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sabato 3 dicembre 2016

E' la democrazia, stupidi!

Non se ne può più di questa tiritera su un paese "spaccato", "diviso", "avvelenato". Gli scarbookianti, proprio all'ultimo giorno, per la prima volta  hanno sentito montare la rabbia, quella vera.


Se c'è un merito che questo referendum ha, è proprio quello di aver fatto venir fuori fin dall'inizio,  la differenza che c'è tra chi pensa che la democrazia sia "unità", "compromesso", "mediazione", "accordo" e chi invece pensa che sia il sistema che permette a idee, progetti, programmi, modelli di società, uomini diversi e in conflitto di sottoporsi al giudizio dei cittadini. 


Con il voto democratico l'idea, il progetto, il programma, il modello di società, gli uomini che hanno il consenso della maggioranza dei cittadini dovrebbero acquisire  il diritto, gli strumenti e la responsabilità di realizzare quel che pensano sia giusto in un tempo certo e limitato. Non di trovare per forza di cose, per obbligo dì governabilità, per ingiunzione costituzionale alla mediazione,  l'accordo con tutti e realizzare ad ogni passo un miscuglio informe del quale nessuno porta fino in fondo la responsabilità. 


Questa è stata l'Italia finora. Un paese nel quale tutto, a tutti i livelli è oggetto di accordo, nel nome dell'unità. E nessuno è responsabile di niente. Questo dovrebbe smettere di essere, se volesse  cominciare davvero a risolvere qualcuno dei problemi, che seguendo la democrazia dei compromessi storici e non e del "volemosebbene" si è caricata sulle spalle in settant'anni.  


È la democrazia, stupidi! La democrazia è conflitto. Un conflitto regolato dalla legge, nel rispetto della volontà della maggioranza dei cittadini. Ma conflitto vero. E assunzione di responsabilità, vera, con la faccia, il nome e il cognome. 


A noi scarabookkianti non piace Renzi e non siamo costituzionalisti per giudicare se la sua riforma sia tecnicamente perfetta. Probabilmente, per quel che ne abbiamo letto e soprattutto conoscendo Renzi,  non lo è. 


Ma una cosa l'abbiamo capita e ci basta: se dovesse passare il no, non sarà lui a perdere. 

Perderà, forse per sempre in questo paese, l'idea che ci piace  di concepire una democrazia.


domenica 24 aprile 2016

Il Duca di Sant'Aquila: Gadda e la vita dissimulata

Tutta l'opera di Gadda  può essere letta come  una autobiografia dissimulata e romanzata. Da quest'idea bisogna partire. Si dirà che in qualche misura è così per tutti gli autori. Ed è vero. Ma per Gadda il rapporto tra vita ed opera è  cosa piuttosto complicata. Andare a vedere come stanno le cose oltre ad essere interessante, aiuta molto a capire. Più forse che in molti altri casi.


Roscioni ne Il duca di Sant’Aquila  ricerca e racconta  i fatti biografici, le cose davvero accadute. Il tentativo è quello di  spiegare cosa c'è di vero e di reale dietro i richiami di Gadda alle "tempestose e terribili circostanze" della sua vita. Cerca di dare corpo storico e riscontri al clima famigliare dell’infanzia e della giovinezza, che nei romanzi viene descritto cupo e percorso da tensioni e sofferenze indicibili. Basti pensare a quello al cui centro ha messo il Gonzalo Pirobutirro de La Cognizione del dolore.


Cosa trova Roscioni?

Trova  che Gadda aveva una famiglia con una storia tutto sommato normale. Con  le sue difficoltà, certo: economiche e  di rapporti. E  con le sue  debolezze, le sue tensioni, i suoi vizi caratteriali. Che ha dovuto subire la perdita prematura del padre, per un’improvvisa malattia; e poi del fratello, in guerra, dolorosissima. Ma è anche una famiglia con una  sua solidità di  risorse e di relazioni interne ed esterne; con una sua borghese dignità; animata da  valori forti come l'amore per la cultura, la spinta alla solidarietà, il culto del decoro e della dignità.

E si capisce presto che , forse,  la cosa più importante   non sono le vicende di vita  così come le può vedere uno storico o un critico letterario, col suo distacco, solo scovando lettere e testimonianze . Non contano insomma tanto i fatti in sé. Conta invece e moltissimo la narrazione che se ne fa Gadda. 
Così come per tutti noi, è come ce la raccontiamo, la nostra vita, che importa. Non cosa è stata “per davvero” secondo un osservatore esterno (e ammesso che il “per davvero” abbia un senso).

Per la vita di Gadda accanto alla realtà storica c’è  tutto un modo di sentirla, di interpretarla e infine ricostruirla che è prodotto della sua mente della sua sensibilità. Ne è lucidamente consapevole: la chiama "isteria storica" e la contrappone alla “realtà storica”. E quel modo di leggere gli eventi e di interpretarli, non per il fatto di essere “isterica” (cioè proveniente da un moto interiore e da una conformazione della mente) deve per forza esser vista come priva di una sua fondatezza, di una sua logica e di una sua verità. Anzi, per chi la scrive  e per noi che la leggiamo è l’unica che è vera; di sicuro è l’unica che conta, che produca effetti.
All'interno di questa rappresentazione espressionistica della realtà, Montale giustamente si chiedeva "se si possa parlare di causa o di effetto... Se veramente le cause producono l'effetto o è l'effetto che produce le cause". In altri termini, narrandosi la sua vita in quel certo modo, Gadda la sua vita, in qualche misura,  la determinò, le diede una sua impronta peculiare, ne indirizzò il corso. Soprattutto determinò la sua opera.

E allora la domanda diventa un’altraCosa c'è al centro di questo racconto di sé che si fa Gadda e di cui il biografo dà conto, mentre ci dice cosa a trovato di documentato, di vero, di concreto? 
Adele Lehr Gadda

Di sicuro c’è la madre e poi più sfocate, sullo sfondo, le figure del  padre inetto, affettuoso, troppo presto scomparso e della sorella con cui ha rapporti soprattutto epistolari, finché non li romperanno del tutto. 
La madre, soprattutto, dunque. 
Nel libro di Roscioni esce fuori una figura complessa, con molti aspetti interessanti e a volte sorprendenti. Era una donna colta, intelligente, che ha lasciato segni di una intelligenza vivace e di una grande sensibilità. Era anche una  donna emotivamente refrattaria, compressa; molto decisionista e poco espansiva; molto assertiva e poco empatica. Che normava e imponeva, ma che era pochissimo disposta a comprendere e sostenere, tanto meno col calore di un abbraccio e della condivisione. 

Il rapporto che Carlo ha con questa madre per la verità dà l’impressione di essere una cosa che ha molto poco a che fare con il complesso di Edipo, come sostiene Roscioni;  e di avere invece molto a che fare con la fase evolutiva precedente a quella edipica, in cui incubano le sindromi narcisiste della personalità. Ma questi sono discorsi da lasciare alla competenza degli psicologi. Rispetto a questo nucleo centrale della sua sofferenza, la madre soprattutto, Gadda oscillava tra la drammatizzazione degli effetti, la ferocia delle accuse verso i genitori, l'orrore e il senso di colpa per il rancore che sentiva dentro e che lo portava alla fine ad una dolorosa, attonita paralisi dei sentimenti e della parola.

