domenica 24 dicembre 2017

Il Migliore di Bernard Malamud



Malamud è un formidabile raccontatore di storie di infelicità. Ha una prosa nitida, di una agilità  e di una eleganza che non fa intuire sforzi. Un talento naturale.

Come quello di Roy Hobbs, che voleva diventare iI Migliore dei  giocatori di baseball. Molti si lamentano del baseball, parlando di questo libro. Ma sbagliano. Non importa capirci niente di mazze e palle, in realtà, per starci dentro. E molti parlano di demolizione del Sogno Americano, quello per cui, se sei bravo e ce la metti tutta, l’America ti dà un’opportunità e poi un’altra e prima o poi ce la fai. Con Malamud non funziona mai così. E non per via che il Sogno Americano è un imbroglio. Quello, se è vero, viene dopo, è un corollario. Non funziona così perche Malamud ha una visione tetra prima  che pessimistica dell’uomo in generale e della sua traiettoria di vita, ovunque si svolga: in uno shtetl o a Brooklyn, in una bottega o nella stadio più importante del mondo. I suoi personaggi anche quando hanno un talento, come in questo caso, anche quando ci provano una prima volta e poi ci riprovano, come accade qui, si portano dentro una inguaribile insoddisfazione, una  consapevolezza di vanità dello sforzo e una inconsapevole percezione che non andrà bene, che qualcosa di malato dentro di loro o dentro la vita in quanto tale, prima o poi li porterà a fallire. Parla di “gente che nella vita, per una ragione o per l’altra, viaggia sempre sugli stessi binari e non ottiene mai quello che vuole, qualunque cosa sia”.

Ci sono pagine e figure belle per davvero in questo romanzo: il giudice e in particolare il primo incontro di Roy con lui, per esempio. E lo sono anche certe annotazioni come l’esaltazione del buio o come la figura di Memo Paris, la donna-emblema della infelicità, senza nessuna consistenza di carattere, legata alle apparenze e al successo sociale eppure capace di esercitare un’attrazione rovinosa: una sorta di trappola vivente. Più che in altri romanzi poi, forse complessivamente migliori di questo, colpisce come anche nei momenti in cui le cose sembrano girare al meglio, in cui meriti, talento e fortuna sembrano finalmente allinearsi su una traiettoria di ascesa, di successo,  riesca a far affiorare nel personaggio con un aggettivo, una divagazione descrittiva, una banale annotazione il marchio inconfondibile con cui riconosci  tutti gli infelici. E cioè la certezza che quella fortuna, ogni fortuna,  è un illusione e nasconde un inganno; che quella precaria felicità verrà pagata a caro prezzo; e quel prezzo riporterà le cose nella normalità riposante, perché in equilibrio col corso naturale delle cose, nell’alveo della sofferenza. Se c’è un motto che potrebbe essere messo sotto la  foto di tutti gli infelici e anche del Migliore è questo:  “la felicità si paga a caro prezzo”.

Eppure, nonostante tutto questo, la conclusione del romanzo  ha sorpreso lo scarabookkiante. Non perché conoscendo e amando Malamud non ci si aspettasse qualcosa del genere. Oltre che sorpresi  infatti si resta  ammirati dalla perfezione desolante del ghirigoro di trama che imbastisce nel finale, da grandissimo raccontatore di storie appunto, fino a farti perdere la bussola. E con quell’arabesco che potrebbe portare dappertutto, raggiunge alla fine il punto esatto di esito possibile più profondamente nero, oscuro, in cui nulla si salva e nulla si impara. In cui ci si arrende e basta.