martedì 28 marzo 2023

Lezioni di Ian McEwan

 



Un bel romanzo, di quelli veri: largo, lungo e pieno di Storia e di storie. Poi, McEwan ha una delle voci narranti più belle ancora in circolazione. La usa (anche qui) per soggetti e trame molto strutturate e spesso disturbanti (ma questo lo è meno del solito). Ha scritto alcuni romanzi indimenticabili e alcuni molto meno. Però che la sua prosa, il suo stile, la sua tonalità di racconto avvolgano il lettore e siano un insieme inconfondibile, questo è sicuro. E anche in questo libro è così.

Nei suoi romanzi c’è sempre una profusione dei dettagli di ambiente, dei retropensieri, delle piccole e grandi vicende che sottostanno a oggetti e atteggiamenti. In “Lezioni” più che in altri questa cosa funziona come un’arma a doppio taglio. Da una parte tenderebbe ad annoiare il lettore che vuole ritmo (McEwan, anche per questo, non piace a tutti). Dall’altra compensa l'andamento lento della trama, che peraltro per lunghi tratti, esasperando il ricorso al flashback, è più una trama all'indietro che in avanti. E così, il sapere e con gli aggettivi giusti e la giusta tonalità di narrazione, in un ricevimento per esempio, cosa si mangia, di che si parla, che musica c’è in sottofondo, che fanno i bambini, che tempo fa fuori e com’è la temperatura dentro, quali sono i rimandi nel passato delle cose anche minime che succedono, ti fa abitare quel salotto e quindi il romanzo, aspettando di capire dove si va a parare. Non bisogna avere fretta, nel leggerlo.

Anche perché merita la pazienza che impone. E' un romanzo importante nell'opera di McEwan. Insieme con il suo personaggio sembra fare una resa dei conti, un riepilogo di senso della sua storia e insieme della grande Storia degli ultimo secolo. E ha come primo merito quello che ci si affeziona e si partecipa al destino di questo personaggio. Alla fine diventa un caro amico e non si può non pensare che il libro sia una sorta di testamento dolceamaro dell'autore. Leggendo, ho anche pensato a Stoner (salendo di livello) e (scendendo invece; e parecchio) al Colibrì di Veronesi. Qualità a parte, rispetto a tutti e due, è senz'altro maggiore la quantità e la complessità dei temi che tira fuori. Complessivamente credo sia uno dei compendi, dei ritratti più efficaci dell'epoca che ci è toccato di attraversare. A voler entrarci dentro, al merito dico, il commento occuperebbe lo spazio di un trattato. Quindi, anche per questo, si può solo consigliare di leggerlo.

lunedì 27 marzo 2023

La malnata di Beatrice Salvioni

 


Opera prima interessante, direi esemplare, soprattutto come caso editoriale di prodotto progettato a tavolino e come esempio di predestinazione concepita in vitro (ad un grande battage pubblicitario, al mercato internazionale, alla riduzione televisiva). Dietro ci sono un certo livello di talento e di applicazione, una grande scuola di scrittura (grande in tutti i sensi), una grande agenzia letteraria e un grande editore (idem come sopra). Evidente il gran lavorio che ci sta dietro (basta leggere i ringraziamenti). Evidente (decisamente troppo) nel soggetto prescelto il modello dell’”amica geniale”.

Ne è venuta fuori ovviamente una cosa tipo la Coca Cola, tipo il panino McDonald, tipo la Nutella, tipo la pizza. Pochi possono onestamente dire che fa schifo. Molti pensano che sia buonissima. In ogni caso, si fa consumare rapidamente e senza problemi, ha un suo gusto labile e accattivante e risolve a costi contenuti il problema. Poi lascia un po’ la voglia della prossima e comunque è di quel genere di proposta che rappresenta sempre una soluzione in mancanza di meglio o di volontà di mettersi in cerca. 

Quindi, è un romanzo che si legge in un pomeriggio, è ben costruito nella scrittura (la voce narrante è molto ben impostata), nel ritmo, nel disegno dei personaggi e nell’ambientazione storica (in letteratura, a nord, il “ventennio” e seguito funzionano quasi sempre; come la mafia al sud). Una storia che “prende” e che ha i suoi tratti di riconoscibilità: l’accento sulla tematica di genere, un certo taglio di impegno civile e politico, un’atmosfera e una serie di messaggi da favola nera per bravi adolescenti tatuati del tempo di Tik Tok. Che è il target di riferimento. Non c’è l’ecologismo, ma non si poteva metter tutto. La cosa che proprio non regge è il finale. Immangiabile, da vecchio film western: per rendere l’idea senza spoilerare, basta immaginare la scena standard sotto l’albero in un canyon con la corda già pronta per l’impiccagione. L’effetto è come se nel BigMac, al posto della maionese ci avessero messo la marmellata. Per la fretta, temo, perché più che un finale è una troncatura.