Gadda durante la Grande Guerra
Il Duca di Sant'Aquila è il nome dato a se stesso in un gioco infantile. Contiene  i prodromi del mito militare  e della  sua idea di patria. Ma dentro lo strano militarismo gaddiano oltre alle vaghe fantasie identitarie,  ci sono "da una parte la presenza di impulsi rigoristici, quasi ascetici; dall'altra l'assidua, insistente manifestazione di esigenze tecnico-funzionali...un suo peculiare, indefettibile pragmatismo". Le cose devono funzionare, insomma. Questo lo attraeva della organizzazione militare. E la sua assenza lo faceva arrabbiare, nel corso della sua esperienza di soldato.

Ma non è solo questo. Dietro c’è qualcosa di ben più decisivo e centrale. C’è una visione filosofica che permea  tutto il modo di vedere il mondo di Gadda. C’è l’esaltazione del senso del dovere ed in particolare del dovere di  tentare di ricondurre la complessità del mondo ad un ordine. Un ordine organizzato, che risponda a razionalità tecnica, a rigore, a precisione. E per riuscirci bisogna avere il culto della verità. Ed essere esatti, disciplinati, aderenti alle cose, scientificamente corretti. Non c’è altro da fare se si vuol tentare di trovare un'alternativa, un riparo al degrado e al caos che incombe, che ci circonda.

Epperò, dicotomicamente, Gadda è convinto che l'impresa è impossibile, che la precisione a lunga gittata nel ricostruire la catena delle cause e degli effetti nello spazio e nel tempo non ha nessuna possibilità di essere portata ad una qualche conclusione. Il mondo è troppo complesso, la catena delle cause e degli effetti porta troppo lontano, per essere padroneggiata dalla mente umana e dalle sue velleità ordinatrici. E così il senso del dovere, la tecnica, l’esattezza, la razionalità scientifica finiscono con l'essere usate in realtà per arrivare a dimostrare che l’impresa è impossibile, che non verremo mai a capo dello “gnommero”, dell'intreccio, dell’infinita complessità delle cose. 

Questo non abbassa neanche di un po’ la necessità di farlo. Perché l’assunzione di una responsabilità davanti alle cose è indispensabile, se si vuole sopravvivere conservando  una dignità umana. All’opposto, la  perdita di una finalità anche solo illusoria, produce il terribile effetto del decadimento, dello sfacelo. Un effetto, applicabile a tanti uomini e contesti umani, che lui descrive in un modo per l'appunto preciso, meticoloso: "Nulla vi era più di reale in loro, come in chi vivesse per automatismo. È questo forse il principio e lo stato di ogni dissoluzione morale. Il mondo appare allora come un rotolamento di effetti, e il suo contenuto è già stato enunciato fuori di noi: un'orrenda pietraia rovina giù senza fine. Ogni volere è smarrito. Non siamo che cose".

Trasferito in narrativa l'obiettivo impossibile di Gadda diventa quello di cogliere e risistemare in una rappresentazione il reale, scovando di ogni oggetto, personaggio, evento la precisa dinamica, la sua esatta collocazione nel contesto generale, fino alle più remote origini. Scriveva bene Cecchi: "Gadda è uno di quei pittori che fanno un capolavoro tenendo a modello un vecchio paia di scarpe. Nel fango che incrosta le afflitte tomaie sono iscritte in capillari geroglifici, come nei fregi di una piramide, le storie delle fatiche umane e delle sorti. E attraverso le buche della suola, ecco il  cielo con le lontanissime costellazioni che governano quelle fatiche e quelle sorti. È realismo anche questo: anzi è realismo di quello buono, di gran marca, a lunga portata."

Alla base  della sua stessa prosa, del suo stile espressivo, della sua lingua c'è questa esigenza di verità e di precisione.  Quel che viene definito il barocco di Gadda nasce da lì ed è tutto il contrario di un esercizio di sovrabbondanza compiaciuta, di esibizione di forme fine a se stessa. Viene dal puntiglio ingegneresco di dare una espressione millimetricamente esatta delle cose, a tutto tondo, in ogni dettaglio, cercando tutte le simmetrie e le corrispondenze esatte. Ed è  questa esigenza di esattezza che lo spinge a inventarsi una sua lingua. 
Mutua il linguaggio dei tecnici. Si appropria di termini delle lingue dei paesi dove ha vissuto. Prende dai vari dialetti le espressioni che funzionano meglio in un  determinato contesto. Il risultato finale è che resta rigorosamente fedele alle sue esigenze di completezza di espressione e di precisione, ma nella più bizzarra e personale delle rappresentazioni della realtà  e nella più spastica e contaminata deformazione della lingua. Il vero nocciolo della grandezza espressiva di Gadda sta tutto lì.

Il linguaggio di Gadda ha anche un’altra funzione, come rilevò meglio di tutti Pasolini: quella di fare da “schermo pudico” alle sue emozioni, di funzionare da strumento di difesa psicologica. E’ la dissimulazione dell’autobiografismo di cui si diceva all’inizio quella che viene realizzata anche attraverso la lingua, paradossalmente proprio ricercandone la precisione. Solo così d’altronde Gadda poteva raccontarsi e affidarsi agli altri, sentirsi parte di una comunità. I sui inquinamenti linguistici lui li chiamava “maccheronea” e diceva che sono “un immergersi nella comunità vivente delle anime”.
La spinta finalistica di "mettere in ordine il mondo" accomuna la sua attività di letterato e quella di ingegnere, fino alla realizzazione di utopie possibili: "L'idea di tesaurizzare la catastrofe, di tradurre la piena in chilowattore, di livellare il dramma idrografico nella proficua disciplina delle industrie"

L’esito finale però è identico. Sia nell'una che nell'altra attività dimostra a sé stesso prima che agli altri l'impossibilità di portare a compimento “l'opera”. Gadda è  l'autore per eccellenza delle opere letterarie incompiute. Ma è anche l’ingegnere che ha cambiato infinite volte e bruscamente lavoro. Ed è un uomo che ha continuamente cambiato abitazione, città, nazione, continente, senza legarsi in modo stabile con nessun essere umano e nessuna situazione. Che è periodicamente  caduto in lunghe fasi di ritiro, di conclamata misantropia, di abbandono di ogni progetto. 
Il suo eroe è Amleto. Lo cita, quando declama: "Quale disordine! E dovevo io nascere, per mettere a posto tutto ciò". Diceva che  Amleto è un "uomo invasato dalla missione ricostitutrice (d'una realtà morale del mondo)"... Un uomo in cui però dominano l'impotenza e l'abulia, "effetti della devastazione morale operata in lui dal delitto materno".  E tutto così torna a girare attorno alla figura della madre, al nucleo incandescente delle sue sofferenze.

