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giovedì 15 marzo 2012

I vizi italiani di Jonathan Franzen

Avevamo letto qualche tempo fa un articolo col titolo ‘L’isola più lontana’ (Internazionale n. 912, 26 agosto/settembre 2011) in cui Jonathan Franzen raccontava di essere andato su un'isola deserta (forse proprio quella di Crusoe) a vedere uccelli. E di aver sparso su quella roccia sul mare una parte delle ceneri di David Foster Wallace, morto suicida qualche mese prima. Le uniche pagine interessanti di quell'articolo riguardavano la sua teoria sulle modalità e sul senso di quel suicidio. Tesi opinabile, ma interessante, appunto.
Infastidiva il tono edulcoratamente e dolorosamente rabbioso con cui sembrava voler fare di quel senso e di quelle ragioni una specie di atto d'accusa: DFW sentendosi indegno di amore e non credendo all'amore dei suoi cari avrebbe punito chi lo amava, allestendo a casa e nella manierà più crudele la sua ultima, terribile scenografia.

Il sospetto che viene ogni volta che Franzen parla di DFW è che il velo dell'amicizia non è abbastanza pudico da coprire una qualche forma di astio o di invidia post-mortem. Legittima quanto inguaribile, d'altronde, purtroppo per lui. Tracce di tutto ciò si trovano anche nell'intervista che segue.


Una intervista dove soprattutto tiene a dirci che quel viaggio funebrornitologico fu finanziato e retribuito. Senonchè neanche questo ci scandalizza per niente. Scrive per mestiere e che venga pagato per scrivere, anche sul suicidio di un amico, non ha nulla di riprovevole. Anzi, buon per lui e gliene siamo comunque grati.
Quello che invece ci urtica e che ai nostri occhi "dipinge" il personaggio-Franzen è proprio il fatto che se ne scusa, che si sente in obbligo di denunciarne "il fastidio". Perché Franzen ci tiene evidentemente a farci sapere che condivide l'idea che il denaro "sporca". E magari che è anche contro il "sistema" che gli ha consentito e gli consente di scrivere dietro retribuzione e di vivere da "fenomeno editoriale". Vuole proprio dirci, con un tono contrito da pentito che comunque in qualche misura ritiene giusto vergognarsene (o far finta di). Sa benissimo ovviamente che senza quelle pagine quell'articolo, di una noia narcolettica, nessuno l'avrebbe letto. E per farne parlare ce le ha messe.

Non solo. Franzen ci tiene a dirci anche che è contro i social network, contro internet in generale, contro l'informazione continua, contro i telefonini, contro la televisione, contro gli ebooks e gli strumenti per leggerli, contro fatti e personaggi che contano del mondo a cui appartiene. Si duole persino di non essere considerato un "femminista".

Leggendo Libertà si intuiva la visione da snob intellettual chic ecologista e "di sinistra" che riempiva il niente caotico, per quanto ben confezionato, di quelle pagine.
Il conformismo e la paura del nuovo che travestono  il passatismo da progressismo è un vecchio vizio degli intellettuali italiani: anzichè stare dentro  la realtà,  anzichè comprenderla e agirci dentro per cambiarla, la demonizzano pascendosene. Anche quello per cui "il cuore batte a sinistra, mentre il portafoglio sta a destra", denunciato a suo tempo da Longanesi, lo è. E anche il tanfo insopportabile di ipocrisia. Non meraviglia quindi che un americano così piaccia tanto anche in Italia.
Li abbiamo sempre detestati questi vizi. Sarebbe un'ingiustizia se non li detestassimo anche in Franzen.

https://foglianuova.wordpress.com/2012/03/11/franzen-contro-bloom-il-canone-e-maschilista/