sabato 8 giugno 2013

Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi. La bellezza di un titolo.


Questo è un bel titolo. 
Bello non soltanto nel senso di appropriato  ad una biografia di David Foster Wallace, ma anche bello di per sé, per la corrispondenza  tra il significato a cui rimanda  e per il modo in cui lo preannunzia. Che non è solo suggestivo, è anche ineccepibile, fino al rigore scientifico. 
Le cose stanno proprio così: ogni storia d'amore è davvero una storia di fantasmi.  

Intanto, perché in generale è di fantasmi che vive la mente. Non bisogna necessariamente sapere di buddhismo o di neuroscienze  per sapere che la creazione di immagini equivalenti è esattamente il meccanismo  con cui la nostra mente percepisce, interpreta  e si rappresenta  la realtà. Le parole vengono dopo. La mente lavora prima e principalmente  per immagini.

Poi, perchè ci innamoriamo davvero e sempre e prima di tutto di un fantasma. Il fantasma è l'immagine mentale che equivale per noi alla persona di cui ci innamoriamo; quella con cui ce la rappresentiamo in mille pensieri, in mille sogni. A volte il gancio esterno regge alle prove e alle verifiche. Altre volte no; altre volte la rappresentazione che ci siamo fatta si rivela un abbaglio, oppure i rapporti di somiglianza sono troppo vaghi ed arbitrari e  tutto è destinato a naufragare.  

In ogni caso,   quel gancio, fosse anche solo  “una specie di attaccapanni dei propri sogni”, come dice Maugham, nella nostra testa, finché regge è un generatore di passione e di creatività straordinario. Funziona un po’ come le due note da cui il musicista trae l’ispirazione per una sinfonia; o come la mezza storiella orecchiata da cui lo scrittore tira fuori un romanzo; o come lo scorcio di un paesaggio nella particolare luce di un giorno, con cui il pittore ci dà l'immagine di un paese meraviglioso. E non è tutto: quella nostra creazione tutta e solo nostra, in una stanza più o meno assolata e frequentata del nostro cervello,  è destinata a restare. Anche quando non regge alle prove della vita, se era un fantasma d’amore, per sempre sarà in qualche modo un oggetto d’amore. Magari ci darà dolore, ma non smetteremo di amarlo.

Ci si chiederà cosa c’entra uno scrittore e Wallace in particolare con tutto questo?

C’entra perché  lo scrittore è qualcuno che sente  il bisogno  di raccontarla la sua realtà equivalente, di tradurre in parole la sua rappresentazione per immagini del mondo e dei suoi fantasmi d’amore.  Perché, come tutti, percepisce che quella è una visuale sulla realtà unica, irripetibile, destinata a morire con lui e qualcosa lo spinge a volerne  lasciare un segno.  Perché pensa che a raccontarla ci possa trovar dentro un senso e condividendola ci si possa sentire meno soli davanti all’abisso d’oblio.

Wallace, in una lettera, dice che scrivere, quando tutto funziona bene, è come “sbobinare la mente”, svolgere la bobina della registrazione mentale  della vita e convertire in parole quel che abbiamo registrato. Se questo spiega la sua grandezza di scrittore non basta però a spiegare quella cosa strana che è il rapporto specialissimo che Wallace riesce a stabilire con molti dei suoi lettori. Un’amica appena finito di leggere questo libro mi ha scritto che sentiva di “volergli bene, a quell’uomo lì”. E’ vero. Wallace è uno dei pochissimi autori che stabilisce con i suoi lettori un rapporto di affetto.


Dalla biografia di Max il perché lo si può capire.

Wallace si difende per tutta la vita  dalla tentazione di scrivere per auto compiacersi, per bisogno narcisistico (di successo, gloria, privilegi, immortalità ecc.). E’ una tentazione che avverte e che dichiara. Ed è  maniacale fino alla paranoia o alla comicità nello smascherarsi e autoflagellarsi alla ricerca della perfezione del "vero eroismo". 

("Il vero eroismo sono i minuti, le ore, le settimane, gli anni e anni di un esercizio di probità e attenzione silenzioso, meticoloso, coscienzioso, senza che nessuno vi veda o vi acclami. Questo è il mondo." 
da Il Re Pallido



Mette in quel che scrive, nel dare la sua rappresentazione del mondo, un’esigenza di sincerità assoluta. E il suo lettore lo avverte. Per questo lo sente vicino.
Ma soprattutto c’è che Wallace  ha praticato e teorizzato  la scrittura e la lettura come esercizi empatici per vincere il demone della solitudine: tra lui e il suo lettore si crea un legame di  cum-passione e di comunione. Lo stesso che è alla base dei grandi amori. 


E qui il cerchio si chiude: si ritorna al punto da cui si era partiti. Anche il rapporto tra lettore e scrittore è sempre un rapporto tra rappresentazioni mentali, tra immagini, tra fantasmi.  E ogni storia d'amore è una storia di fantasmi. Un bel titolo, appunto.