venerdì 27 aprile 2018

Nascita di un ponte e Riparare i viventi di Maylis de Kerangal
















Letti di seguito i due libri della De Kerangal (che splendido nome questa donna: Maylis Suzanne Jacqueline Le Gal de Kerangal. Non è bellissimo?), invertendo l’ordine con cui li ha scritti forse si apprezzano meglio.
Sono due romanzi molto diversi per soggetto, ma  molto simili per struttura e stile. Uniti da un comun denominatore che sembra essere anche la cifra letteraria dell’autrice. Una cosa che fa pensare ad un vecchio saggio di Fredric Jameson sul post-modernismo in cui diceva che tutta la corrente culturale che domina il nostro tempo, il post-modernismo appunto, è nata e si è sviluppata a partire dall’architettura e dal rapporto con gli spazi. Da lì ha poi inglobato e prodotto correnti che si sono manifestate in letteratura, cinema, musica, fotografia e quant’altro. Ecco, collocazione letteraria a parte,  al centro delle storie e della prosa di questa francese c’è esattamente questo: la percezione e la descrizione dello spazio. C’é il modo in cui il territorio è influenzato dalla presenza e dall’azione dell’uomo. E in c’è il modo in cui lo spazio, gli ambienti riflettono e insieme condizionano i sentimenti degli uomini.
Per capirci meglio, la delusione di una donna innamorata diventa una cosa così: 
“la disillusione le devasta i territori e il retroterra, oscura i volti, vizia i gesti, confonde le intenzioni, si gonfia, prolifera, inquina i fiumi e le foreste, contamina i deserti, infetta le falde freatiche, stacca i petali dei fiori e infanga la pelliccia degli animali, chiazza la banchisa oltre il circolo polare e insudicia l’alba greca, imbratta le poesie più belle di una triste iattura, distrugge il pianeta e tutto quel che lo popola dal Big Bang fino ai razzi del futuro, e rimescola il mondo intero, quel mondo che suona vuoto: quel mondo disincantato.”
Maylis De Kerangal
Ed è molto brava la De Kerangal  non solo a descriverli gli spazi e gli ambienti, ma anche a trasferire nelle  parole la suggestione che veicolano, il senso esistenziale che assumono nella storia che sta raccontando. Anzi, nelle storie. Perché in tutti e due i libri si tratta di più storie intrecciate attorno ad un evento catalizzatore: la costruzione del ponte da una parte e il trapianto degli organi di un ragazzo morto in un incidente (roba emotivamente incandescente, avverto). Sono storie che hanno un taglio preciso, che sanno dove vogliono andare a parare. E siccome sono dominate dagli spazi e dalle architetture non a caso lei parla di traiettorie. Sono traiettorie di esistenza che hanno un punto di origine nel passato, si avvicinano, si incrociano, poi si allontanano lasciando una scia nel futuro e nella nostra immaginazione.
La cosa migliore dei due libri è la qualità della scrittura, con un periodare variato su registri diversi, con un gran senso del ritmo e della tensione narrativa. A volte periodi lunghissimi e tumultuosi che hanno però una loro controllata scorrevolezza, una loro armonia. A volte frasi secche, quasi apodittiche. E infine la lingua e in modo assolutamente speciale l’aggettivazione: audace, originale, che non rinuncia mai a suggerire suggestioni, ma sempre precisa, mai arbitraria. Si, decisamente due ottime letture.