Per il resto un buon prodotto per il consumo globale. 

Ps) Tre stelle (una, di incoraggiamento) perché se in Italia imparassimo con i romanzi a fare anche la Coca Cola al posto dei tanti Tavernello in circolazione, secondo me sarebbe una buona cosa.

lunedì 19 settembre 2022

Le perfezioni di Vincenzo Latronico


Vita di due giovani web-creativi innamorati (stranamente, un ragazzo e una ragazza), a Berlino (e qui si torna alla normalità: se non a Berlino, dove?). In omaggio a Le cose di Perec, descrizione iper-analitica di casa (con perfezioni e imperfezioni), sesso (come con la casa), città (idem come sopra), lavoro (molto e solo smart), cucina (immancabile la passione per “l’impiattamento” e preliminari), pensieri (“un paesaggio interiore dissestato da vent’anni di internet”: diciamo confusi, ecco). Un capitoletto di impegno compassionevole (l’impegno politico, si sa, è diventato impossibile, anche a Berlino). Un paio di puntatine veloci a Lisbona e in Sicilia (finiscono per annoiarsi anche là). Piccolo colpo di scena finale. 
La cosa che mi ha colpito di più? Mai che leggessero un libro, neanche in formato elettronico piratato, neanche americano sul managerialismo (che per me è il ground zero della lettura).

Non ho capito bene se il romanzo è così ben scritto e centra così bene il problema (il loro, reale e interessante, ma sarebbe lungo parlarne seriamente) da portare il lettore (che sarei io) ad oscillare tra depressione e irritazione perché loro sono deprimenti e irritanti.  Oppure se è proprio il romanzo che fa questo effetto a pendolo. Il dubbio resta, ma comunque l’effetto quello è. Fortuna che è brevissimo.
E non aiuta a dissiparlo (il dubbio, dico), il tono narrativo (peraltro, gradevole) che sembra prendere tutto talmente sul serio (piante, pub, leccate, videate, tiramenti mentali) che non capisci se è empatico o raffinatamente ironico (insomma, li commisera, li descrive con distacco o sottosotto li percula?). 

Confesso che certe frasi mi sono rimaste sospese in testa come UFO (oggetti non identificati), però un loro effetto lo fanno (come gli UFO, appunto). Tanto per riportarne una: “La città saliva e scendeva come una marea”: “c’avrá voluto dì?” (come diceva la Simona Marchini a Black Out). Che poi è la considerazione che potrei estendere a tutto il romanzo. 

La tirannide dell'Io di Enzo Traverso

 


Ci sono due linee di tendenza molto forti nella produzione letteraria più recente. La prima è l’autobiografismo e la seconda è la no-fiction. E all’interno di quest’ultima c’è la tendenza a utilizzare la Storia come serbatoio di storie e personaggi da romanzare. I libri di Carrere, di Scurati, di Vuillard, di Littell, della Auci sono solo degli esempi,  tra i più noti e di livelli di qualità assai diversi. In questo alveo peraltro c’è anche il proliferare di docufiction e docudrama in campo televisivo, cinematografico e dei podcast.


Tendenze, che esistono da quando è stato inventato il romanzo, intendiamoci (basti pensare a Tolstoj, a Stendhal, a Mann, a Manzoni, a Grossmann, ai romanzieri del “finis Austriae”, a Sebald), ma da qualche anno sono particolarmente marcate a scapito dei romanzi di pura invenzione, della fiction e basta.

Poi c’è, in campo storiografico, l’emergere di una tendenza  parallela: quella di scrivere saggi storici, di raccontare la storia, in prima persona. Tendono cioè ad uscire da quella terza persona che  per secoli ha garantito distanza, oggettività, corrispondenza alla verità delle fonti, sterilizzazione del testo rispetto alla mano di chi lo ha scritto, per inserire in quel che pure è e resta un saggio, aspetti emozionali, punti di vista, esperienze personali dell’autore.

Per dirla con le parole di Traverso

“La linea di separazione tra storia e romanzo risulta dunque offuscata da una nuova interazione che crea forme quasi simbiotiche: mentre i romanzieri si ispirano sempre più alla storia e si mostrano estremamente attenti alla verità dei fatti, gli storici cominciano a fare delle loro indagini una narrazione letteraria, ricorrendo a trame ed eroi che nella maggior parte dei casi altri non sono che gli autori stessi.”


