mercoledì 13 marzo 2013

GADDA: TENDO AL MIO FINE

Le pagine con cui si apre Il Castello di Udine sono titolate così: Tendo al mio fine.

E' uno degli scritti più straordinari di Gadda. Una sorta di suo manifesto letterario. Di sintesi dei propositi con i quali si appresta a scrivere, negli anni a venire. La cosa nacque nel 1931 da una inchiesta sulle nuove tendenze della letteratura, di Solaria, una prestigiosa rivista letteraria dell'epoca.

Andrebbe letto e commentato rigo per rigo. Lo scarabokkiante si limita a   titolo e conclusione, lasciando il resto alla generosità della rete (il testo è pubblicato per intero QUI ) e al godimento del lettore.

Del titolo ci sono passate per la testa tre letture.





E' di certo l'indicazione sintetica esatta e rigorosa di quel che si va ad illustrare. Che è il mestiere che deve far un titolo, appunto. Gadda ci sta per dire dove vuol andare a parare scrivendo e ce lo preannuncia. Il principio dell'esattezza e della corrispondenza della parola al fatto, del rispetto del significato  in Gadda non ammette deroghe. Anche e soprattutto quando si abbandona alle più spericolate acrobazie linguistiche. Sta anche lì la sua grandezza.

E'  una orgogliosa rivendicazione di autonomia e di originalità creativa. Come dicesse: non mi inserisco in tendenze e non mi interessa; tendo al mio fine e basta. Non sono in molti a poter legiitimamente sottoscrivere, tra letterati ed intellettuali italiani.

Infine lo si può leggere come l'umile e ironico e agghiacciato guardare da lontano  al fine ultimo dell’esistenza, della propria vita. Che è lo stesso fine per tutti: il dissolversi nel nulla. C’è poco da darsi importanza ad individuare un fine, un tendere. Sarà un cavallo a mangiarsi tutto.

Ecco, un sostegno a questo terzo significato del titolo è contenuto nelle ultime righe. Meravigliose, compresa la nota al testo.

Così seguiterò il mio cammino solitario. Seguiterò a pagare e servire la necessità, conterò avaramente il poco denaro, loderò la plastile carne delle infarinate bagasce; appetirò cose non lecite; altre sognerò non possibili; e una grata sarà il termine de’ pochi miei passi. E leggerò i libri sapientissimi delli scrittori,infino a che, sopra alla mia trapassata sapienza, vi crescerà l’erba.
I pensieri più belli si dissolveranno, ogni volere, ogni gioia, ogni più ardente e tenero senso e memoria; e forse l’amore istesso della mia terra! Come avviene che di là, dietro dal monte, la rosea nube in cenere si discolori. E in sul muro, che chiude il Campo, si leggerà, mal vedibile, un segno: un segno inscritto col sangue.
Crescerà ne’ vecchi muri l’urtica: e l’erba di sopra la lassitudine mia.
E l’erba,  che sarà cresciuta, la mangerà il cavallo, che campato sarà.
Nota: qui il cavallo è la saluberrima stupidità, superstite e pascolante sopra la vana fatica del pensiero.