualche coordinata temporale: siamo a pochi decenni dopo Nietzsche, negli anni della nascita della psicanalisi e della prima irruzione dei periti psichiatrici sulle scene processuali, qualche decennio prima di  "A sangue freddo" di Capote, parecchi decenni prima dell'assassinio di Marta Russo, tanto per richiamare anche un fatto dei nostri anni a cui viene da pensare.


Garantita la piacevolezza della lettura; una bella tensione narrativa e una gran ricchezza di spunti di riflessione.  Forse le pagine processuali dominate da quelli che allora chiamavano “alienisti” danno qualche pesantezza se non si è interessati al linguaggio e ai temi  della psicanalisi, ma interessanti lo sono di sicuro. E l’arringa dell’avvocato difensore, rimasta celebre e incentrata sul tema della pena di morte, della colpa e dell’espiazione, da sola vale  il prezzo del libro.

lunedì 21 agosto 2017

Nella perfida terra di Dio di Omar di Monopoli



Per giudicare con onestà  questo romanzo bisogna liberarsi  delle aspettative esagerate di cui l’autore è e si è circondato. Gli echi sudisti faulkneriani (evidenti), quelli western alla McCarthy e anche quelli pulp sono echi appunto;  che risuonano nello stile e soprattutto nell’ambientazione (colore, polvere, incendi, sangue e altro ancora). Sono usati bene e con un buon effetto, ma echi sono e non altro. Spessore e visione di personaggi e fatti niente hanno a che vedere. Mille miglia lontani siamo.

Anche sullo stile, oltre gli echi non andrei. Lo scarabookkiante ha pensato più al  barocco leccese e  della Magna Grecia che alle radici bibliche e allo sperimentalismo dei giganti della letteratura sudista americana. Più Lagioia che americani insomma. Ed è roba buona anche quella: se la letteratura di genere italiana crescesse tutta fino a questi livelli di coraggiosa ambizione e anche di resa sarebbe un’ottima cosa.

Detto questo, è una bella storia, raccontata in modo intelligentemente movimentato, con una buona  geometria della trama e dell’architettura del racconto.  E con il merito di descrivere un pezzo di malavita organizzata italiana, quella pugliese appunto, che viene a torto sottovalutata e trascurata, salvo poi ritrovarsi il Far West sul Gargano, come in questi giorni. Ecco, per capire con la pancia oltre che con la testa quella roba lì, questo romanzo è un’ottima lettura.
Per apprezzarlo bisogna entrare in sintonia con  la vena immaginifica, sfrenata e spericolata nella produzione di metafore e nell’aggettivazione. A chi non piace potrebbe mettere il nervoso, ma può anche risultare stimolante. A tratti porta ad esiti di pregio vero.

Quel che è sicuro è che non ci si annoia e ci si diverte anche. Con quel che mette in vetrina quest’anno nei vari premi estivi la letteratura italiana, mi pare già abbastanza.

sabato 12 agosto 2017

Vacanze di Natale di William Somerset Maugham




Il figlio alle soglie del primo lavoro di una buona e colta e ricca famiglia inglese va a Parigi negli anni ‘30 a passare il Natale. Cerca avventure e incontra il Male; in due forme diverse, che forse è sorprendente trovare in Maugham.

Come qualità non si segnala come il suo miglior romanzo. Un po' scialbo e scontato (almeno per il gusto dello scarabookkiante), con poco colore e poco sapore. Sempre con piacere si legge però, per via dello stile, sempre pulito, efficace, elegante. Manca un po’ il ritmo e la acida e perfida ironia che ci si aspetta, ecco. Però c’è quell’elemento sorprendente che è di grande stimolo.

Qui Maugham, dal suo consueto terreno di indagine delle relazioni uomo-donna da cui pur sempre parte e che sempre al centro mette, si avventura a sondare due grandi temi del novecento. Quello del superuomo e quello del potere deviante he sulla mente dell’uomo hanno avuto le correnti culturali dominanti nella prima metà del secolo scorso.