Tra il soggettivismo degli storici, la narrativa storica e l’autobiografismo, che  sono cose molto diverse tra loro, c’é  più di un punto di contatto. Due, in particolare. Il primo è, per l’appunto, il venire in primo piano dell’Io dell’autore. Il secondo è il presentismo. Sulla narrazione storica o sul passato dell’autore, sulla Storia e sui suoi protagonisti, su biografie ed autobiografie  vengono  proiettate, spesso contemporaneamente, le ombre ingombranti dell’Io dell’autore e del presente in cui la narrazione viene scritta. Si guarda e si racconta la Storia e  la propria storia alla luce dell’oggi, di quel che come collettività e come persone si è diventato. La convinzione quasi generale  che il passato non può insegnare niente sul futuro genera un atteggiamento culturale per cui  l’uno e l’altro vengono inglobati in un presente eterno in cui tutto è accaduto e tutto può accadere. 

Sono tendenze di successo. Attraggono lettori. Attraggono lettori “profondi” che cercano vie di introspezione e visuali di mondo. E attraggono anche e forse soprattutto lettori “leggeri”, che chiedono ai libri anche o solo intrattenimento, effetti emotivi, qualcosa che somigli ai piaceri della  serialità televisiva o del cinema. Tutti e due cercano personaggi e situazioni in cui riconoscere il proprio modo di essere, la proprio quotidianità, il proprio tempo storico così come lo percepiscono. Questi meccanismi di identificazione come valgono al di là della qualità dei lettori, valgono anche al di là della  qualità letteraria dei libri, che a volte è più che buona e a volte invece scadente.


L’interpretazione che del fenomeno dà Traverso è argomentata e convincente. Si potrebbe riassumerla in due righe sue: “l’orizzonte della nostra epoca è quello della società di mercato, un mondo frammentato e atomizzato. Le sue identità sono individuali, non più collettive”. Dopodiché il discorso ovviamente è più complesso.


Proviamo a schematizzare:


1 L’individualismo come portato fondamentale del neoliberismo ormai dominante produce soggettivazione in tutti gli ambiti, a scapito delle visuali comunitarie e collettive. Tutto diventa un selfie.


2 La storia è finita e dunque il futuro non c’è più. Sommato al fatto che il passato non può più insegnarci niente, tutto si svolge nel presente. “Laurent Binet, che deride i giudizi estasiati secondo cui l’eroe delle Benevole «sembra vero perché è lo specchio dei suoi tempi». Niente affatto, ribatte: sembra vero «perché è lo specchio dei nostri tempi: nichilisti, post-moderni, per dirlo in due parole”


3 La svalutazione della dimensione politica, la spoliticizzazione generale del governo della società e delle vite, toglie a quel che del passato conserviamo nella memoria l’esigenza della trasmissibilità, della condivisione.   “L’espansione dell’“io” comporta per forza di cose un restringimento del “noi”.

La memoria si ritira nella dimensione individuale e si reifica in una serie di feticci (oggetti, cose, luoghi, foto ecc). Oggetti da museo. Musealizzazione della memoria e privatizzazione del passato mettono l’Io nella posizione centrale che poi ritroviamo nelle tendenze che si manifestano nella letteratura e nella ricerca storica. Prima, una certa interpretazione del   passato alimentava una visione comune del presente (e quindi una prassi politica) e produceva una precisa visione  e aspettativa del futuro. Oggi è il campo di gioco, la palestra di esercizio, il laboratorio privato di ricerca dell’Io.

“Un atteggiamento di questo tipo è possibile solo in un mondo – più precisamente, in ciò che viene definito il mondo occidentale – dove il passato non ha più un legame vivo e sentito con il presente, ma rappresenta piuttosto un paesaggio reificato e trasformato in un vasto assemblaggio di luoghi della memoria.”


4 Soggettivismo e presentismo sono forme di ritiro nell’ intimità. Il conosci te stesso diventa metti in un vetrino ed esponi in vetrina te stesso. La cultura californiana di matrice hippye, contaminata di orientalismo si ricicla in versione social. Alla base, minimo comun denominatore globale, il rifiuto della politica. 

Famiglia e culto degli antenati, nostalgia dell’infanzia sostituiscono, in parallelo e reciproco sostegno con i social, le forme di condivisione sociale.

“Se si accetta l’idea che la storia è “una letteratura contemporanea”, bisogna vederla come uno specchio della sua epoca, al pari di ogni creazione letteraria; nella fattispecie, uno specchio dell’inizio del XXI secolo, l’era del neoliberalismo, del ripiegamento verso la sfera individuale.”

“Una volta stigmatizzate le utopie del Novecento e preso atto della loro sconfitta, i rivoluzionari dello Yiddishland cessano di essere membri di un movimento collettivo per diventare vite singole e isolate, i nonni mai conosciuti. Le nuove scritture soggettiviste della storia sono nate anche da questa rottura storica.”


Come si intuisce, il saggio di Traverso, per quanto breve, individua e analizza bene il fenomeno. Va aggiunto che lo fa con un apparato bibliografico notevole, ricco anche di ottimi suggerimenti di lettura, sia sul versante letterario che su quello della saggistica. 