La consapevolezza della sua vita  interiore è sempre presente, lucida. Gadda si guarda costantemente vivere. Si cerca negli occhi degli altri senza riconoscersi. E questo rinforza una rabbia sorda, che resta inespressa e di cui si sente colpevole. Da una parte ne cerca le radici e le ragioni  e dall'altra la traduce in un umorismo corrosivo verso sé e verso gli altri che si manifesta solo negli scritti. 
Scrive "Sono orribilmente depresso, solo...Cosa vuoi che ti dica di me? Sono sempre il Gaddus, sempre più balogio che mai, sempre più merluzzo, sempre più sconclusionato, svirgolato, sfessato, ma sempre più bilioso e pieno di invettive contro tutti.' La spietata e dolorosa coscienza, questo bisogno di vedersi, di rispecchiarsi  in Gadda è fortissimo, connaturato con le basi più profonde della sua personalità. E lo sa perfettamente: "Io vivo con la mia psiche, scusi la parola, un po' esterna alla pelle del suo proprietario, che son io; come l'elettricità che i fisici dicono si porti un po' al di fuori del conduttore (nello skean effectc), come il nimbo dei santi. Non ch'io sia santo, ma la mia psiche vuol star di casa un po' fuori del mio alloggio corporeo". 

Questa attenzione assorbita dalla fatica di guardarsi vivere aveva tra gli effetti anche quello di renderlo distratto,  assente rispetto alle conversazioni e ai rituali sociali; in realtà era  preoccupato da tutto, timoroso di apparire nella maniera sbagliata e di cadere nelle trappole che attribuiva alla furbizia degli interlocutori. Si sentiva perennemente sotto giudizio di una qualche entità esterna, di un immaginario accusatore al quale deve rendere conto, spiegarsi, giustificare. E da questa percezione nasceva una paura ossessiva e una forma di rabbia sorda, di irritazione costante. In realtà gli altri spesso ne parlano come di una figura soprattutto buffa, fuori posto, imbarazzata, mai disinvolta, mai a suo agio; e di un uomo esposto dalla sua ingenuità ad essere sempre vittima di scherzi.

L'umorismo irritato e irridente, spesso feroce di Gadda nasce quasi tutto dai suoi umori interiori, dalla sua umoralità. Chi lo ricorda ne parla come di un insofferente canzonatore. Sfornò battute epiche su Moravia, la Morante, Pasolini, il mondo del cinema, l'odiatissimo Foscolo (odiato per la mancanza di precisione, perchè gli imputa di sacrificare la verità alla retorica), tanto per fare qualche nome. Era insofferente verso il mondo intero, in particolare verso i rituali e gli intrattenimenti che secondo lui nascondevano ipocrisie, stupidità, meschinità, cattiverie. I suoi quadretti della borghesia lombarda, fotografata in modo ferocissimo a teatro, nei ristoranti, nei condomini vengono da questa spinta interiore. 
L’intolleranza canzonatoria che li anima è quella che non riusciva ad esprimere nella vita reale, perché andava in contrasto con la sua buona educazione da "signorino", da "principino". Una parte in commedia questa, che gli fu  imposta nel  copione famigliare,  dalla madre in particolare e di cui ha sempre parlato come di qualcosa che  gli procurava una in/sofferenza,  di un travestimento che lo teneva distante e fuori dal mondo. 


Il contrasto tra cattivi sentimenti e buona educazione determinava accelerazioni e frenate in tutti i suoi rapporti (con la sorella Clara per esempio, con il cognato, gli amici, i datori di lavoro, con le sue mitologiche pensionanti e via dicendo) lo rendevano goffo,  ridicolo persino, tra una esagerata cortesia esteriore, una sostanziale distanza emotiva e la violenta insolenza segreta, che viene fuori soprattutto nelle lettere e negli scritti letterari.  E viveva con l'ossessione di essere riconosciuto colpevole per questo e perseguitato. Il titolo dato al volume che raccoglie le sue interviste è una sua espressione e dice tutto.

Si nascondeva. E spesso risolveva il problema scappando. Aveva il mito della fuga (scarligà, diceva in milanese , cioè fuggire) e specialmente fuga dall'impegno sentimentale. Il racconto di Montale di quando scappò, passando dalla finestra al primo piano, dalla casa di una signora fiorentina che lo aveva ospitato con segreta concupiscenza divenne una leggenda comica.

Dietro c'è sempre quella ipersensibilità cosciente: "Miserabile io credo soprattutto di essere per l'eccessiva (congenita e continua) capacità del sentire, la quale implica uno incorreggibile squilibrio tra la realtà empirica e l'apprezzamento che il mio essere ne fa".

In conclusione, dal libro di Roscioni esce il ritratto di un uomo sofferente al di là di quanto sia possibile giustificare con la ricostruzione dei fatti della sua vita. C'è una molla psicologica iper reattiva che innesca una sua interpretazione dei fatti, della sua vita, un modo di vedersi che deforma e amplifica i dati della realtà, la ricostruisce secondo un copione interiore. E la sua opera è la trasfigurazione letteraria di questa percezione malata di sé.


Roscioni  dice che lo scrittore "è come l'ostrica, che solo se è malata genera la perla". Larga parte della migliore letteratura nasce da una matrice patologica. Nel caso di Gadda di sicuro è così.

mercoledì 2 marzo 2016

La RAM e l'attenzione

Leggendo un saggio divulgativo di informatica, lo scarabookkiante appassionato di narrativa, ad un certo punto si chiede  com'è che il computer, così presente nella nostra vita, lo sia invece così poco nei racconti, nei romanzi. Come metafora, soprattutto. Eppure, per esempio,  gli elementi che fanno la qualità di un buon computer sono in buona parte gli stessi con cui si può valutare la qualità di una buona mente e quindi di un buon essere umano. Al netto delle emozioni, certo; e si può convenire che non è poco (d'altronde ci stanno lavorando, si sa). Ma per tutto il resto, mente e computer sono oggetti narrativi che si prestano bene a spiegarsi e illuminarsi a vicenda. E così lo scarabookkiante arriva ad una conferma importante.                                               

Prendiamo per esempio, la memoria. In una macchina esistono due tipi di spazi di memoria. Ci sono le memorie di massa, interne o esterne, (tipo la pen drive o gli hard disk esterni o i vecchi floppy o i cd)  in cui archiviamo i nostri lavori e i nostri divertimenti e carichiamo i programmi che usiamo. Anche nella nostra mente c’è una memoria di massa, il nostro “magazzino”  di informazioni, di dati. Che poi in realtà più che uno spazio è  una rete impalpabile di miliardi di collegamenti chimici ed elettrici. Lì c’è tutto quel che ricordiamo o comunque possiamo richiamare alla luce della coscienza : dal volto di nostra madre alla classifica del campionato, passando per le conoscenze che ci consentono di lavorare, leggere, ascoltare musica e via dicendo e facendo. Anche lì sono le emozioni a far la differenza con le macchine: quando le cose che ci accadono entrano nella nostra vita scortate da emozioni forti non ce ne dimentichiamo. La scoperta del ruolo delle emozioni nei meccanismi del cervello umano è una delle grandi conquiste recenti più affascinanti delle neuroscienze. Non fosse che per aver fatto cadere la barriera di luoghi comuni che separava e contrapponeva la sfera emotiva dalla cosiddetta sfera razionale.
                                                                     