Tre uomini esemplari di tre tendenze diverse. Uno, della tranquilla accettazione di una tradizione borghese. Il secondo, della spinta a piegare la realtà ad un progetto (in questo caso di trasformazione rivoluzionaria disumana). E l'altro della pura affermazione del proprio io, del proprio potere-diritto di agire secondo la propria forza e il proprio incontrollato libero arbitrio di super-uomo contro ogni regola. Al centro, a catalizzare e subire reazioni, una poveretta, chiamata a esemplificare un’altra figura che nel novecento è stata suo malgrado al centro della scena: quella della vittima.

L’esaltazione del Male e insieme la sua banalizzazione che hanno dominato un’epoca vengono fuori molto bene dal gioco che si svolge in questo triangolo. Pensavo che c’è una differenza che salta fuori benissimo qui con la letteratura dell’Ottocento. Per esempio, col Dostojevski di Delitto e castigo, dove pure il tema del Male che verrà viene profeticamente evocato. Lì tutto si svolge sulle tonalità della tragedia e Raskòl'nikov un grande personaggio tragico è; qui tutto assume un aspetto da ballo in maschera o da cabaret brechtiano. E a pensarci, lo stesso Hitler o ancor più Mussolini, ma anche Stalin a rivederle oggi in effetti orrende maschere sono.

Per tornare alla sostanza del tema, potremmo ricondurre il tutto alla vecchia dicotomia tra l’accettazione della normalità (e quindi anche delle tinte grigie della noia, dell’abitudine, della dritta strada tracciata) e la tentazione dell’estremo (e quindi della febbre adrenalica dell’azione, di una qualche nuova avventura).


William Somerset Maugham
Ultima annotazione di lettura. Maugham si conferma un autore che sta sulla soglia temporale in cui si affaccia il narciso novecentesco nelle sue diverse versioni. Qui in quelle della prima metà del secolo, quelle vocate al Male, appunto. La seconda metà del secolo ci porterà la versione del narciso nella civiltà dell’immagine e del consumismo identitario. E chissà il cinismo disincantato e l’umorismo perfido di Maugham di cui ho sentito la mancanza cosa ne avrebbe tirato fuori.

lunedì 7 agosto 2017

Eros e Priapo di Carlo Emilio Gadda



Gadda maturò l'idea di questo libro sotto la spinta della paura e della rabbia. Aveva dato credito a Mussolini inizialmente. Per via dello "spirito di Caporetto", che la terribile esperienza della guerra raccontata nel bellissimo Giornale di guerra e di prigionia gli aveva insufflato. E anche per un innato bisogno di rassicurazione e di protezione. Poi si era allontanato. Però, alla vigilia della liberazione, lui che viveva di paure, che aveva l'ossessione della minaccia, temeva, se non l'epurazione, di essere additato. E insieme bolliva di rabbia per esserci cascato. Ed era incazzato perché sentiva di aver paura. E poi lo era ancor di più per esserlo con uno come Mussolini (segue la più fantasiosa sfilza di epiteti che si possano appioppare).

Ne venne fuori uno sfogo, un'invettiva di una violenza furibonda, disperata. Gliela bocciarono per troppa volgarità. Poi lui passò ad avere un'altra paura, quella di aver esagerato. E si mise a tagliare, limare, smussare. La nuova edizione di Adelphi ce la restituisce nella sua integrità.L'esplosione linguistica con cui è scritta è da sciarada stromboliana di notte. Spettacolare ed esilarante. Intanto, inventa, deforma, ripesca, adatta, mette in cortocircuito pezzi di vocabolari e se ne fabbrica un altro, con le sue regole, una sua precisione, una sua rigorosa esattezza di significati. Questo c'è in tutto quello che ha scritto Gadda, persino nell'ordine di servizio che scrisse per i radiocronisti quando lavorava in Rai (bellissimo), ma qui è tutto caldissimo, tutto allo stato lavico. Aspro, tecnicamente difficile da avvicinare, ai limiti del respingente; ma, ad avvicinarsi, con lentezza e cautela, per non perdere le sfumature (lì sta il piacere estremo), di una potenza abbagliante.

Occhio però a non farsi bruciare il senso.