Sia lode ora a uomini di fama di James Agee e Walker Evans

 


Romanzo-reportage, anche fotografico, che è diventato un po' una leggenda. Una cosa è certa: un po' ti toglie la pelle. Vollmann nella introduzione a I poveri (un libro che tratta dello stesso argomento con tutt'altra tonalità) scrisse “leggere Sia lode ora a uomini di fama è come prendere uno schiaffo in faccia”. È così. Intanto, perché si capisce ad ogni pagina che la pelle l’ha tolta anche a chi lo scriveva, mentre lo scriveva. E poi, Agee in effetti non perde occasione per prendersi a schiaffi da solo. Per i complessi di colpa dice ancora giustamente Vollmann, ma non solo. Certo, il tema del senso di colpa dell'intellettuale famoso e impotente davanti alla tragedia degli ultimi è importante nel libro. Ma lo è anche Il tema metaletterario del rapporto tra giornalismo e letteratura, tra fedeltà della rappresentazione e creazione artistica, tra dovere della testimonianza e narcisismo.


La cosa migliore è la ricerca della bellezza dell'umano, anche sulle soglie estreme della povertà. Le descrizioni sono ossessivamente minuziose, ma sempre con quello sguardo all’orizzonte lungo delle vite e della condizione generale del vivere. Sempre come fosse davanti a qualcosa che ha del sacro e quindi anche del sublime. Fa pensare alla minuzia devota con cui Melville in Moby Dick parla come se scrivesse un manuale di balene per balenieri. Potrebbe annoiare, ma è in quella punta di noia che si nasconde la percezione del grandioso e non bisogna lasciarsela sfuggire. Lo scova nelle facce, nelle cose, nelle case, nei campi, nelle bestie, nei vestiti, nelle scarpe, nei paesaggio, nello straziante cimitero. Il che, sì, un po’ riscalda il cuore, ma fa anche aumentare la forza dell’effetto che nel lettore fa la tragedia di quel vivere, del vivere. 


Lo commuove. Lo fa pensare. Nonostante chi scrive lo faccia sempre col ciglio asciutto. Non vuole commuovere anche quando sarebbe umano volerlo e commuoversi. E non vuole nemmeno giustificare, coprire, nascondere la faccia brutta e oscura e degradata di quella umanità.


Poi c’è la cum-passione: la spinta dell’autore, che si percepisce in ogni parola, a condividere e a sottrarre alla solitudine; a riscattare, raccattando in mezzo alla mortificazione della miseria e dello sfruttamento quelle che potrebbero sembrare solo briciole di splendore, di coscienza e di umana nobiltà; e, forse, chissà, persino di speranza. Briciole che sono comunque, alla fine, quanto di più prezioso quegli esseri umani e tutti gli esseri umani, per il semplice fatto di esistere come tali, hanno. È anche questa sensazione di partecipare, questa condivisione a rendere la lettura del libro, alla fine, una semplice, complicata, terribile, accorata consolazione.

Due annotazioni finali. Il capitolo più esemplare e anche sconvolgente del libro è quello dedicato alla educazione dei bambini, descritta con tanto di argomentazione come pratica criminale di asservimento e come genocidio delle umane potenzialità. E al suo interno sono illuminanti le considerazioni sulla coscienza, sul suo valore salvifico. Ne mette bene in evidenza però anche il risvolto di disperata dannazione che può avere nella vita umana il dono e la sventura di imparare ad essere coscienti. 


Il senso più profondo e la parte più bella del libro sta nel capitolo titolato “Due punti”. Che è il suo manifesto, anche poetico, di intenti; ed è quindi una sorta di lirica sinossi del libro. Una quindicina di pagine da leggere assolutamente. E poi, lentamente, da rileggere.

Trust di Hernan Diaz

 



Romanzo in quatto parti, quattro voci, quattro versioni e quattro moduli narrativi completamente diversi, attorno alla stessa vicenda. Originale, sperimentale, se si vuole, ma non per puro esercizio formale. La struttura è funzionale alla storia e diventa sostanza a sua volta. Romanzo vero, dunque. 

Si, un libro sui soldi, ma i soldi in fondo sono un pretesto per disegnare due figure, un legame ed un’epoca. E a tratti lo fa con una capacità espressiva formidabile. Per dare un’idea, ecco come descrive il primo incontro tra i due:

“Un’ombra esitò, proprio accanto a lei, sulla soglia che conduceva a un salottino. Helen notò che il suo profilo nero sul pavimento esprimeva la stessa esitazione – il rammarico di essere stata sorpresa, la mancanza del coraggio di andarsene, la riluttanza a farsi avanti. Le sagome senza volto sembravano contemplarsi, come se desiderassero risolvere la situazione tra di loro, senza dover disturbare i rispettivi proprietari. Helen non fu sorpresa quando a emergere dal salottino fu Benjamin Rask.”