Poi nel nostro pc c’è la memoria volatile, che gli informatici chiamano RAM. E’  lo spazio in cui si lavora; quello dove quindi girano il browser per navigare in rete o i programmi di scrittura o di calcolo o di elaborazione di qualsiasi altro genere. Tutto quel che si fa in quello spazio se non viene salvato, cioè archiviato su una memoria di massa, viene perduto. Si chiama volatile per questo. In compenso,  ha una velocità e facilità di accesso e di lavoro enormemente superiore all'altra. E' la nostra scrivania, insomma. Se non è abbastanza grande i programmi più complessi non riescono a muovercisi o "girano" più lentamente, fino a bloccarsi. E se vogliamo usare più programmi contemporaneamente, in multitasking come si dice e come ormai siamo tutti abituati a fare, ad un certo punto si rischia che sia  la macchina intera a bloccarsi. Avere un pc che abbia mille giga di memoria di massa, ma una RAM di pochi mega significa avere una macchina di pessima qualità, praticamente inutilizzabile. Una buona dimensione di RAM fa la qualità di un computer quanto e più della buona dimensione del disco di archiviazione.
                                                                      
Trasferita al nostro cervello la RAM  cosa potremmo paragonarla? Forse somiglia a  quella cosa che chiamiamo attenzione. E’ quello lo spazio mentale che usiamo per raccogliere le informazioni dai cinque sensi, per capire, per dedurre, per creare, per inventare, per fare un lavoro o un gioco o per raccogliere  e comprendere le sollecitazioni che ci vengono dall'ambiente che ci circonda, dalle persone con cui conversiamo, per monitorare il nostro corpo e per sentirci vivere. Qualsiasi cosa facciamo,  la facciamo occupando un certo spazio di attenzione. Anche la più fugace delle impressioni passa di lì. 
Qui ci sono informazioni più dettagliate http://blogdelleneuroscienze.blogspot.it/2012/02/lattenzione.html.


L'attenzione è una funzione che implica anche una capacità selettiva. Nel senso che percepiamo uno stimolo e poi magari decidiamo che non ci serve; oppure quell'impressione, per esempio, sfugge per qualche motivo all'archiviazione, ce la lasciamo alle spalle e non la recupereremo più.

E’ proprio in quello spazio, quello dell’attenzione, che la nostra intelligenza si muove, fa collegamenti, si spinge avanti, esplora nuove conoscenze e trova nuove soluzioni. Per fare ancora collegamenti utili, l’intelligenza potrebbe fare il paio con il microprocessore, in un pc. Per tutti e due è la velocità con cui lavora che fa la differenza. E’ importante, certo. Ma anche la RAM-attenzione lo è. Anche per il lavoro dell’intelligenza lo è. Quanto più è grande il nostro spazio di attenzione tanto più liberamente quella si muove e maggiore è il numero di interconnessioni tra “le cose” che riesce a scovare.

Tutti parlano dell’intelligenza come di un criterio fondamentale di valutazione e classificazione degli esseri umani. Ma una persona con una immensa capacità di attenzione è una persona speciale quanto e forse più di una persona di grandissima intelligenza in cui però la capacità di disporre di uno spazio di attenzione sempre libera è limitata o nulla. Siamo sempre più circondati di gente che non ha capacità attenzione sufficiente a far girare i suoi programmi, che ha poca RAM.
                                                                        
A quanti capita di percepire parlando con una persona anche in gamba, magari amica o molto cara, che mentre parla con noi è centrata su un altrove, che non vede l’ora di liquidare tutto il resto per tornare a sprofondarsi lì? E quanti vogliono fare ed occuparsi di più cose di quelle che il loro spazio di RAM-attenzione è in grado di contenere? E quanti sacrificano uno spazio enorme della propria limitata attenzione per guardare l’effetto che fanno sugli altri, che sono assorbiti dal proprio ego? E quante volte sentiamo che la nostra ram-attenzione è fuori dal nostro controllo, attratta e occupata da tanti software inutili che dovremmo solo chiudere? Anche il cervello umano ha i suoi malwares. Programmi che si installano nel pc a nostra insaputa e che ci assorbono spazio, condizionano il funzionamento dei programmi . Nello spazio mentale  potrebbero essere paragonabili alle attività, ai pensieri che distraggono la nostra attenzione.

Distrazione ha un’accezione quasi sempre negativa. Mentre concentrazione di solito è intesa come un valore positivo. Eppure, a pensarci bene, producono con risultati diversi o opposti lo stesso effetto: quello, appunto di occupare spazio della la nostra RAM-attenzione. Quando la nostra attenzione è concentrata su un oggetto (che sia un problema di lavoro, un articolo per il blog, il corso d’inglese, la progettazione di un grattacielo, fare i compiti con nostra figlia o una chiacchierata sul tempo che fa) lo spazio disponibile residuo diminuisce o è nullo. E non è comunque una cosa buona per noi. Faremo bene quell'attività, magari. Ma siamo assorbiti da quella: in qualche modo non esistiamo più che per fare quella cosa. E invece lo skarabookkiante pensa che dovremmo aver cura di avere in ogni istante uno spazio di RAM-attenzione libera.
                                                 
La RAM-attenzione libera potremmo allora vederla come quella che resta al netto della nostra concentrazione e delle distrazioni. Quanto più grande è lo spazio di attenzione complessivo di cui disponiamo, tanto più grande è lo spazio  mentale che resta aperto e accessibile anche quando la nostra mente è  molto impegnata o molto distratta. 

Avere la mente sempre "aperta" è importante.

E’  lì che, anche mentre siamo concentrati, si esercita oppure no e in quale misura la funzione più alta della nostra mente: la coscienza, la consapevolezza. È da lì che ci auto-osserviamo, che preserviamo la giusta distanza dall'oggetto su cui siamo concentrati, che ci vediamo mentre ci lavoriamo sopra. E’ in quello spazio mentale che ci ricordiamo chi siamo, i nostri valori. E’ da lì che continuiamo a valutare la scala delle nostre priorità. E’ da li che ci immunizziamo dall’auto-identificazione totale in quel che stiamo facendo, che non ci dissolviamo nell'oggetto su cui siamo concentrati. Ed è lì, che suonano gli allarmi quando l’oggetto, i fatti e le logiche esterne, che magari non ci piacciono, ci stanno per travolgere. La percezione stessa  della bellezza ha bisogno di quello spazio libero.

E’ dallo spazio di attenzione libera e cosciente che dipendono la nostra capacità di custodire la nostra specificità di esseri umani,  la nostra libertà, la nostra facoltà di monitorare l’ambiente che ci si muove attorno. Ed è proprio in quello spazio, se è abbastanza grande, che possiamo continuare a preservare, anche quando siamo concentrati su qualcosa, una riserva di empatia, di curiosità, di partecipazione-comunione con tutto il resto, con gli altri, con l’universo che ci circonda. Saper tener aperta e allenarsi a usare bene la nostra attenzione ci fa esseri umani migliori.
Ecco, questo  è  l’esempio di un aspetto importante del modo di funzionare della mente  che molto ci riguarda e molto ci interessa e che la metafora del computer illumina bene. Dalla lettura di una manuale di informatica si può tirar fuori anche  un criterio di valutazione che più passano gli anni, più gente conosciamo  e più allo skarabookkiante  sembra importante per valutare la qualità delle persone.

