domenica 24 aprile 2011

Nel giardino dei Finzi Contini: Micol.

Micol dei Finzi Contini è uno di quei personaggi letterari che non smettono di far pensare, di produrre fantasie.  E' per via delle loro ambiguità. Le ambiguità, se vissute rimanendo sinceri con se stessi e con gli altri, sono differenze di potenziale tra qualità di polo opposto; quindi generano energia e l'energia mette in moto l'immaginazione.
Nel film (di cui qui pure si scarabocchia) ha il volto di Dominique Sanda. E'  bellissima, splendente. E' emancipata, libera, ironica. E' travolgente negli approcci, ma non si fa mai coinvolgere fino in fondo.
Micol è vitalissima, una entusiasta; è capace di empatia, di cameratismo, anche di amicizia, forse (ma sulla sincerità/profondità del suo senso dell'amicizia è lecito dubitare). Si dedica a tutto quel che fa con tutta la passione di cui è capace, ma è anche cinicamente ed amaramente consapevole di quel che l'attende e dunque mette distacco, distanza in tutto quel che fa.
Ha un modo di vivere all'insegna del "cogli l'attimo", ma senza però credere in quel che l'attimo le porta; senza farci investimenti. Accetta quel che viene, ma solo per lasciarlo andare. Salvo poi nutrirsi di nostalgie. Dice di amare il passato, coltiva struggenti nostalgie, ma solo perché non crede in un futuro.
Fa innamorare il nostro innominato narratore, ma poi lo respinge. Verso di lui prova affetto, simpatia; le appare generoso, gentile, indifeso, ma in fondo in fondo lo considera un sognatore romantico, qualcosa che somiglia ad un bamboccione. Ed una qualche ragione ce l'ha, visto quel che sta accadendo attorno a loro: la persecuzione razziale è in pieno svolgimento, la shoah sta per arrivare come un napalm dentro il giardino dei Finzi Contini e lei è troppo pragmatica e cinica per non avvertirlo come un "oggettivo impedimento" (oppure è giusta l''interpretazione secondo cui cerca solo di non far soffrire Giorgio visto che ha capito di non avere molto futuro davanti?).  Ha scelto di non amare (o non è capace di farlo?), di non mettersi in gioco, di non abbandonarsi all'unione con un oggetto d'amore vero, autentico, profondo. Potremmo anche consentire sul fatto che è troppo intelligente e cinica per fidarsi: dell'altro, del destino, della vita, (o forse é di sé che non si fida e si giudica inadeguata, indegna, troppo "sporca" di consapevolezza del mondo, rispetto a lui?). In ogni caso,  lui  è innamorato ed in amore tutti diventiamo un po’ scemotti. Così gli procura senza rimorsi (non si sa fino a che punto inconsapevolmente) sofferenze senza risparmio nè lenimenti. E lui non capisce. Si rimprovererà per sempre di non essere stato "abbastanza" qualcosa: di non aver avuto abbastanza coraggio, di non aver azzardato "un gesto, una parola qualsiasi". Bassani, con questo che è il suo romanzo migliore,  scrive soprattutto un lamento che dura una vita di un amore abortito.
E che fa invece Micol?
Micol si concede al bello della comitiva: nel film, un Fabio Testi giovane e molto macho.
Lo fa per leggerezza, per volubilità, ma anche per disincanto. E' leggera, ma insieme infelice. 
Forse in lei c'è in forma opposta a quella della incredulità, la stessa passività che contraddistinse gli ebrei davanti alla persecuzione nazista.
Lei sa, è convinta che sta arrivando l'orrore, ma si arrende fatalisticamente: non scappa, non si sottrae al destino della sua famiglia, rinuncia a farsi amare ed a vivere. Si concede solo questa ultima avventura.
Forse l'unico rapporto veramente intenso e profondo ce l'ha proprio con i suoi famigliari e con il fratello Alberto (anche qui una scelta straordinaria, quella di affidarne la parte, nel film, ad Helmut Berger), fragile e irrimediabilmente malato, ma è un affetto che ha i connotati di un rapporto di protezione, materno e dunque genitoriale, non da pari a pari.

Il personaggio insomma è fascinosissimo e se ne potrebbe scrivere ancora tanto. Lo è proprio in quanto è solare e pieno di ombre nello stesso tempo. E' stato anche letto (e in qualche misura giustamente) come icona ante litteram di donna emancipata e libera. Ma la sua vera bellezza sta proprio nelle sue irriducibili contraddizioni, vissute senza infingimenti .
E poi c'è un'altra cosa: Micol non inganna;  non simula coinvolgimenti; non cede ai sentimenti propri e neppure a quelli altrui;  non usa gli altri salvo gettarli. Insomma Micol non è una sciacquetta: è una donna vera che si conceda o si sottragga, fa le sue scelte e le paga. E lo fa sempre dichiarando e argomentando, sicera con sé stessa e con gli altri. E questo fa la differenza.

La salutiamo col cuore in gola, mentre accompagna i suoi cari in un viaggio senza ritorno.
Come aveva previsto.

3 commenti:

  1. Micol, ormai, per me ha il volto intenso e forte di Dominique Sanda del film di de Sica.Quello che commuove , quando si legge il libro o si guarda il film è che siamo consapevoli della sua fine. Sappiamo fin dall'inizio che dovrà scendere la scala e rispondere all'ultimno appello che risuona nella casa ormai vuota "Finzi Contini Micol ", prima di avviarsi alla deportazione.E in questa consapevolezza, che forse, in parte è anche la sua,si spiegano le sue fragilità , le sue ambivalenze, la sua malinconia di vivere.

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  2. Non avendo visto il film posso solo riferirmi al libro, dove ci sono domande che vengono lasciate volutamente senza una risposta definitiva (il protagonista ha mai avuto delle possibilità? Micòl è profonda? E' superficiale? stava con Malnate veramente?). Per cui di lei sappiamo e non sappiamo. Ma alla fine quello che "trasfigura" il personaggio è il punto di vista del narratore, per il quale lei è l'amore bruciante e impossibile, l'amore giovane che rimane insoddisfatto e per questo non si dimentica.

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Grazie per l'attenzione