L’ultima parte, il diario, è splendida. Per il contenuto, per il modo in cui scioglie e disvela, ma soprattutto per il tono narrativo, per l’efficacia e per l’emozione che trasmette.

La casa di marzapane di Jennifer Egan




“Il tempo é un bastardo” é stato un romanzo importante, innovativo nell’architettura e nello stile. 

Dopo un romanzo così, era impossibile credo non avere la curiosità di leggere questo. E la notizia (non scontata) è che regge il confronto, non delude. Tutt’altro. Ancora e altrettanto innovativo (forse più, per certi aspetti). Altrettanto elegante e raffinato nella prosa. Per esempio il capitolo titolato (Lulù la spia - 2032), per quanto stilisticamente sconcertante, è un capolavoro di fantasia e abilità tecnica. Ma con i paragoni mi fermerei qui; li lascerei al gusto e alla sensibilità del lettore. 


Dico solo che, per quanto mi riguarda il contenuto, il filo rosso del soggetto di questo ultimo romanzo è collegato con filoni di riflessione per me più interessanti: il tempo (che era centrale già nel primo, come del resto in una larga parte della letteratura migliore da un secolo a questa parte), il fenomeno dei social e la rete come “coscienza collettiva” (con tutti i rischi e le opportunità che apre), l’interazione tra intelligenza artificiale e la mente umana, il ruolo e il peso dei fenomeni quantitativi e il libero arbitrio nel determinare le decisioni umane (c’è un altro capitolo bellissimo su questo). Tanto per dire, il legame tra l’autenticità e il rimanere incogniti, la elusione dell’identità e l’appagamento che ne deriva è uno spunto che mi è sembrato straordinariamente originale e interessante. E nello sviluppo che fa di questa idea si può vedere la prefigurazione di una sorta di cura omeopatica del narcisismo attraverso un uso controcorrente del filtro dell’identità digitale. Ma da qui si andrebbe troppo lontani per lo spazio di un commento. In ogni caso di buona, forse ottima, letteratura si tratta.

giovedì 28 luglio 2022

Il comunista di Guido Morselli



Bisogna convincersi e ricordarsi che Morselli era un grande scrittore. E da grande scrittore aveva anticorpi potentissimi contro ogni forma di  autobiografismo. Era bravissimo a usare il romanzo, come forma espressiva ideale  per  nascondere e insieme rendere universale e generale quel che aveva capito e voleva raccontare di sé e del modo in cui vedeva il mondo e gli altri. Chi legge “Il comunista” non deve dimenticarselo e non deve fare l’errore di leggerlo come  come se fosse un romanzo solo e nemmeno soprattutto politico. Perché sarebbe un abbaglio, un grosso errore.


Morselli era un uomo colto e sofferente, consapevole del proprio dolore di vivere, che si arrovellava attorno alla condizione dell’esistere, alle umane contraddizioni e alle proprie innanzitutto. Non credeva da un lato alla possibilità di ricondurle ad un principio assoluto, a una verità rivelata o scientificamente acquisita per sempre. E dall’altro  non credeva a nessuna loro ricomposizione dialettica, a nessuna sintesi progressiva, a nessun sole dell’avvenire che immancabilmente sorgerà. Percepì, certo, e forse si  divertì anche  ad indagare e smascherare  le ipocrisie, le meschinità dell’apparato del Pci, il carrierismo intonacato di ipocrisia che vi si annidava, la sua insopportabile invadenza nella sfera del privato. 

Quel che più gli interessava però era  il  tentativo di aggirare, piegare e ingabbiare con l’oppressione della burocrazia e dei dogmi la verità e la realtà della condizione umana. Alla base di questo romanzo e di tutta la sua opera c’è la convinzione, che nulla ha che fare con la politica, per cui l’essere umano è un groviglio di dolore e di spinta vitalistica, di entusiasmo e di abbandono, di bisogno di capire e di desiderio di oblio, di ricerca del piacere e di certezza della fine. Non a caso il protagonista del libro, l’on Ferranini, “uomo parabolico” si definisce, oscillante tra poli umorali, sentimentali e di pensiero mutevoli e opposti.  E che in questo oscillare tenta comunque di trovare una sua intima coerenza, una sua personale forma di fedeltà a se stesso, una sua “purezza”.

