lunedì 11 gennaio 2016

FINANZCAPITALISMO di Luciano Gallino: "vi racconto la nostra sconfitta"

"Cari nipoti, vi racconto la nostra sconfitta" diceva Gallino in un celebre articolo. La sconfitta a volte è un sogno che la realtà, la storia si divertono a riprodurre tramutandolo in  incubo. "Finanzcapitalismo" può essere letto come il racconto di una grande sconfitta.
E' un saggio fondamentale, nel suo lavoro. Fu scritto nel 2011, dopo la grande crisi del 2007 ed è diventato un punto di riferimento per capire quel che sta ancora capitando.
Leggendolo viene da pensare ad un ironico e feroce paradosso. Il capitalismo finanziarizzato, adespoto e globale, raccontato da Gallino, senza padroni e senza confini, è interpretabile come l'approdo alla rovescia del percorso storico immaginato nell’Ottocento dai teorici del movimento socialista, da Marx in giù. 
Il percorso che doveva passare attraverso l'Internazionalismo e compiersi in un governo mondiale delle risorse. Il capitale sembra aver fatta propria e realizzata quasi esattamente proprio quell'utopia.  


Il mondo dell’economia globale descritto da Gallino è un mondo senza confini, ma solo per i capitali. Gli uomini e  le donne, attorno o dentro ai confini statali continuano ad accapigliarsi ed a morire: per entrare, uscire, trovare un lavoro, cambiare governi, difendere diritti. Ma sono tutte cose che ormai sulla sostanza delle questioni economiche fondamentali, sulla scala planetaria dei fenomeni, hanno rilevanza sempre minore. Per il capitale, alla peggio,  basta spostarsi e qualsiasi problema può essere risolto. D'altronde ce n’è sempre meno bisogno: dalla Cina “comunista” all'America di Obama, si sa, il mondo è un unico mercato globale, dominato da un unico pensiero economico imperniato sulla logica del mercato. Una vera Internazionale del capitale.


Luciano Gallino
La sfera della politica nel mondo globalizzato è sempre più ai margini; la democrazia è parola senza senso del mondo della finanza. Un inutile ingombro da aggirare in qualche modo.  La riduzione caricaturale della politica a “teatrino”, a gioco per guitti ha dunque un suo fondamento reale. Ed è un fenomeno mondiale, che nasce da una redistribuzione del potere reale verso la sfera economica, sempre più centrale, dominante e autonoma. 
Insomma, il capitale sta realizzando pro domo sua il vecchio sogno anarchico di rendere superfluo lo Stato. 


Ma allora, il   pianeta globale del capitale da chi viene governato? In fondo,  da nessuno. Il capitale sembra essersi appropriato dell’intera utopia anarchica della libertà assoluta. Riprodursi liberamente, moltiplicarsi in profitti: quella  è l’unica sua legge. Avendola affermata  con una una forza ed una universalità che non ammette dubbi e non essendoci in giro alternative, non ha bisogno di nessuno che la guidi e la difenda. Solo di gestori: poco più che contabili, poco più che guardiani. Ricordiamoci del discorso di Lenin e della massaia. E’ in quella direzione che sta andando. E chi sono questi gestori?  
“una nutrita serie di organizzazioni internazionali il cui personale non è stato eletto da alcuno, né rispondono delle loro azioni ad alcun «collegio elettorale» o constituency. Accanto ai grandi istituti finanziari in senso stretto, sono esse le colonne del finanzcapitalismo. Le chiavi delle politiche economiche, finanziarie e monetarie; delle politiche del lavoro e della previdenza sociale; delle politiche commerciali e ambientali, stanno oggi e resterebbero domani saldamente nelle mani di organizzazioni del tutto a-democratiche quali le Nazioni Unite; l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico; il Fondo monetario internazionale;la Banca Mondiale; la Banca europea degli investimenti; la Banca per i regolamenti internazionali; l’Organizzazione mondiale per il commercio; l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura; l’Organizzazione internazionale del lavoro; la Commissione Europea.”


L'inadeguatezza dolosa degli strumenti di controllo e regolamentazione rende oggi impossibile  persino quantificare e sapere con precisione quant'è grande la massa di denaro che circola per il mondo.
O a  quanto ammonti il debito globale, visto che in gran parte (per ragioni che sono puntualmente spiegate da Gallino) non è iscritto nei bilanci di società e enti pubblici.
Quel che invece si sa è che la ricchezza è sempre più concentrata in pochissime “mani” (ma "mani" è quasi sempre solo una metafora e comunque, per lo più, sono mani ignote). Quel che si sa è anche che la ricchezza privata è incommensurabilmente superiore  di quella posseduta o anche solo indirettamente governata dai pubblici poteri. E che al centro di tutto e quindi della crisi  che viviamo in questi anni ci sono le banche.


