sabato 19 febbraio 2011

KHORAKHANE'

ovvero
LA FORZA DI ESSERE VENTO

Questa canzone mi ha  fatto fin dal primo ascolto in concerto, nel '98, uno stranissimo effetto. Un effetto tutto fisico: semplicemente, mi colpisce nel corpo.
Insomma, confesso impudicamente che questa canzone mi fa salire i brividi. Brividi veri, intensi. Sempre. Immancabilmente. Anche se la riascolto dieci volte di fila.
Proprio per questo invece, ho sempre cercato di ascoltarla con parsimonia. Ed anche perchè intuivo, senza capire perchè, che si trattava di brividi di tragedia, di una commozione triste ed esaltante insieme.

Non tutta la canzone mi produce questo effetto però.
E' una canzone che racconta l'orgoglio Rom: 
è l'elegia della vita nomade, l'esaltazione della vita come viaggio,"per la stessa ragione del viaggio, viaggiare".

Sono solo le ultime due strofe, quelle "tremende".
Le canta, in un minuto ed in lingua Rom,  
Luvi De Andrè, per me una delle più belle voci italiane di sempre 
(e, dai più, sconosciuta) .


L'emozione si è ripetuta così intensa e sorprendente, che ho a lungo volutamente evitato di approfondire. Per paura di disperderne in parole la potenza.
Poi, ad un certo punto ho avvertito l'esigenza di sapere. Ho sentito che ero pronto. Sono a andato a cercarmi la traduzione, ho collegato la mente a quella emozione, a quei brividi.
Ed ho creduto di comprendere.
Ho compreso che questi versi raccontano la morte zingara
Dentro c'è quel che De Unamuno chiamò "il sentimento tragico della vita".

E' proprio un modo di guardare la morte, la propria morte,  ma con la gioia aerea del nomade: orgogliosa, libera, leggera ed accettante. E' uno sguardo che poteva avere solo un grandissimo poeta con  
"occhi limpidi come un addio.
Lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca 

Il punto di vista di Dio".


E' un modo che richiede per l'appunto una gran forza: 
la khorakhanè, "la forza di essere vento". 
Richiede la gioia dell'abbandonarsi al Viaggio, anche all'ultimo. 
Da qui, credo, la commozione mista all'esaltazione come di chi percepisce l'accingersi ad una grande, misteriosa, finale avventura.

E' il modo che passa attraverso il diventare fuoco in un accampamento zingaro, che festeggia e racconta la tua partenza  "in un sogno di mare", "in una corrente di ali", che ti accompagna fin dove  "l'aria azzurra diventi casa".

Ci stanno i brividi. Ci stanno ancora. Forse anche di più, adesso. E penso che il corpo capisce sempre prima.
Noi, con la nostra testa, arriviamo sempre dopo.
Gil

Cvava sero po tute 
i kerava 
jek sano ot mori 
i taha jek jak kon kasta 
vasu ti baro nebo 
avi ker. 


Poserò la testa sulla tua spalla 
e farò 
un sogno di mare 
e domani un fuoco di legna 
perché l'aria azzurra 
diventi casa. 


Kon ovla so mutavia 
kon ovla 
ovla kon ascovi 
me gava palan ladi 
me gava 
palan bura ot croiuti. 


Chi sarà a raccontare 
chi sarà 
sarà chi rimane 
io seguirò questo migrare 
seguirò 
questa corrente di ali. 


(un consiglio: l'ultimo minuto è da ascoltare a spaccatimpani) 

4 commenti:

  1. Il corpo capisce e parla 'sempre' prima della mente.
    Siamo noi che non ce ne accorgiamo, se non quando, come in questo caso, il brivido irrompe e costringe all'ascolto.
    Il corpo raccoglie sensazioni che altro non sono che emozioni profonde che parlano di noi, delle nostre paure, delle nostre fantasie prima che raggiungano la coscienza.
    Non è metafisica, tutta la neuropsicologia dà conferme inequivocabili a questa realtà affascinante.

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  2. " la forza di esserer vento" è quella che vorrei, che vorremmo avere : la gioa di abbandonarsi senza timore all'ultima avventura
    "Anime salve" é il mio preferito di Faber. Ora lo ascoltero' con maggiore emozione. Grazie

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  3. Bellissime queste tue riflessioni sulla morte e sulla forza e la bellezza dell'identità nomade, per lo più incomprese. Da meditare.
    (Ho trovato bellissimo anche lo sguardo sorridente di pudico orgoglio che De Andrè lancia di sottecchi alla figlia alla fine della canzone)

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  4. Mi fa immensamente piacere che tu l'abbia notato quello sguardo, Alessia. E che ne abbia scritto. Volevo segnalarlo, ma non c'entrava col contesto. Ecco, quello è "lo sguardo di Ettore"; quello è il modo, secondo me, in cui il padre deve guardare la propria figlia.
    Credo che quella donna si porterà dentro quello sguardo come una conquista, un trofeo, un premio ineguagliabile.
    Grazie infinite.


    @ R. Sono davvero convinto e sono contento della tua conferma: la sapienza e la preveggenza del corpo è sperimentabile ogni giorno.

    @ Grazia. E' una conquista faticosa da fare ogni istante. Ma altra strada non c'è (o almeno io non la vedo)

    GIl

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Grazie per l'attenzione