Per fare un esempio, uno dei maggiori pregi di questo libro, non sta tanto nella  straordinaria modernità della sua visione del lavoro, che pure, a sessant’anni di distanza è ancora capace di suonare come una denuncia  dell’arretratezza della elaborazione delle sinistre occidentali. Ci ricorda che in una utopica società felice il lavoro sarebbe ridotto al minimo indispensabile e mai potrebbe esser visto come modo per nobilitare l’uomo, per dargli dignità. Mai potrebbe essere fondamento di una Costituzione di una Repubblica ideale. Mai potrebbe stare in una enciclica papale. Non sarebbe rivendicato, ma piuttosto rinnegato. Al suo protagonista Morselli fa dire: “Il Primo Maggio non è la celebrazione del lavoro, è una celebrazione contro il lavoro, e difatti la si attua con l’astensione, dappertutto, URSS compresa. È un po’ come io intendo la commemorazione dei defunti: in onore dei morti, ma non certo in onore e lode del dover morire. Il Primo Maggio serve a ricordare che il lavoro è una mortale fatalità.”   

Epperò la cosa veramente importante è  un’altra: è che a Morselli parlare del  lavoro  serviva soprattutto come paradigma, per esprimere un dato astorico e pre-economico, connaturato nel destino dell’uomo, che per lui era condannato alla fatica di strappare alla materia, alla natura, le condizioni per garantirsi una sopravvivenza continuamente minacciata. E non ci sarebbe mai stata una società utopica in grado di cancellare questa condanna. Neppure la tecnica può salvarci da questo destino. Guarda al lavoro, guarda all’uomo  nella sua dimensione economica, sociale, guarda alla  politica e al conformismo dei comunisti solo per arrivare a dimostrare la  fragilità ineliminabile della vita; per scrivere della  condanna dell’uomo alle vie paraboliche dettate dall’universo e dalla materia e non alle linee rette segnate dai sistemi dottrinali; per denunciarne il destino di essere continuamente costretto alla fatica vana di esistere e di resistere alla aggressione inconsapevole di una natura indifferente e di cedere infine alla malattia e alla morte. Non è di certo un dato marginale per capire Morselli il fatto che fosse un appassionato cultore di Leopardi.

L’errore della lettura politica o prevalentemente politica di questo romanzo e dell’altro che lo aveva preceduto (Incontro col comunista) costò carissimo a Morselli. La sua storia editoriale a rileggerla è struggente e insieme indigna. “Scrittore senza destinatario“ lo ha definito in un bel saggio che porta questo titolo Francesco Olivari. Scrittore con l’h” si definì egli stesso: potette scrivere solo libri muti, impubblicati perché rifiutati. Sempre. E da tutte le case editrici. Solo dopo morto, grazie ad Adelphi, venne fuori una produzione letteraria ricchissima, varia, di insospettata qualità. A tratti, di altissima qualità. Ormai si era rassegnato a scrivere per sé. Il giorno che si uccise aveva ricevuto l’ultimo rifiuto a pubblicare quel piccolo gioiello che è “Dissipatio H.G.”

Fu senz’altro anche per questi due romanzi che finì nel tritacarne dell’editoria italiana degli anni ‘50 e ’60, largamente dominata da intellettuali legati al Pci. La corrispondenza tra Morselli e  Calvino, i commenti su di lui di Moravia, a leggerli oggi  fanno arrossire di vergogna e di rabbia. Si era persino dovuto piegare alla ingiunzione di cambiargli titolo, al romanzo. Per lui d’altronde non era quella la cosa più importante. Bisogna dire “anche” perché la ragione principale dei rifiuti forse fu che proprio non lo capirono. In un mondo diviso in due chiese che pretendevano di detenere una Verità e in cui bisognava schierarsi per galleggiare, non capirono la sua problematicità (che era una sua grandezza); non capirono la complessità del suo modo di vedere gli uomini, l’idea che raccontava  del senso dell’esistere, il dolore che si portava dentro e che nascondeva, scomponendolo nei suoi personaggi con un’arte narrativa raffinatissima, precisa e labirintica. 

Non lo capirono dunque, questo è certo, ma resta forte il dubbio che senza quei due  romanzi,  letti come provocatori e pericolosi (per il partito, per la linea, per l’ortodossia, per il Migliore di turno) da chi contava molto allora se si trattava di decidere cosa pubblicare in Italia, forse avrebbe avuto maggior ascolto e maggior attenzione. E d’altronde è dura dire quale delle due spiegazioni è più infamante per chi lo lasciò con l’”h”, muto. Fu una cosa da servi sciocchi, non si sa se più sciocchi o più servi di partito. Ha ragione Linda Terziroli nella sua appassionata biografia titolata “ Un pacchetto di Gauloises” quando scrive “Guido Morselli rappresenta non tanto lo scrittore postumo, quanto la crisi del mondo della letteratura italiana e dell’editoria.”

martedì 5 luglio 2022

Il Duca di Matteo Melchiorre




Un romanzo vero, di stampo classico cioè; magnificamente scritto, che avvince dalla prima pagina.  Conduce per mano il lettore trascinandoselo dietro in una condizione crescente di tensione, di inquietudine, nel disagio vero dell’inquietudine. E anche nella curiosità di capire non solo dove va a finire la storia labirintica che racconta, ma dove va a parare il senso che vuol trasmettere. E da quale piega dei tempi che viviamo nascono quel senso e il bisogno di scrivere una roba così.

