giovedì 19 ottobre 2017

Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro





Che abbiano dato il Nobel a Ishiguro non sorprende lo scarabookkiante. E quel tanto di inaspettato che c’è in questa decisione non può che rivalutare il premio e chi lo assegna.  Questo romanzo l’abbiamo non solo letto e riletto negli anni, ma anche regalato ad amici che ritenevamo rischiassero di incorrere nel triste destino di Mr Stevens. Perché è di qualcuno che ci vive accanto che ci parla, nonostante la storia si svolga quasi tutta nella prima metà del secolo scorso.

Il romanzo lo scrive  in prima persona, Mr.  Stevens;  ci racconta la sua storia. Ha davanti quel che resta del giorno, la sera della sua vita; e lo rode, sotterraneo e inconfessato, il sospetto di aver sbagliato tutto. A questa ricostruzione è spinto dal fuoco soffocato, ma che gli brucia ancora dentro di un sentimento. Verso una sua vecchia collaboratrice, che un giorno decise chissà perchè di andar via.
Quella fu in realtà una delle tante cose  belle  che ha lasciato andare e sacrificato al lavoro senza neanche dirselo. 
E’ sorpreso dall'avvertire una sopravvivenza di quel legame, Mr Stevens. Cerca di gestirlo dandogli il senso di un ripescaggio professionale. Decide di regalarsi il primo viaggio di piacere della sua vita e andare a sentire se vuole ancora lavorare con lui, sotto il suo  nuovo padrone americano. Siamo subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Ma è con la sua esistenza dedicata al lavoro, con il modo in cui l’ha usata, con i fatti piccoli e grandi che l’hanno riempita che deve fare i conti. Lo fa in modo sommesso. E anche con il senso di straniamento che gli procura una emozione che riemerge in modo così inusitato, resistendo ad una prassi di negazione che ha perfezionato negli anni.
E allora ricorda, ricostruisce, cerca di capire.
La luce del suo racconto  è appunto quella della sera, della malinconia dolce, composta e rassegnata di qualcosa che va a finire. Tutta una vita e soprattutto un modo di viverla scorrono con sullo sfondo un tramonto. Da una parte affiora la speranza che forse gli  resterà il tempo di recuperare qualcosa di buono che ha trascurato. Dall’altra c’è  la consapevolezza che la luce migliore, quella del giorno, della piena forza della vita e dei sentimenti l’ha sprecata, forse irrimediabilmente.

Kazuo Ishiguro
Con i romanzi di Ishiguro la chiave di lettura emozionale è sempre la migliore. Come sempre nei suoi libri, però, dietro questa lettura si aprono scenari che portano a cose, figure e temi universali che pochi altri scrittori sanno raccontare con tanta coraggiosa originalità, anche stilistica.
E’ difficile infatti immaginare per questo personaggio una prosa più corrispondente. Calza come un guanto, trasmette assoluta armonia tra forma e sostanza. In una nobile dimora inglese del novecento non si può che parlare così. E che a scrivere così sia uno scrittore  britannico solo di adozione non fa che innalzarne i meriti.

Ishiguro  ha centrato il suo romanzo sulla figura di un maggiordomo. Il maggiordomo, insieme con il fattore, è stato l’alter ego storico del padrone pre-capitalistico. Era il primo esecutore del suo modello di conduzione della casa, come il fattore lo era delle sue terre. Esattamente come i manager lo sono delle moderne società del capitalismo finanziario. Era il responsabile dell’organizzazione domestica finalizzata al raggiungimento di quello che era il valore fondamentale e indiscutibile di quella organizzazione e cioè il benessere del padrone e della sua famiglia. Esattamente come il manager è il responsabile di tutta o parte dell’organizzazione dell’azienda capitalistica, il cui obiettivo fondante è la produzione del valore economico, del profitto. In tutti e due i casi non importa chi è il padrone e cosa fa o produce, se ammicca ai nazisti o è un laburista, se fabbrica giocattoli o armi, se discrimina i dipendenti sulla base della razza o ha una concezione sociale dell’impresa. Per il maggiordomo come per il manager la sola cosa che conta è fare bene il suo lavoro, raggiungere l’obiettivo dell’organizzazione di cui è parte e dunque essere professionale. Tra gli obblighi professionali c’è anche quello di stare sempre dalla parte del proprio padrone. Tutto il resto non conta o viene dopo.

Non è quindi un caso se il  filone culturale del nostro tempo che ha conservato l’identificazione medievale (spacciandola peraltro come una modernità) con il proprio ruolo lavorativo, fino fare della professione e della professionalità dei valori  esistenziali, una ragione di esistere, il perno attorno a cui deve ruotare tutto il quotidiano, tutta la vita, sia proprio il filone della cultura del managerialismo, della manualistica  manageriale anglo-americana o derivata da quella.
Sta propagando un modo di vivere con tale potenza egemonica che chi lo adotta, come accade a  Mr Stevens, ne resta inconsapevole, perché finisce col vederlo come l’unico possibile,  come un fatto scontato, ovvio, naturale, prima ancora che giusto. E così il lavoro e  la funzione svolta nel lavoro diventano  un fondamento implicito della vita e della personalità non solo sociale, ma anche della personalità come viene autopercepita. L’immagine che la funzione svolta sul lavoro gli restituisce  è esattamente l’immagine che Mr Stevens ha di se; è lo specchio in cui si vede riflesso ed è l’unico modo che ha per vedersi e  per sentire di essere bravo, di valere qualcosa come essere umano. Che gli  serva anche  da guida per gestire se stesso, le sue decisioni, le sue emozioni è solo una  conseguenza.

Anche il rapporto che lega il maggiordomo di Ishiguro al suo padrone è lo stesso dei moderni manager. Quando gli sta morendo il padre, quando sente l’amore di una donna che bussa alla sua porta, quando sente l’orrore del nazismo entrare nel salotto della casa in cui è il primo servitore, è dall’alto della scala delle priorità poggiata sulla sua professionalità che lui guarda e sceglie. Procurare benessere al suo padrone così come oggi per il manager produrre profitto per l’azionista è l’unica legge etica che ritiene legittima e riconosciuta.  Di conseguenza, non può che scegliere di mettere non solo le emozioni ed i sentimenti, ma anche quelle che potrebbero essere le sue opinioni  ai margini della propria mente e della propria giornata, rimandate anche quelle alla sera della vita, a quel che resta del giorno.
Cosa accade quando la fine del giorno arriva lo lasciamo al piacere della lettura.