Per dirla in un’altra maniera, lo scarabookkiante, persino leggendo un manuale di informatica, ha avuto la conferma di essere stufo della gente anche molto intelligente, con microprocessori potentissimi, che magari sa e ricorda un sacco di cose, ma che non  ha la RAM troppo piccola, che non ha il dono mirabile dell’attenzione consapevole, libera e accessibile.


mercoledì 13 gennaio 2016

Uomini schifosi e l’elogio della fuga




Mi viene in mente di primo acchito  una raccolta di racconti, una delle cose migliori di Dave Foster Wallace, Interviste con uomini schifosi, ma, definizione a parte, non è che c’entri niente con quel che devo scrivere.

Ce lo teniamo buono solo per il titolo, il libro di DFW.



Di sicuro c’entra di più questa scena di FF.SS.  un vecchio film di Arbore (scena da ridere, ma solo per stomaci forti).




Funziona proprio così: il disgusto, lo schifo ha un  perverso potere magnetico al quale vorremmo resistere, ma qualcosa finisce per piegare la nostra forza di volontà e vince sull'immediata e sempre rimontante repulsione.

Un potere simile su molti ce l’ha anche l’esercizio del male, della crudeltà. Senza arrivare alla sindrome di Stoccolma che lega con una insana forma di affetto la vittima al suo carnefice c’ è una forma di perversione che attrae verso lo  spettacolo del dolore procurato. E’ quella che fa la fortuna dei generi  trash e splatter e roba simile. Ma anche questa è un’altra storia.

Perciò restiamo sugli “uomini (solo) schifosi”.

Un esempio. Che poi è la situazione che mi ha messo “la penna in mano”. Una delle cose che mi fa più schifo è trovarmi a guardare qualcuno che mangia con la bocca aperta. Ultimamente m’è successo con un conoscente, un tipo silenzioso, umbratile, con poco senso dell'umorismo. Non so come  è capitato che s’infilasse in una comitiva con cui uscivo a cena abbastanza spesso. E così ho scoperto che ha quel difetto lì. E’ uno di quelli che ti lasciano zoommare sul bolo in formazione, che ti fanno seguire in moviola tutte le evoluzioni linguali, che ti impongono la contemplazione  della loro ginnastica masticatoria, che espongono senza barriere l’accesso alle mucose buccali mentre sono irrorate sia per via endogena che attraverso sorsate di liquidi esterni. E con tanto di slappettii sonori. 
Lo trovo uno spettacolo insopportabile. Soprattutto perché finisce col fare l’effetto della tv,  quella peggiore: scippa lo sguardo, impone il ritorno ciclico quasi ineluttabile e sempre sofferente, dell’attenzione. Vorresti non vedere, distogli gli occhi, ma non si sa come né perché quelli, lì finiscono per  tornare. C’è una forza indipendente e nemica che ce li riporta. Una tortura  che ci si autoinfligge senza necessità. Nel senso che magari il tipo non ti è nemmeno seduto proprio davanti. Potresti tenerlo fuori dal tuo quadro visivo. E invece scopri tuo malgrado che ci vai apposta con lo sguardo. Non si capisce per quale immonda ragione, ma ci vai. Prima o poi ci vai. E poi ci torni ancora.


E’ così. Ogni volta era così con questa persona. Non sapevo che fare. E sembrava non esserci via di scampo.
Invece c’è. Ed è una via che si può, si deve imboccare (si scusi il verbo). E che torna utile davanti a fastidi e avversità anche maggiori di questa. Una Via Maestra, che tante volte mi ha portato fuori da situazione ben più che fastidiose. 
Insomma, il mio persecutore masticatorio mi ha spinto verso l’ennesima (nella mia vita) rivalutazione etica della Grande Via della Fuga.
E così mi è tornato in mente un bellissimo saggio di Henri Laborit che si chiama appunto “Elogio della fuga”, consigliatissimo.



E anche questa  bellissima canzone di Paolo Conte



Eh si: “La fuga nella vita, chi lo sa… …che non sia proprio lei. la quinta essenza”.  Ha proprio ragione. Eppure la fuga è concetto che in generale suscita  nel comune sentire riprovazione, aperta condanna.  Viene associata a irresponsabilità, vigliaccheria, mancanza di carattere, onesta, lealtà, affidabilità.

E’ vero il contrario. Sottrarsi a certe frequentazioni, a certi rapporti di amicizia o sentimentali,   a certi ambienti di lavoro, sociali o addirittura familiari è cosa buona e giusta. E va fatta come si deve fare una fuga: senza dar troppe spiegazioni, anzi senza darne affatto.  Come in questa scena di Amici miei, diventata famosa per l’ultima parte, quella degli schiaffi. Ma prima c'è una fuga da manuale...




Voglio dire che uscire silenziosamente non è solo un metodo efficace per migliorarci la vita, un’ottima soluzione in tante circostanze altrimenti insopportabili e con vie di uscita alternative tutte peggiori. E’ proprio una  cosa eticamente ineccepibile, più che corretta, altrochè. E’ un diritto onorevole e sacrosanto, da difendere e praticare ogni volta che  riconosciamo la scelta  come opportuna, utile per noi e persino per chi ci lasciamo alle spalle, lasciandolo al suo destino. Perché la fuga non è affatto sempre e comunque una scelta meschinamente egoista.  Ci sono situazioni dalle quali è salutare allontanarsi anche per il benessere di ciò che abbandoniamo.

Tornando ai miei pranzi, non ho più frequentato quella comitiva conviviale. Via. Sparito. Così come non più voluto avere rapporti con qualche persona, amica o  anche di più, che un tempo adoravo e poi ho scoperto che vivendo male e pensando peggio mi avvelenava la mente. Così come non guardo i talk show, non vedo i cinepanettoni, non leggo i libri horror, non ascolto la musica metal. 

All'opposto dei moralisti c’è chi riterrà si stia dicendo solo una banalità, che tutti si costruiscono un mondo più o meno a misura.  Chi dice queste cose di solito sta per obiettare sulla correttezza, secondo loro dovuta,  di una spiegazione della fuga. Ecco,  questi  si sbagliano più di tutti. Le spiegazioni in certi contesti di relazione, nelle situazioni del tipo di cui si parla qui sono un modo sgradevolissimo per perdere tempo, esporsi a rischi inutili (di equivoci, rancori, ferite più o meno metaforiche) e infligger/si gratuitamente atti di crudeltà. Detesto la reticenza nei rapporti a cui tengo. Ma per le stesse ragioni penso che sia salutare per  quelli da rottamare.

D'altronde l’alternativa corretta quale sarebbe? Quella didattica del tipo “perché fai così? t’insegno io”. Macché! Non cambierai mai a quello lì il modo di masticare. E forse non è nemmeno giusto; magari (mi pare incredibile, ma può essere) a nessun altro dà così fastidio. Un atteggiamento di questo tipo presuppone in qualche misura e più o meno consapevolmente una pretesa da  “principe azzurro” , che  muove da una convinzione del tipo “sei un ranocchio brutto e sfigato, ma io ti bacio e ti trasformo in una bellissima principessa” che da adesso masticherà la vita con una graziosissima pudicizia. Pura presunzione.

