domenica 25 settembre 2011

Il Paradiso ed il Peccato

Domenico De Masi è uno degli osservatori italiani più intelligenti ed anticonformisti della società e del mondo del lavoro in particolare. Al Festival di Mantova ha tenuto una conferenza su "Come saremo nel 2020".
Due battute assolutamente marginali rispetto al tema, come a volte capita, hanno colpito la nostra scarabocchiante sensibilità.

"Tra tutte le religioni se ne contano 18 di Paradisi, spesso dettagliatamente descritti nei vari libri sacri. C'è di tutto nei Paradisi, ma in nessuno è contemplato il lavoro. Qualcosa significherà".
Domenico De Masi - sociologo del lavoro
Detta da un sociologo del lavoro non fa solo sorridere. Fa anche pensare che chi volesse immaginare qualcosa che tenda ad assomigliare ad uno dei Paradisi a scelta, deve metter mano al problema. E forse oggi, per la prima volta nella storia dell'umanità, è davvero tecnicamente possibile imboccarla, la strada del Paradiso. E cambiar nome, dimensione e senso al tempo dedicato al lavoro.

"Il peccato è uno dei più grandi regali che ci ha fatto Iddio".
Parole Sante.  Tutti i Paradisi, anche in terra, si conquistano solo con una qualche intelligente trasgressione alle comuni conve/inzioni.
Andrè Gorz: riformista radicale
Abbiamo ripensato allora ad un libricino di Andrè Gorz, anche lui economista e sociologo del lavoro, che si intitolava "La strada del Paradiso". Lì si insegnava che la strada verso il Paradiso appunto, passa anche attraverso la liberazione dal lavoro e, nel lavoro, delle energie creative umane. Questo implica il coraggio di commettere  un peccato: quello della trasgressione militante e intelligente al falso dogma del lavoro come necessario sacrificio nobilitante, che dà senso alla vita.




De Masi la sua, di vita, la passa a spiegare ai managers il valore produttivo del tempo che viene comunemente opposto al tempo di lavoro: il cosiddetto "tempo libero".
Ed in particolare di quella quota di tempo libero dal lavoro che occupiamo con la "bellezza" e quindi con l'arte, la lettura, la musica, l'espressione delle emozioni e dei sentimenti, la conoscenza di se, degli altri e del mondo.
Teoria audace, ma fascinosissima.
Perchè pretende di trasformare il tempo libero ben impiegato in un fattore produttivo, in una risorsa che concorre a fare la produzione quantitativa di ricchezza, di valore aggiunto. Con ciò unificando lo sguardo su esistenza e produzione, tra umanesimo ed economia.

La nuova frontiera delle economie più avanzate per competere, dice De Masi, se non vogliono regredire sul terreno dei diritti, è l'Estetica. E'  la qualità degli oggetti, dei servizi e delle comunicazioni (e del loro contenuto, soprattutto) la sola che potrà salvarci, sul terreno della competizione globale. E la qualità può nascere solo da uomini che la sappiano coltivare e produrre. A cominciare dalle proprie qualità. Ed è impossibile, se non si impara a vivere e lavorare  in modo nuovo .

Vale ancora questa teoria così radicale, nel mezzo di una crisi economica globale terribile?
Ed è ancora praticabile?

La crisi non genera solo la condizione vegetativa della disoccupazione o l'agonia eterna del precariato permanente. La crisi genera anche in chi lavora pressione, paura, ansia competitiva. Dunque infelicità.
Tutte cose che non vanno d'accordo con la qualità, la creatività, la bellezza. Al contrario, imbarbariscono uomini e donne, spengono sorrisi e fantasia, bloccano la capacità di divertirsi e quindi anche la realizzabilità del progetto di lavorare insieme, esprimendo nel lavoro le migliori energie di sé e traendone piacere.
Ecco, la crisi di fiducia, di investimenti personali e collettivi, materiali e non, del Primo Mondo si sta avvitando attorno al perno di questa sofferenza che è insieme economica ed esistenziale.

Le aziende su questo predicano bene e razzolano male. E' diventata una banalità, una giaculatoria, ripetere "l'uomo e la relazione fanno la differenza sul mercato globale". In realtà quasi tutte praticano il vecchio "conservatorismo lavorista", come lo chiama Gorz. Continuano a muoversi su tempi e orizzonti sempre più schiacciati. Da qui per esempio la contrazione a livello globale dei fondi per il futuro: quelli per formazione e ricerca in primis (non solo in Italia, dove siamo a livelli irrisori ormai). Da qui la mortificazione del tempo e dello spazio mentale dedicabile a tutto ciò che coltivi la capacità di relazione e la creatività di un uomo o di una donna: formazione permanente e simpatia, gusto estetico e senso dell'umorismo, intelligenza e  passione, empatia e buone maniera. 

Al contrario, la cultura aziendalistica dominante continua a promuovere, attraverso la minaccia di mostri (gli Speculatori per es.) e di catastrofi (Il default va di gran moda) la logica della competitività cannibale.
Vengono sollecitati e premiati i comportamenti individuali di ripiegamento: compiacenti e standardizzati, ingenui e cinici insieme, finalizzati allo sfruttamento qui ed ora fino allo sfinimento di se stessi, clienti e collaboratori. Con la ferocia della disperazione.
E soprattutto tende a riaffermare dogmaticamente l'equazione lavoro=duro sacrificio. E di questa equazione, la disponibilità all'extra-lavoro è corollario scontato.

Ne vien fuori un tritacarne. Il fatto è che  in questo tritacarne ci si butta volentieri, magari mugugnando e con cicliche cadute nello sconforto. Perché il lavoro, soprattutto ai livelli medio alti di ruolo e mansione, diventa un anestetico: in quelle dodici ore si smette di pensare a se, alle proprie paure, alle proprie inadeguatezze; si sottrae tempo a relazioni decotte e ci si sottrae a quelle che ci possano invece emozionare e coinvolgere; si dà sfogo con una aggressività autorizzata alla insoddisfazione di se; soprattutto, si cercano ricompense e rivalse e premi effimeri di immagine e successo che ci diano una misura surrogante e rassicurante di un valore che non siamo capaci di riconoscerci. Dietro la cultura del lavoro inteso come dovere e sacrificio si scuda insomma l'infelicità che ciascuno si porta dentro. 

Le alternative alla "Strada del Paradiso" in conclusione sono da un lato quella dell'Inferno della disoccupazione e del precariato per tanti e, dall'altro, la strada della dipendenza da un anestetico che non sarà chimico, ma che non è meno tossico per tutti gli altri.
Non un granché, si converrà.

3 commenti:

  1. Riflessioni non proprio rasserenanti, ma inevitabili e necessarie, pur nella loro durezza.
    Che il lavoro, per la maggior parte delle persone, sia diventato nel migliore dei casi una tortura in cui si perde il senso di sé (che si sia i torturatori o i torturati) e nel peggiore un lusso che non ci si può permettere è, a mio parere, una delle grandi tragedie della modernità.
    Grazie per avermi fatto scoprire De Masi; credo andrò alla ricerca di qualche suo testo.

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  2. E' un post questo che mi tocca nel vivo perché ho scelto di lavorare in un settore che dicono superfluo ("Con la cultura non si mangia" afferma Tremonti) e, come aggravante, ho scelto pure il part time.Lo rileggero', insieme al libro di De Masi, quando mi sento in colpa per non far nulla di "produttivo". E, comunque, è sempre utile riflettere sulla possibilità di trovare (o di ritrovare) la nostra "strada per il Paradiso".

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Grazie per l'attenzione