L'economia cosiddetta “reale”, quella fatta di uomini, donne e capitali investiti in lavoro, oggetti, servizi ha  un peso in costante riduzione  ed è sempre più subordinata ed asservita alla circolazione puramente speculativa del denaro in libero movimento. Dalla grande distribuzione alle grandi multinazionali alle stesse banche, la leva finanziaria è determinante nel fare utili. D'altronde il senso è facile da afferrare: perché investire per fare cose rischiando, quando il denaro, solo a farlo girare e quindi rischiando molto di meno,  si riproduce molto di più? Ogni mattina i CFO di banche e società si fanno questa domanda e si danno la risposta, scontata. E non è un caso che, per esempio, il CFO della Apple, un italiano, Luca Maestri, guadagni più del CEO, Tim Cook, che ha preso il posto di Steve Jobs.

Il tracollo della classe media, che di oggetti e servizi e del lavoro e dei capitali investiti per fare cose vive,  discende anche e soprattutto da qui. Lo sfruttamento crescente, le pressioni commerciali diventata insopportabile su aziende e lavoratori, la crescita della disoccupazione, delle diseguaglianze e della povertà derivano anche e soprattutto da questa semplice logica. 
Insomma, l'estrema, finale, paradisiaca umanizzazione ecumenica di un’economia governata in funzione dei bisogni umani  teorizzata dai padri del socialismo nell'Ottocento può essere oggi declinata all'incontrario. E cioè come  la situazione infernale di un'umanità il cui pane, la cui ricchezza e quindi il cui destino non è più nella concretezza materiale del proprio lavoro e dei suoi frutti, ma sta nel ciclo incontrollabile di riproduzione partenogenetica del capitale, nel mondo dematerializzato e spersonalizzato della pura finanza.


I teorici del socialismo avevano sognato di cancellare i padroni. Sembra incredibile, ma il finazcapitalismo sembra essere riuscito anche in questo. Il mondo economico globale dentro cui siamo è una sorta di veicolo planetario in cui  il pilota, quello che chiamavamo il padrone, appunto, (e quindi qualcuno con cui trattare e litigare) sembra non ci sia  più. 
In ogni caso, non si sa dove sia.  
Buona parte delle azioni negoziate in Borsa a Milano sono di fondi speculativi di investimento, il più astratto e spersonalizzato soggetto economico mai inventato. 
La proprietà delle società possedute da questi fondi potrebbe cambiare e cambia in tutto o in parte anche ogni mattina. Il meccanismo è così autonomo e di una complessità così spaventosa (Gallino la fa percepire molto bene) che gli stessi attori e creatori del sistema, anche volendo, non sono ormai più in grado di dare risposte, di controllarlo, di gestirne fino in fondo lo sviluppo. Gira da solo, a velocità folle. Soprattutto  non contempla  nel suo programma il comando per fermarsi.   


Azionisti anonimi e variabili per peso ed identità nominano manager i quali si prestano sulla base della logica della massimizzazione delle loro retribuzioni . Hanno un orizzonte schiacciato su qualche mese, pochi anni, con conseguenze sulle vite e sull'ambiente, in termini di precarietà e degrado   spaventose. Che sono poi cose  da cui semplicemente hanno l’obbligo professionale di prescindere.
E non hanno bisogno di ordini. Sono già programmati su una matrice ideologica: l’unica rimasta, quella neoliberista, il cui cardine è appunto quello di lasciare che il capitale si muova liberamente e produca il massimo profitto; che si riproduca al massimo delle sue potenzialità. Tradotto in quel che chiamano "mission": realizzare il maggior dividendo possibile dell’ignoto azionista, qui ed ora. E' solo su questo che si devono regolare le decisioni. E’ quello il comandamento unico dell’unica religione globale. Tutto il resto (etica, ambiente, qualità della vita, funzione sociale dell'impresa, giustizia sociale) non conta o viene dopo.


E’ una cosa folle? Lo è. “Finanzcapitalismo” lo spiega  bene. E’ folle in senso letterale (“patologicamente irrazionale” dice): perché quella neoliberista, come tutte le ideologie, ignora i dati di realtà (la domanda si contrae, populismo e terrorismo terremotano le democrazie, il pianeta tracolla fisicamente ecc.). Che è il problema di tutti i folli. E tutti sanno anche che il meccanismo finirà per sfracellarsi da qualche parte. Le cadute accadono sempre più di frequente e sono sempre più disastrose. Continueranno ad accadere. Prima o poi ce ne sarà una irreparabile: l’incombere di una nuova “bolla finanziaria” viene preannunciata dagli stessi "gestori" come una sorta di bomba atomica già innescata. Lo sanno. Lo dicono, persino. Sperano solo di trovarsi altrove, al sicuro ormai, quando accadrà. E poi il modo per fermarsi, si è detto ed è vero,  non lo conoscono: nel loro programma, nell'ideologia neoliberista del capitalismo finanziario non c’è. Bisogna laisser faire, laisser passer. La catastrofe economica in quella visione  scivola al rango concettuale di catastrofe naturale: "succede". Così come succede a tanti di perdere o non trovare lavoro, di fallire, di scivolare nella povertà, di perdere prospettive e dignità, di rimanere vittime del degrado ambientale. "Succede", appunto. Sembra proprio che per l'umanità intera il suo stesso destino sia stato espropriato e reso irrilevante.

I migliori saggi di economia oggi sono racconti così mostruosi da sembrare distopie.  E invece è tutto vero. Dentro ci si può trovare anche  un vecchio sogno virato ad incubo.