Non riuscirai mai a correggere la mancanza di attenzione verso gli altri di certe persone;  a cancellare un certo modo di usare le buone maniere di quell'amico o di quel vecchio amore che le esibiscono a se stessi e agli altri per nascondere i cattivi sentimenti;  a rimuovere i sensi di colpa velenosi di quella collega che calpesta tutto quel che incontra per far carriera; a rimuovere l’atteggiamento di spregio snobistico dettato dall'invidia sociale o dal risentimento di certi altri o il perbenismo acrobatico ed ipocrita di altri ancora (tanto per citare alcune delle abitudini  male educate che non sopporto al pari o più della masticazione open). E poi bisogna sempre porsi la domanda (e rispondersi con umiltà) “chi sono io per emettere un giudizio e pensare di imporre un comportamento a chicchessia?”

Piuttosto, appunto, allontanarsi in silenzio. E' la scelta più rispettosa ed educata. E ognuno viva la sua vita. Persino chi ha la cattiva propensione a cercare vendetta, con un minimo di saggezza apprezzerà la medicina omeopatica, efficace e non tossica, dell’indifferenza, che traghetta nel silenzio verso l’oblio. Certo, capiterà che qualcuno scambi la nostra scelta di fuga per caratteriale scontrosità (il mio amico lo sta pensando di sicuro) o addirittura per manifestazione di odio, di rancore, di rabbia o di chissà qual altra cattiva disposizione d'animo. Che fare? In assenza di esplicite richieste di spiegazione: ancora una volta, ovviamente, niente. Ognuno va lasciato libero di bollire nel brodo che si è scelto.

Ci sono i casi speciali, certo, rari,  in cui una spiegazione viene richiesta. In modo aperto,  magari con i toni giusti, forse con un sincero interesse, una vera attenzione, un autentico dispiacere, una reale disponibilità. Il dubbio di esserci sbagliati a quel punto può affacciarsi e bisogna sempre essere aperti al dubbio.  Lì in effetti si apre a volte un passaggio che può essere difficile. E che può portare ad esiti imprevedibili tra cui la ri/nascita di certi rapporti destinati forse a quel punto a diventare specialissimi. Oppure il prodursi di quella rottura violenta e irreparabile che con la fuga avevamo voluto risparmiare a tutti. Ma sono casi rarissimi, purtroppo e  per fortuna.

lunedì 11 gennaio 2016

FINANZCAPITALISMO di Luciano Gallino: "vi racconto la nostra sconfitta"

"Cari nipoti, vi racconto la nostra sconfitta" diceva Gallino in un celebre articolo. La sconfitta a volte è un sogno che la realtà, la storia si divertono a riprodurre tramutandolo in  incubo. "Finanzcapitalismo" può essere letto come il racconto di una grande sconfitta.
E' un saggio fondamentale, nel suo lavoro. Fu scritto nel 2011, dopo la grande crisi del 2007 ed è diventato un punto di riferimento per capire quel che sta ancora capitando.
Leggendolo viene da pensare ad un ironico e feroce paradosso. Il capitalismo finanziarizzato, adespoto e globale, raccontato da Gallino, senza padroni e senza confini, è interpretabile come l'approdo alla rovescia del percorso storico immaginato nell’Ottocento dai teorici del movimento socialista, da Marx in giù. 
Il percorso che doveva passare attraverso l'Internazionalismo e compiersi in un governo mondiale delle risorse. Il capitale sembra aver fatta propria e realizzata quasi esattamente proprio quell'utopia.  


Il mondo dell’economia globale descritto da Gallino è un mondo senza confini, ma solo per i capitali. Gli uomini e  le donne, attorno o dentro ai confini statali continuano ad accapigliarsi ed a morire: per entrare, uscire, trovare un lavoro, cambiare governi, difendere diritti. Ma sono tutte cose che ormai sulla sostanza delle questioni economiche fondamentali, sulla scala planetaria dei fenomeni, hanno rilevanza sempre minore. Per il capitale, alla peggio,  basta spostarsi e qualsiasi problema può essere risolto. D'altronde ce n’è sempre meno bisogno: dalla Cina “comunista” all'America di Obama, si sa, il mondo è un unico mercato globale, dominato da un unico pensiero economico imperniato sulla logica del mercato. Una vera Internazionale del capitale.


Luciano Gallino
La sfera della politica nel mondo globalizzato è sempre più ai margini; la democrazia è parola senza senso del mondo della finanza. Un inutile ingombro da aggirare in qualche modo.  La riduzione caricaturale della politica a “teatrino”, a gioco per guitti ha dunque un suo fondamento reale. Ed è un fenomeno mondiale, che nasce da una redistribuzione del potere reale verso la sfera economica, sempre più centrale, dominante e autonoma. 
Insomma, il capitale sta realizzando pro domo sua il vecchio sogno anarchico di rendere superfluo lo Stato. 


Ma allora, il   pianeta globale del capitale da chi viene governato? In fondo,  da nessuno. Il capitale sembra essersi appropriato dell’intera utopia anarchica della libertà assoluta. Riprodursi liberamente, moltiplicarsi in profitti: quella  è l’unica sua legge. Avendola affermata  con una una forza ed una universalità che non ammette dubbi e non essendoci in giro alternative, non ha bisogno di nessuno che la guidi e la difenda. Solo di gestori: poco più che contabili, poco più che guardiani. Ricordiamoci del discorso di Lenin e della massaia. E’ in quella direzione che sta andando. E chi sono questi gestori?  
“una nutrita serie di organizzazioni internazionali il cui personale non è stato eletto da alcuno, né rispondono delle loro azioni ad alcun «collegio elettorale» o constituency. Accanto ai grandi istituti finanziari in senso stretto, sono esse le colonne del finanzcapitalismo. Le chiavi delle politiche economiche, finanziarie e monetarie; delle politiche del lavoro e della previdenza sociale; delle politiche commerciali e ambientali, stanno oggi e resterebbero domani saldamente nelle mani di organizzazioni del tutto a-democratiche quali le Nazioni Unite; l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico; il Fondo monetario internazionale;la Banca Mondiale; la Banca europea degli investimenti; la Banca per i regolamenti internazionali; l’Organizzazione mondiale per il commercio; l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura; l’Organizzazione internazionale del lavoro; la Commissione Europea.”


L'inadeguatezza dolosa degli strumenti di controllo e regolamentazione rende oggi impossibile  persino quantificare e sapere con precisione quant'è grande la massa di denaro che circola per il mondo.
O a  quanto ammonti il debito globale, visto che in gran parte (per ragioni che sono puntualmente spiegate da Gallino) non è iscritto nei bilanci di società e enti pubblici.
Quel che invece si sa è che la ricchezza è sempre più concentrata in pochissime “mani” (ma "mani" è quasi sempre solo una metafora e comunque, per lo più, sono mani ignote). Quel che si sa è anche che la ricchezza privata è incommensurabilmente superiore  di quella posseduta o anche solo indirettamente governata dai pubblici poteri. E che al centro di tutto e quindi della crisi  che viviamo in questi anni ci sono le banche.


L'economia cosiddetta “reale”, quella fatta di uomini, donne e capitali investiti in lavoro, oggetti, servizi ha  un peso in costante riduzione  ed è sempre più subordinata ed asservita alla circolazione puramente speculativa del denaro in libero movimento. Dalla grande distribuzione alle grandi multinazionali alle stesse banche, la leva finanziaria è determinante nel fare utili. D'altronde il senso è facile da afferrare: perché investire per fare cose rischiando, quando il denaro, solo a farlo girare e quindi rischiando molto di meno,  si riproduce molto di più? Ogni mattina i CFO di banche e società si fanno questa domanda e si danno la risposta, scontata. E non è un caso che, per esempio, il CFO della Apple, un italiano, Luca Maestri, guadagni più del CEO, Tim Cook, che ha preso il posto di Steve Jobs.