Il dubbio che la potenza della scrittura e la complessità dell’architettura narrativa andasse a infrangersi contro un muro di banalità o affondasse nel niente me lo sono portato per un buon tratto. Poi capisci che non solo miracolosamente regge, ma che dietro e sotto c’é davvero tanto di noi e del nostro tempo su cui fermarsi a pensare.

Da tanto non usciva in Italia un romanzo così. Finalmente.


M’ha preso subito “la scintilla”, come diceva Calvino. Sarà che in quest’estate malsana i corvi sulla mia collina di fronte all’Adriatico, imperversano e con i corvi inizia il romanzo. Sarà che in poche pagine ti porta subito nel suo mondo. Sarà che uscivo con rimpianti dall’ultimo libro di Davide Longo e m’é sembrata salisse dalle pagine qualche assonanza di odori e atmosfere (montagna, malinconia, un passato dal quale “non si scappa”, che porta e ancora produce un carico di  sofferenze). Insomma il godimento è stato immediato.


Insieme col godimento cresceva andando avanti l’inquietudine prodotta dalla vicenda. Quando leggo che tra le qualità del romanzo c’é quella di tenere avvinto il lettore, di tenerlo legato alla vicenda raccontata e ai suoi sviluppi, credo che al montare di questa inquietudine ci si riferisca. Ma l’inquietudine è anche l’addensarsi di una tensione, di un che di sgradevole. Insomma dalla vicenda fin dall’inizio, soprattutto per la sapienza  tecnica con cui l’autore gioca con le anticipazioni, i presentimenti, le divinazioni non ci si aspetta niente di buono. La narrazione in prima persona, la tonalità ammiccante in cui viene fatta, la rielaborazione costantemente autocritica e dolente che la pervade, ci fanno schierare dalla  parte del protagonista narratore e insieme ci spingono a temere per lui. Insomma é un racconto che stimola una partecipazione emotiva sofferta del lettore.


Poi ci sono i luoghi, la montagna, con quel che significa in termini reali, materiali, ma anche simbolici ed emozionali. La montagna vista  in maniera  tutt’altro che elegiaca, vissuta con timori e resistenze, ma anche in uno stato di immersione emozionale profonda. Fuori dai modelli letterari oggi dominanti fatti di stereotipi. Mai con indifferenza, mai senza il rispetto che si deve alle cose capaci di colpirci nel profondo, nel bello, ma anche  nel brutto, nel bene e nel male, nell’avventura, ma anche nella noia e nella crudeltà di sui la natura può essere capace di sommergerci. Qualcosa quindi che ci attrae e ci respinge insieme, ma che non ci consente mai di ignorarla, di pensare e agire come se non ci fosse, persino quando ci diamo alla fuga da essa.


I temi del romanzo sono riassumibili in due parole: sangue e discordia. 

“per sangue intendo tanto il sangue rosso e denso delle vene quanto il siero di cultura che per altri e immateriali alambicchi stilla di generazione in generazione e di secolo in secolo”

Sangue  cioè come patrimonio e insieme condizionamento che viene non solo dalla trasmissione dei geni, ma dei copioni famigliari,  di certi moduli di comportamento che passano attraverso le generazioni. Sono frutto di  sistemi di valore di cui siamo spesso inconsapevoli, che producono  protocolli di gesti e sequenze di pensiero, abitudini, una peculiare risonanza emotiva davanti ai fatti della vita. Funzioni che si attivano in determinate situazioni, reazioni automatiche a spinte sociali e ambientali, modelli genitoriali introiettati. 


Discordia intesa come sequenza che si attiva e che procede senza che noi sappiamo o possiamo interromperla. È resa come una reazione chimica che passa dall’ambiente naturale e sociale, dal sistema di relazioni alla mente, trasformandosi in ossessione, determinando quel che pensiamo e quel che facciamo.


Due temi che hanno il comun denominatore di sottrarsi al governo consapevole della mente, alla presa di coscienza seguita da un agire razionale. Il come se ne esce (tentare di buttare via tutto, farsene trascinare o trovare un’altra soluzione) questo è il tema del romanzo. E il modo tormentato e dubitante in cui lo risolve convince proprio nel suo essere lontano da ogni stereotipo di illuminazione o conversione, da ogni fede o certezza finalmente raggiunta.