Gadda era un trasfiguratore, un fingitore. Nascondeva, come pochissimi hanno saputo fare, se stesso e le cose che scrivendo scopriva di se, di noi e del mondo. Osservava con un occhio millimetrico per allenamento professionale, spietato per patologica sensibilità, assistito da una cultura filosofica e psicologica insospettabile in un ingegnere e anche in un letterato. Il suo vocabolario soprattutto a questo serviva. Non era bello e basta. Rispondeva con efficacia tecnica, ingegneresca, oltre che ad una esigenza di sostanza e di precisione anche ad un bisogno di nascondersi. Obbediva al "lasciatemi in ombra" che era il suo Primo Comandamento.

Dentro al pamphlet politico colto e in lingua ha messo un trattato sul narcisismo, il male del secolo, di cui anche lui era afflitto. Nei suoi appunti preparatori, nelle bozze, nella versione originale esce fuori ancor di più. Parla di sé e parla di noi. Parla di erotismo e di psicologia applicata alle folle e alle donne (le marieluise), al potere politico e al militarismo, al carrierismo, alle piccinerie che fanno piccola la borghesia italiana (quasi tutta). Parla di un pezzo fondamentale e peculiare della personalità, del modo di funzionare delle menti dominante nel suo e nel nostro tempo (sono impressionanti per acume un pezzo sui giornali e uno che sembra cucito sulla psicologia sociale dei moderni social). E parla sotto la mascheratura del pamphlet politico delle sue pulsioni più profonde; che aveva imparato in parte a sublimare, controllare, canalizzare e mettere a frutto. E soprattutto, appunto, a nascondere. In questa riedizione si può trovare ampliato e commentato tutto questo, in tutta la sua meticolosa articolazione, sotto lo strato di fuoco vivo fatto di sboccataggini colte, di insulti poetici, di misoginia sensuale, di crudeltà pedagogica, di misantropia empatica.
Carlo Emilio Gadda
Gadda era un buono e come tutti i veri buoni, alla bisogna, cattivissimo, feroce, intollerante. Per rendere l'idea (e perché troppo è piaciuto allo scarabookkiante) copio la mezza paginetta in cui parla della esibizione "narcissica" del lutto. Argomento difficile, delicato. Lui guarda una vedova di guerra nerovestita, con persino la collana di perle nera, seduta al ristorante tra tre militari, presumibilmente commilitoni del marito morto in guerra. La scena la definisce "autoesibizione scardinata dal climaterio, oltreché dalla perdita del su' mastio". E così la descrive:

"L'idea di portare al collo i testicoli affumicati del marito, ammetto anche la sia una idea logica, nell'ethos di una tribù nana dell'alta valle del Bomocandi, o dell'impluvio del lago Alberto: ma per una femina di queste nostre qua d'un quintale, conglobate e impolpettate nella «civiltà millenaria» e «nella storia augusta di Roma», date retta l'è una idea bertolaccia. Pranzando un giorno sul terrazzo della casina Valadier un certo pranzo unto con certi messeri micamal tosti di fuorivia, ch'io non ne azzeccavo una sillaba, c'era a un tavolino da presso, con tre ufficiali tra di marina e di Genova, una vedova di quelle proprio da 381: enorme: nera come una locomotiva: però con du' occhi strofinati rossi, velata e pallata di nero. Una scrofona di litantrace con que' bargigli neri del dindo defunerato appesi a i'collo, ma ritinti prima nel lustro nero delle scarpe: che la trombettava giù certe sparate di naso tra e' due marinai e 'l cavallerizzo sopra una catinella di spaghetti all'amatriciana, in sul fortore afro e in sul pizzicore de i' pecorino, mamma mia: ch'era credibilmente quello e non altro a farle tanto brodare la vedovanza.

Che il naso, beninteso, Io sparava solo a quando a quando: sicché nelle more di quelle fomidabbili ttrombazzate le sopravvanzava in aggetto dalla cascata dei veli neri, tutto lucido e rubizzo come una cornioIa: a non dir meglio. E lei frattanto dietro al grascio della cotenna, ch'erano un dito mignolo grosse, ci buttava giù certe pazze sorsate, con certe schioccate, poi, di lingua, di un certo Frascati frascatano da far pisciare l'anima a Semiramide. Questo è molte volte, il lutto. Il morto giace e la viva si dà pace. E trinca."