Il tracollo della classe media, che di oggetti e servizi e del lavoro e dei capitali investiti per fare cose vive,  discende anche e soprattutto da qui. Lo sfruttamento crescente, le pressioni commerciali diventata insopportabile su aziende e lavoratori, la crescita della disoccupazione, delle diseguaglianze e della povertà derivano anche e soprattutto da questa semplice logica. 
Insomma, l'estrema, finale, paradisiaca umanizzazione ecumenica di un’economia governata in funzione dei bisogni umani  teorizzata dai padri del socialismo nell'Ottocento può essere oggi declinata all'incontrario. E cioè come  la situazione infernale di un'umanità il cui pane, la cui ricchezza e quindi il cui destino non è più nella concretezza materiale del proprio lavoro e dei suoi frutti, ma sta nel ciclo incontrollabile di riproduzione partenogenetica del capitale, nel mondo dematerializzato e spersonalizzato della pura finanza.


I teorici del socialismo avevano sognato di cancellare i padroni. Sembra incredibile, ma il finazcapitalismo sembra essere riuscito anche in questo. Il mondo economico globale dentro cui siamo è una sorta di veicolo planetario in cui  il pilota, quello che chiamavamo il padrone, appunto, (e quindi qualcuno con cui trattare e litigare) sembra non ci sia  più. 
In ogni caso, non si sa dove sia.  
Buona parte delle azioni negoziate in Borsa a Milano sono di fondi speculativi di investimento, il più astratto e spersonalizzato soggetto economico mai inventato. 
La proprietà delle società possedute da questi fondi potrebbe cambiare e cambia in tutto o in parte anche ogni mattina. Il meccanismo è così autonomo e di una complessità così spaventosa (Gallino la fa percepire molto bene) che gli stessi attori e creatori del sistema, anche volendo, non sono ormai più in grado di dare risposte, di controllarlo, di gestirne fino in fondo lo sviluppo. Gira da solo, a velocità folle. Soprattutto  non contempla  nel suo programma il comando per fermarsi.   


Azionisti anonimi e variabili per peso ed identità nominano manager i quali si prestano sulla base della logica della massimizzazione delle loro retribuzioni . Hanno un orizzonte schiacciato su qualche mese, pochi anni, con conseguenze sulle vite e sull'ambiente, in termini di precarietà e degrado   spaventose. Che sono poi cose  da cui semplicemente hanno l’obbligo professionale di prescindere.
E non hanno bisogno di ordini. Sono già programmati su una matrice ideologica: l’unica rimasta, quella neoliberista, il cui cardine è appunto quello di lasciare che il capitale si muova liberamente e produca il massimo profitto; che si riproduca al massimo delle sue potenzialità. Tradotto in quel che chiamano "mission": realizzare il maggior dividendo possibile dell’ignoto azionista, qui ed ora. E' solo su questo che si devono regolare le decisioni. E’ quello il comandamento unico dell’unica religione globale. Tutto il resto (etica, ambiente, qualità della vita, funzione sociale dell'impresa, giustizia sociale) non conta o viene dopo.


E’ una cosa folle? Lo è. “Finanzcapitalismo” lo spiega  bene. E’ folle in senso letterale (“patologicamente irrazionale” dice): perché quella neoliberista, come tutte le ideologie, ignora i dati di realtà (la domanda si contrae, populismo e terrorismo terremotano le democrazie, il pianeta tracolla fisicamente ecc.). Che è il problema di tutti i folli. E tutti sanno anche che il meccanismo finirà per sfracellarsi da qualche parte. Le cadute accadono sempre più di frequente e sono sempre più disastrose. Continueranno ad accadere. Prima o poi ce ne sarà una irreparabile: l’incombere di una nuova “bolla finanziaria” viene preannunciata dagli stessi "gestori" come una sorta di bomba atomica già innescata. Lo sanno. Lo dicono, persino. Sperano solo di trovarsi altrove, al sicuro ormai, quando accadrà. E poi il modo per fermarsi, si è detto ed è vero,  non lo conoscono: nel loro programma, nell'ideologia neoliberista del capitalismo finanziario non c’è. Bisogna laisser faire, laisser passer. La catastrofe economica in quella visione  scivola al rango concettuale di catastrofe naturale: "succede". Così come succede a tanti di perdere o non trovare lavoro, di fallire, di scivolare nella povertà, di perdere prospettive e dignità, di rimanere vittime del degrado ambientale. "Succede", appunto. Sembra proprio che per l'umanità intera il suo stesso destino sia stato espropriato e reso irrilevante.

I migliori saggi di economia oggi sono racconti così mostruosi da sembrare distopie.  E invece è tutto vero. Dentro ci si può trovare anche  un vecchio sogno virato ad incubo.

domenica 15 novembre 2015

Parigi e il nostro vecchio demone


Non è una novità che a volerci far paura siano quelli di noi che si sono voluti fanatici di un'idea. 

Non è una novità neppure che la loro mente sia abbagliata da un libro, uno solo 
(troppo pigri, troppo spaventati, con troppo poco tempo, troppo poco respiro e troppo poco spazio mentale liberi, per provare a leggerne qualcun altro). 

Non è novità che un dio vivente abbia risucchiato dalle pagine  di un libro la loro vita, anziché arricchirla di altre vite come pure i libri sanno fare così bene.

Non è una novità che a volere la nostra vita sia chi pensa di non averne per sé una migliore da vivere. 

Non è una novità che ci sia chi faccia la scelta della rabbia e si lasci esplodere per cercare in un istante di dare un senso e uno sbocco purificatore a speranze, alla voglia di costruire qualcosa.

Non è una novità che si scelga di sgombrare la strada per costruire un mondo migliore in un qualche aldilà dei mondi e della storia cominciando col cancellare quello che c'è.

Non è una novità infine e in fondo che chi li guarda, come noi, annientarsi annientandoci, non riconosca in loro il nostro vecchio demone. Quello che anche noi un tempo avevamo incontrato  tra le pagine di un libro. Quello che anche noi avevamo riconosciuto come il nostro dio vivente.

venerdì 9 gennaio 2015

La salsiccia di Papa Francesco

Minuccio di Sacrofano, paese reso famoso da Manfredi e Risi nel film ” Straziami, ma di baci saziami”, fa il salumiere, anzi il sacicciaro. E’ amico del nostro C.C.Baxter, Scaracritico cinematografico, che chiama confidenzialmente Ciccì. Ogni tanto si fa vivo con lui. Con il loro permesso, a noi piace leggere cosa gli scrive. 
Qualche giorno fa Messori, il teologo, sul Corriere della Sera ha sparato ad alzo zero su Papa Francesco. A Minuccio, ateo impenitente, Papa Francesco piace. Sennonché tra quel che scrive Messori e quel che dice Minuccio notiamo una strana e interessante convergenza.