Il protagonista non è un eroe. Il nostro tempo non è d’altronde un tempo di eroi. È un uomo pervaso dai dubbi, oscillante tra visioni e soluzioni contraddittorie e alternative, soggetto alla spinta delle pulsioni. Riottoso e impulsivo nello stesso tempo, candido e cinico, coraggioso e pronto a dileguarsi. Ed è anche questo essere la storia di un antieroe uno dei grandi pregi di questo romanzo.


mercoledì 29 giugno 2022

Con irriverenza parlando di Mino Maccari

 


Leggere e rileggere Mino Maccari mi piace tanto anche per un motivo che non dipende da lui. È uno degli italiani che più si cita senza nominarlo. Il più delle volte, senza neanche sapere chi fosse o scambiandolo per un altro (spesso, Flaiano, di cui era amico ed a cui lo accomunava l’intelligenza inguaribile e rassegnata, il dono della sintesi, la capacità di usare le parole a volte come fionde o scudisci, a volte come tarli nella mente). Non lo dico per compiangerlo. Al contrario: non c’è niente di più bello che veder riconosciute belle e buone cose tue, senza che chi lo fa sappia che sono tue. Fosse ancora in vita Maccari ne godrebbe, sono sicuro; lo divertirebbe da matti. Un piacere sofisticato, sottile, un piacere per pochi nella società dell’immagine e del marketing. È come quando rivedi e correggi anche in modo pesante le prose altrui e ti dicono: “ma andava bene allora? Non hai cambiato niente? Io questo volevo scrivere”. Meglio di un applauso. 

“Ho una famiglia da farmi mantenere” tanto per dire l’ha scritta lui e nonostante Flaiano l’abbia riportato con tutto l’onore della attribuzione di paternità, passa per essere roba di Flaiano. Stessa cosa per “cercavo un impiego, ho trovato un lavoro”. O anche “un pugno di uomini indecisi a tutto”. Oppure “ho poche idee ma confuse”. Al di là di questo, il libricino è una fonte inesauribile di godimento e di rovelli mentali. Da due righe, a volte da due parole, si parte per giri che portano lontanissimo. Prendete questo ferocissimo epitaffio in due parole, appunto: “Nacque, nocque”. Su quante (e quali) tombe potrebbe esser messo? Oppure pensate alla trama di amori giovanili prematuramente perduti che potrebbe stare dietro a quello che pure come un epitaffio si può leggere: “E fu così che io persi la sua verginità”. Oppure, dichiarare di avere “progetti per il passato”: quanta letteratura (magari proustiana) ci può stare, dietro? Poi, c’è che queste intelligenze capace di spremere situazioni e concetti come limoni e servirvi il succo in gocce, col passare del tempo ci sembra avessero il dono della preveggenza; ma è solo appunto la capacità di andare all’essenza. Per esempio, in tempo di recrudescenza estiva del Covid per generale rilassamento, trovare una cosa così, colpisce (soprattutto se il Covid, per quanto annacquato, comunque te lo sei beccato): “Disse il bacillo/ Mi sento arzillo,/ Vedo che arriva/ Chi mi coltiva”. O in tempo di guerra, con i ragazzini russi mandati a massacrare e massacrarsi senza dirglielo, fa il suo effetto leggere “Dare loro alla Patria” (andava di moda con l’apostrofo allora, ma scriverlo senza non era e non è roba per tutti). Come pure, in un’epoca così disperata da fidarsi degli influencer, fa bene leggere una perla così: “I meno dotati sono sempre i più attivi. Il nulla li rende leggeri, mobili e pronti a innumerevoli iniziative”. Ti apre la testa con il forcipe, c’è poco da fare. 

Con Flaiano, condivideva anche il gusto per i pozzi artesiani di senso. Sono buchi fatti nell’ovvio o, al contrario, nel surreale da cui continua a sgorgare di tutto: “Dopo aver trovato, è allora che bisogna cercare”. O anche “E Provvisorio uccise Definitivo”. E ancora “Ho già tante colpe per conto mio, che non mi è assolutamente possibile tollerare quelle degli altri”. Oppure “Oggi, o mai più” che da auto-ultimatum, diventa via di fuga, speranza volitiva di in/evasione eterna. E sullo stesso tema “Non fare oggi ciò che non potrai fare domani”; e così sei proprio al sicuro. Era un gran dispensatore di saggezza sotto mentite spoglie Maccari, di consigli amari e cinici “Meglio bastardi che mai”, “Fotti e non parole”, “Se sei onesto sei fottuto”. Ma anche le istantanee di un’epoca o di una città sono da incorniciare. Quella democristiana per esempio: “Della camicia nera i tristi eredi / Se la sono allungata fino ai piedi”. O quella di una Roma postribolare: “Quando annotta/ Spunta la mignotta/ E par che dia/ Un po’ di vita all’archeologia”. E capace anche di un audace, disincatato romanticismo “D’amor sostegno/ Spesso è l’assegno/ Un cuore esperto/ Lo vuol coperto/ Un cuor devoto/ Lo prende a vuoto”. E amen.