Ciccì, ma com’hai fatto quela sera a’zzeccà che facevano Papa proprio l’argentino? Mannaggiattè, io ancora ce ripenzo, sa? Nun ce penzava nissuno e tu, zacchete, nu nome secco. Me l’hai detto na settimana prima, me l’hai ridetto il giorno prima e me l’hai scritto pure du’ minuti prima che s’affacciasse pa’ “bonasera” famosa. Sul’ipadde me l’hai scritto: “A’ Minù statte tranquillo, fanno a Bergoglio”.


E vabbè Ciccì, tu dici che era facile, che bastava legge e che i giornalisti nu leggono manco i giornali (“figuriamoci  i libbri: quelli semmai li scrivono. E so’ brutti”). Forse hai raggione, però io solo da te l’ho sentito. Che l’artra vorta s’era ritirato, ma già era forte. Che stavolta doveva esse pe’fforza sudamericano pecché è lì che la Chiesa sta a perde più clienti. Che doveva esse fori da li ‘mbrogli del Vaticano e degl’italiani. Soprattutto, che doveva esse  “pastore”. A me sta storia di essere considerato na pecora nu mme mai piaciuta, ce ‘o sai. Ma lassamo perde,  io non c’entro: tanto alla favoletta che racconteno li preti nun ciò mai creduto.  Diciamo che ce voleva uno che sa parlà coi poveri disgraziati, visto che i poveri disgraziati so’ destinati a aumentà dappertutto.

Comunque, Ciccì, me facesti tutto ‘n raggionamento che me fece proprio na bella ‘mpressione. T’o ricordi? Me dicesti che la Chiesa è come n’azienda.  Io tengo na fabbrichetta e nu negozio, faccio ‘o sacicciaro e t’ho capito a volo, sa? Ho capito pure che  “pastore”  ‘n pratica significa uno bravo a vende ‘a mercanzia loro, ‘a saciccia loro, ‘nzomma: uno commerciale, uno che sviluppa li ‘ffari, che je piace sta ‘mmezzo a ‘a ggente e ce sa fa a convincerla a farse cliente.


Il tedesco che c’era prima (tu ‘o chiamavi teologo) ho capito che  era  uno bravo a falla, ‘a saciccia loro,  a custodì ‘a ricetta de famijja come faccio io co quella de’ sacicce de papà mio bonanima,  che me la tengo sul quadernetto suo proprio come un Vangelo. Guai a chi lo tocca e guai a cambià manco ‘na virgola.  A sentillo parlà, il crucco, ‘o capivi che era un professorone, uno bbravo veramente. De la saciccia sua sapeva proprio tutto. Però a sentillo te dovevi mette la camiciola de lana. Pur’ a agosto. Te faceva gelà, te faceva. Uno tosto. Era a modo suo, ma ce stava da fargli tanto de’ cappello.

E poi c’è la terza categoria de preti, me dicesti: “i curiali”, quelli che, stanno ar Vaticano  a organizzà, a fa le giostre coi conti e le carriere e i posti e i postarelli:  “tu fai questo io faccio quest’altro” e “quest’a me e quest’a te”. Come fa ‘ssuntina, la mojje mia, co le commesse e li operai der negozio.Tutto un trafficà, nu spettegolà e nu commannà. Servono pure loro pe’ ccarità, ma se non c’è uno ‘bbravo a andà in giro a venne e a trovà i clienti, come faccio io, hai vojja a aspettà. Le saciccce restan’appese a fa i vermi. E co’  a ricetta segreta te ce pulisci ‘ndo sai tu. Uno simpatico co le scarpe grosse che ie piace a parlà co’ tutti, uno come me ce voleva ‘nzomma. E l’hanno trovato proprio di quelli bboni. I preti a fa ‘ste cose s’ bbravi. La saciccia loro la vendono da duemila anni: mica scherzano!

Si, si, come me l’hai spiegata tu Cicci’, sta storia del Conclave più ce penso e più me convince. E te devo dì che a me sta pure simpatico sto Papafrancesco. Tutto sto discorso a favore dei poveri e contro i ricchi me piace assai. Me pare proprio ‘na brava persona.
Su come fa il mestiere suo io, però non è che so’ tanto d’accordo. 
Mo’ te spiego.
Fa il progressista su tutto lui: “E chi so’ io pe’ giudicà lli froci!”.  “ E chi l’ha detto che i divorziati nun li vojjo manco vedè”. “E noi non buttiamo via nessuno”. “ Tutte cose giuste. Ma che ‘e dica lui ‘ste cose nu me pare ggiusto penniente. ‘Ste cose le posso dì io che so’ socialista e miscredente, mica tu che se’l Papa. Guarda che non è un fatto de gelosia. Perché se è pe’ quello,  me dai raggione e quindi da ‘na parte so pure contento.

Ma giusto nunnè! Perché chi ce crede, a la saciccia loro, se la vole, la deve pagà, Ciccì! Vojjono la vita eterna quelli, mica s’accontentano de gnente! La salvezza dalla morte, uè, mica no scherzo! E la liberazione da ogni, ma proprio ogni male! Vojjono persino n’angelo custode personale che ie dà la protezione ora-momento-e-minuto. Possono fa  le peggio cose, poi basta annalle a raccontà a ‘n prete e escono puliti come na trippetta pronta pe magnattela. Appena ie serve quarche cosa, tipo vince na partita, pijà na promozione, fa guarì il cagnolino loro da la diarrea, tacchete: na preghierina ar santo giusto e tutto risolto. Se so’ fatti n’esercito, de ‘Santi, pronti a fajje tutti i miracoli. On demande.

Io dico che se lo voi sto servizio de gran lusso devi meritattelo. Se vuoi farti il giro della vita tua co’ tutti gli optional de sto machinone de lusso che cammina su  terremare e sale pure ‘n cielo e  che se chiama Diopadreonnipotente,  a chi t’o noleggia ie devi da’ quello che je spetta. No che quanno se tratta de rispettà le regole t’attacchi al pastore argentino de sinistra. E divorzi quanno te pare. E scopi prima, durante e dopo e dentro e fuori der matrimonio. E te scopi e te sposi co’ chi te pare, omini e femmine, quante volte te pare. E vuoi l’abborto se ce resta pregna. E vuoi “l’aiutino” quando stai pe schiattà e nun ce la fai più. Mettece che a messa nun ce va più nessuno, che nessuno se fa più prete: troppo comodo, a ragazzì! Tu te vuoi godè la vita e poi te vuoi godè puro la morte, senza fa manco un sacrificio. E non va mica bene! 

Aveva raggione il tedesco allora: a ricetta de la saciccia è quella. O te piace o nun te piace. E se non te piace e voi fa come te pare e come piace a Minuccio il sacicciaro,  non poi venì proprio da me a dimme che io so’ miscredente, scomunicato e sporcaccione e che devo annà a coce come ‘na braciola all’inferno.  

Se te vuoi godè la vita,  come faccio io che la saciccia me la faccio da me e a “la salvezza eterna” nun ce credo, allora la morte te la pijji come e dove  me la pijjo io. E te la pijji tutta intera, pe’ la bestiaccia brutta che è. Che te se magna. Che quann’arriva, tanti saluti ar sacicciaro e alle sacicce sue e non c’è Diopadre o Papafrancesco che te po’ salvà.

Me sbajjo Ciccì?